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  • Addio Mazzola: il ricordo di Oliva, D’Avanzo e Sambuca

    Addio Mazzola: il ricordo di Oliva, D’Avanzo e Sambuca

    Si è spento il 19 settembre Sandro Mazzola. Il centrocampista bandiera dell’Inter, classe ’42, era figlio d’arte: suo padre Valentino, fuoriclasse, morto nella sciagura di Superga il 4 maggio ’49, faceva parte del grande Torino.

    Aveva anche un fratello, Ferruccio (m. nel 2013), giocatore dell’Inter ma anche della Fiorentina, della Lazio, del Venezia, del Lecco. Sandro, invece, in tutta la carriera vestì solo e soltanto la maglia nerazzurra, e con essa vinse in Italia, in Europa e nel mondo.

    Era un dribblatoe implacabile. Helenio Herrera, il mago argentino dell’Inter, lo trasformò da mezz’ala, ruolo in cui giocava originariamente, in attaccante centrale.

    Il ricordo di Patrizio Oliva,  indimenticato re del ring  napoletano,  campione olimpico e mondiale. ”Ricordare Mazzol significa ricordare non soltanto un grande campione, ma una parte importante della storia dello sport italiano. Sandro apparteneva a quella generazione di calciatori che in campo mettevano talento, intelligenza, eleganza e coraggio. Ma ciò che rimane davvero, oltre ai gol, alle vittorie e alle imprese, è la persona. Sandro, con la sua storia e con il suo modo di essere, ha rappresentato un esempio di sport vissuto con passione e dignità. Era figlio di Valentino Mazzola, un nome che appartiene alla leggenda del calcio italiano. Portare un cognome così importante avrebbe potuto essere un peso enorme. Sandro invece seppe costruire la propria strada, diventando semplicemente Sandro Mazzola, un campione con una sua identità, una sua personalità e una sua storia. Da uomo di sport quale sono, ho sempre avuto grande rispetto per chi ha conosciuto il sacrificio, la responsabilità e la pressione che accompagnano una carriera ai massimi livelli. Perché dietro ogni grande campione ci sono rinunce, momenti difficili, paure e responsabilità che il pubblico spesso non vede. Quando se ne va un campione, non scompare la sua storia. Rimane nei ricordi di chi lo ha visto giocare, nei racconti di chi lo ha conosciuto e nelle generazioni che continueranno a parlare delle sue imprese. Il tempo passa ma i campioni restano e Sandro Mazzola resterà nella storia e nei cuori degli sportivi italiani.”

    Mazzola, dicevamo, con l’Inter ha vinto tanto: nello specifico  4 scudetti due Coppe dei Campioni   due Coppe dei Campioni ed altrettante Intercontinentale.

    A livello individuale ha vinto due vote il titolo di miglior marcatore: nel campionato di serie A 1964/65 (17 reti, ex equo con Alberto Orlandi) e in Coppa Campioni 63/64, 7 reti il suo bottino personale.

    Si è tolto delle soddisfazioni anche con la maglia azzurra: campione d‘Europa nel ‘68 (il primo titolo europeo dell’Italia arrivò dopo una finale con la Jugoslavia giocata due volte all’ “Olimpico” di Roma), e vicecampione del mondo nel ’70.

    Altri record individuali sono rappresentati dai seguenti titoli

    •  Unico giocatore italiano e unico giocatore di una squadra italiana, ad aver segnato in due diverse finali di Coppa Campioni/Champions League (nel 1964 e nel 1967)
    • Unico calciatore interista a vincere la classifica dei marcatori in Coppa Campioni (7 reti nella stagione 1963-64);
    • Marcatore più veloce nella storia del derby di Milano: 13″ (Milan-Inter 1-1, 24 febbraio 1963);
    • Miglior marcatore interista e italiano nella Coppa Intercontinentale: 3 reti (1964 e 1965).

    La vita di Mazzola dopo il ritiro

    •   Ha svolto mansioni dirigenziali, dapprima all’Inter (come consigliere delegato dal 1977 al 1984) e successivamente al Genoa.
    • Con l’arrivo di Massimo Moratti in nerazzurro tornò a far parte della società meneghina, lavorando come direttore sportivo e responsabile di mercato. Dal 2000 al 2003 entrò invece nei quadri dirigenziali del Torino.
    • Ha poi svolto il ruolo di commentatore tecnico e opinionista per Rai Sport, comparendo in varie trasmissioni. Affiancò Bruno Pizzul nel commento tecnico delle partite della nazionale italiana al campionato del mondo 1990, contraddistinguendosi per sobrietà e raffinatezza, dando di fatto inizio alla figura del commento tecnico durante le partite di calcio. Affiancò inoltre Luigi Colombo a Telemontecarlo nel 1982 e Marco Civoli alla Rai nel 2006, ancora in veste di commentatore tecnico per le finali mondiali vinte dall’Italia.

    Katia D’Avanzo procuratrice sportiva tifosa del Milan non lesina le lodi al compianto campione

    “Oltre la leggenda, l’uomo. Con la scomparsa di Sandro Mazzola, il calcio italiano perde non solo una delle sue bandiere più gloriose, ma un esempio raro di dignità e spessore umano. Cresciuto all’ombra di un destino immenso e doloroso, quel papà Valentino perduto a Superga,,.”

    Rossella Sambuca giornalista sportiva napoletana ricorda il fuoriclasse nerazzurro:

    “Sandro  Mazzola ha saputo trasformare l’eredità di un nome pesante in un cammino di straordinaria umiltà, lealtà e gentilezza. Prima ancora dei dribbling e dei trofei con la Grande Inter, di lui resteranno l’eleganza nei modi, l’onestà intellettuale e quel sorriso garbato con cui ha attraversato epoche e generazioni. Un fuoriclasse sul campo, un signore nella vita. Buon viaggio.

    Con la scomparsa di Sandro Mazzola il calcio italiano non piange soltanto un fuoriclasse irripetibile, ma perde anche un pezzo monumentale della propria anima. Simbolo eterno di un’Inter a cui ha legato la sua intera vita da atleta, Mazzola ha saputo trasformare l’eredità pesante di un cognome leggendario — quello del padre Valentino, mito di Superga — in un’epopea personalissima, fiera e vincente. Il “baffo” tra i più celebri del nostro sport si è spento lasciando il ricordo nitido di un’eleganza d’altri tempi, capace di incantare sul prato di San Siro e di spiegare il gioco con garbata competenza dietro ai microfoni della RAI. Se ne è andato un campione d’Europa e un vicecampione del mondo, ma soprattutto un uomo buono che, fino all’ultimo, ha dato tutto se stesso per i colori che amava. 

    Sandro Mazzola è stato la storia dell’Inter, una bandiera capace di sventolare per diciassette stagioni consecutive in prima squadra. Dalle storiche doppiette europee contro il Real Madrid alla centralità nella leggendaria Grande Inter di Helenio Herrera, ha nobilitato il ruolo del numero 10 moderno abbinando una tecnica sopraffina a uno straordinario spirito di sacrificio. Il popolo nerazzurro piange il suo eterno capitano, ma lo fa con la consapevolezza che il suo mito continuerà a brillare per sempre nel firmamento di San Siro.“

    Stefano Marino

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  • Svolta a Montecitorio: passa lo “Stabilicum”, tra promesse di governabilità e il nodo del tetto alle riforme

    Svolta a Montecitorio: passa lo “Stabilicum”, tra promesse di governabilità e il nodo del tetto alle riforme

    Con il via libera definitivo dell’Aula di Montecitorio — 227 i voti favorevoli e 164 i contrari nell’incognita dello scrutinio segreto —, la quarta riforma delle regole del gioco politico in poco più di vent’anni è diventata realtà. L’approvazione è arrivata tra gli applausi compatti della maggioranza e i cori di protesta delle opposizioni. Ribattezzata dal centrodestra “Stabilicum” — e bollata dalle minoranze come “Melonellum” —, la nuova legge elettorale archivia definitivamente il vecchio Rosatellum con l’intento dichiarato di ridefinire la geografia del Parlamento in vista delle prossime consultazioni politiche.

    Il nuovo impianto manda in soffitta la complessa combinazione tra collegi uninominali e proporzionali del passato per reintrodurre una struttura di base proporzionale, innestandovi però un corposo pacchetto di correttivi pensati per blindare la stabilità dell’esecutivo. La chiave di volta dell’intero meccanismo è il cosiddetto premio di governabilità: alla coalizione o alla singola lista capace di superare la soglia del 42% dei voti validi a livello nazionale vengono assegnati in dote 70 deputati e 35 senatori in più. Qualora nessuna forza politica riesca ad agganciare tale asticella, il premio semplicemente non scatta e la ripartizione delle poltrone torna a seguire una logica proporzionale pura.

    Tra le altre novità sostanziali, torna sulla scheda la possibilità per i cittadini di esprimere le proprie preferenze, ma attraverso una formula ibrida: i capilista restano bloccati ed entrano a Palazzo Madama e a Montecitorio di diritto, mentre per i candidati successivi disposti in lista saranno decisivi i consensi individuali. Si aggiunge poi l’obbligo per le liste di indicare preventivamente il nome del leader da proporre alla Presidenza del Consiglio — un’indicazione che non apparirà fisicamente sulla scheda e che non vincola le prerogative del Capo dello Stato —, mentre le soglie di sbarramento restano fissate al 3% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni.

    Se la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i leader di maggioranza hanno salutato il testo come la risposta necessaria per garantire governi duraturi, scelti dai cittadini e al riparo dalle alchimie di palazzo, le opposizioni denunciano un provvedimento confezionato su misura per blindare la permanenza al potere di chi governa e frammentare il campo avverso. Sotto accusa ci sono in particolare i capilista bloccati e le regole per la raccolta firme, con le minoranze che hanno già preannunciato battaglie e ricorsi di costituzionalità.

    Ma al di là dello scontro politico quotidiano, è un dettaglio tecnico dell’impianto ad aver fatto sobbalzare i costituzionalisti: l’introduzione di un tetto massimo ai seggi. Il testo stabilisce infatti che nessuna coalizione, a prescindere dal livello di consenso ottenuto, potrà mai superare i 220 deputati e i 113 senatori. Una soglia studiata a tavolino per impedire che chi vince le elezioni possa agguantare la maggioranza qualificata dei due terzi e modificare la Carta costituzionale in totale autonomia.

    Questa valvola di sicurezza, difesa dai promotori come un presidio di garanzia democratica contro possibili strappi autoritari, rivela tuttavia un cortocircuito di fondo. Fissare un tetto ai parlamentari spettanti al vincitore significa infatti ammettere implicitamente che il meccanismo del premio di maggioranza può distorcere l’esito delle urne al punto da dover introdurre un freno d’emergenza per proteggere la Carta dagli effetti collaterali della legge stessa.

    La conseguenza più immediata di questo congelamento è il blocco strutturale dell’iter per le riforme dell’architettura istituzionale. Impedendo a monte il raggiungimento dei due terzi dei seggi, lo Stabilicum condanna qualsiasi futura revisione della Costituzione a un percorso obbligato, fatto di seconde deliberazioni a maggioranza assoluta e successivi referendum confermativi. Il rischio concreto è che ogni tentativo di modernizzare le istituzioni si trasformi inevitabilmente in un plebiscito di parte sul governo in carica, frenando l’azione legislativa sulle grandi trasformazioni del Paese.

    Allo stesso tempo, il vincolo imposto alla quota maggioritaria rischia di determinare una compressione artificiosa della rappresentanza democratica nei confronti delle coalizioni che ottengono un ampio successo sui territori. Quando un’alleanza raccoglie un consenso plebiscitario nel Paese, l’applicazione del tetto impone un “taglio” alla sua proiezione parlamentare. In questo modo, il meccanismo finisce per neutralizzare parte delle schede inserite nell’urna dagli elettori, penalizzando la volontà popolare in nome di una compensazione numerica decisa a tavolino.

    Questo doppio binario crea infine un’asimmetria profonda nell’esercizio del potere governativo. La legge garantisce alla maggioranza relativa i numeri blindati per approvare leggi ordinarie e Decreti Legge in tutta tranquillità, ma le nega contestualmente la forza parlamentare per intervenire in maniera diretta sulle strutture e sulle regole del gioco dello Stato. Il risultato è la possibile nascita di un esecutivo fortissimo nella gestione della quotidianità e dell’amministrazione ordinaria, ma del tutto paralizzato o destinato a rischiare la propria sopravvivenza al primo tentativo di riforma organica del Paese.

    Luca Bertero

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  • Eni, l’ombra del “caro benzina”: tra sconti schivatasse e l’ipotesi del ritorno sotto la regia statale

    Eni, l’ombra del “caro benzina”: tra sconti schivatasse e l’ipotesi del ritorno sotto la regia statale

    Il prezzo della benzina torna a picchiare sui bilanci delle famiglie e sui costi delle imprese, riaccendendo l’eterno dibattito sull’energia in Italia. Negli ultimi mesi, gli interventi sbandierati dal colosso energetico per calmierare i prezzi al distributore — tra sconti mirati in modalità self-service e tutele temporanee per comparti in ginocchio come agricoltura e pesca — hanno offerto un po’ di ossigeno agli automobilisti. Tuttavia, osservando le dinamiche contabili di Piazza Affari e i palazzi della politica, emerge con chiarezza come queste mosse rispondano anche a un’esigenza di autoconservazione aziendale: ridurre i margini visibili sul margine di raffinazione e sulla distribuzione evita di finire nel mirino delle normative europee sugli extraprofitti energetici, disinnescando prelievi fiscali punitivi.

    Ma la domanda che torna ad aggirarsi tra gli addetti ai lavori è più profonda: di fronte alle continue oscillazioni dei prezzi e alle tensioni geopolitiche internazionali, lo Stato italiano potrebbe mai spingersi oltre la “diplomazia aziendale” e riprendere il controllo totale di Eni?

    Il bilancino delle quote: chi comanda davvero oggi?

    Per capire se e come Roma possa blindare il “Cane a Sei Zampe”, bisogna guardare l’assetto proprietario attuale. Tecnicamente, lo Stato non possiede il 100% dell’azienda, ma detiene già la maggioranza relativa e il controllo di fatto attraverso una doppia chiave d’accesso:

    Cassa Depositi e Prestiti (CDP): controlla circa il 30,9% del capitale sociale.

    Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF): detiene direttamente un pacchetto residuale pari a circa il 2%.

    In un’azienda quotata a capitanato diffuso, superare la soglia del 30% permette all’esecutivo di dominare le assemblee ordinarie e straordinarie, decidere le nomine dei vertici (dall’Amministratore Delegato al Consiglio di Amministrazione) e dettare le linee guida sulla politica dei dividendi.

    I percorsi giuridici ed economici verso il “pieno possesso”

    Portare Eni a essere del tutto pubblica — sottraendola al mercato azionario per farne un’agenzia statale pura — richiederebbe decine di miliardi di euro, un peso difficilmente sostenibile per il debito pubblico. Esistono tuttavia strumenti intermedi per trasformare il controllo strategico in una gestione direttiva.

    1. L’operazione “maggioranza assoluta” via CDP

    Se il governo volesse slegarsi dall’influenza dei grandi fondi d’investimento esteri, orientati al massimo dividendo nel breve termine, potrebbe ordinare a Cassa Depositi e Prestiti di incrementare le proprie quote sul mercato. Superare il 50% delle azioni azzererebbe qualsiasi resistenza interna nelle scelte di investimento o nelle politiche di prezzo nei periodi di crisi.

    2. Il blindaggio con il Golden Power

    Anche in assenza del 100% delle azioni, lo Stato dispone del Golden Power, uno scudo normativo con cui il Consiglio dei Ministri può porre il veto su operazioni finanziarie, cessioni di asset o accordi internazionali che mettano a rischio la sicurezza dell’approvvigionamento energetico o la stabilità strategica della rete nazionale.

    3. Il modello “Servizio Pubblico”

    Un’altra via per condizionare direttamente la gestione dei prezzi è l’introduzione di nuovi vincoli di concessione. Imponendo per legge clausole di “salvaguardia energetica”, la rete di distribuzione Enilive verrebbe equiparata a una vera e propria infrastruttura di pubblica utilità, con tetti massimi di prezzo o riserve d’emergenza fissati per decreto.

    4. L’ipotesi estrema: OPA e Delisting

    È lo scenario bellico dei mercati: lanciare un’Offerta Pubblica di Acquisto per ricomprare sul mercato la totalità delle azioni in mano ai privati e ritirare il titolo dalla Borsa di Milano. Si tratterebbe di un passaggio storicamente inedito per l’Italia contemporanea, fortemente limitato dalle norme europee sugli aiuti di Stato, ma teoricamente percorribile in caso di prolungato stato di emergenza energetica nazionale.

    I ribassi contingentati del carburante mostrano come l’esecutivo riesca oggi a esercitare una forma di moral suasion sui vertici di Eni per tutelare l’opinione pubblica e proteggere l’azienda dalle tenaglie del Fisco europeo. Resta da capire se, di fronte a nuove mareggiate sui mercati internazionali, questa convivenza tra finanza privata e politica industriale pubblica basterà ancora, o se la politica tornerà a pretendere le chiavi di casa del principale motore energetico del Paese.

    Luca Bertero

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  • Groenlandia, la sicurezza è americana. La sovranità resta danese

    Groenlandia, la sicurezza è americana. La sovranità resta danese

    Il 22 settembre 2026 il presidente Donald Trump, il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen e la prima ministra danese Mette Frederiksen hanno firmato, a margine della riunione dell’Assemblea generale dell’ONU, un accordo volto a rafforzare la sicurezza dell’Artico e del Nord Atlantico, aprendo la strada alla costruzione di altre basi statunitensi in Groenlandia.

    L’interesse per l’isola da parte degli USA è storico, infatti nel 1917 riconobbero le rivendicazioni danesi, ma nel 1946 avanzarono una proposta di acquisto poi rientrata. In seguito, con l’avvento della Guerra Fredda consolidarono una presenza militare senza trasferimento di sovranità, nello specifico con la base di Thule (oggi Pituffik). Tuttavia, nel gennaio 2025 Donald Trump ha riportato la questione al centro del dibattito pubblico, affermando di non escludere la possibilità di utilizzare degli strumenti di pressione economica o militare per ottenere la Groenlandia. Inoltre, dopo poche settimane il presidente statunitense ha firmato l’Executive Order 14186 (The Iron Dome for America) collocando la difesa aerea e missilista al centro della narrativa strategica. In questo quadro di competizione tra grandi potenze e valore strategico dell’Artico, la Groenlandia è diventata una componente fondamentale della sicurezza statunitense. A marzo dello scorso anno, il vicepresidente JD Vance ha visitato la Pituffik Space Base, rafforzando la lettura secondo cui la Groenlandia è rappresentata come nodo operativo dell’Artico e non come semplice partener in un’aerea di interesse condiviso.

    Gli analisti però si sono chiesti quali siano realmente i vantaggi scaturiti da questo nuovo accordo. Infatti, secondo il think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) l’intesa modifica e integra l’accordo di difesa della Groenlandia del 1951. Secondo questo storico accordo, Washington può gestire e stabilire delle aree di difesa in linea con i piani NATO, muoversi liberamente via terra, aria e mare anche attraverso le acque territoriali groenlandesi. In breve, l’accordo porta con sé tre novità:

    – consente agli USA di stabilire due ulteriori aree di difesa, oltre alle diciassette installazioni militari già esistenti, a Narsarsuaq e Mestersvig. Quest’ultimo è attualmente un avamposto militare sulla costa orientale che è utilizzato dalle forze speciali danesi. Infine, autorizza gli USA a modernizzare ed espandere le loro attività a Pituffik, oltre a istituire un sistema di difesa missilista Golden Dome;

    – il nuovo accordo è permanente perché quello stipulato nel 1951 era legato alla durata del Trattato del Nord Atlantico, mentre questa nuova intesa non ha una data di scadenza, può essere modificata solo di comune accordo e vincola una futura Groenlandia indipendente a rimanere nella NATO e ad assumere gli obblighi del Regno di Danimarca;

    – limita i futuri investimenti stranieri tant’è che impedisce ai paesi non NATO di stabilire installazioni militari sull’isola senza il consenso di tutte le parti. Infine, Washington ha l’ultima parola sulla possibilità da parte di paesi non NATO e non Ue di investire in infrastrutture critiche e settori strategici, compresa l’estrazione di risorse naturali.

    In conclusione, questi sono cambiamenti sostanziali, ma le disposizioni difficilmente costituiscono un cambiamento rivoluzionario dello status quo. Infatti, seppur le disposizioni sugli investimenti esteri sono degne di nota in quanto la Russia e la Cina guardano alle rotte di navigazione emergenti, dopo la Guerra Fredda Washington aveva già ridotto la sua presenza militare sull’isola per sua scelta. Il Regno di Danimarca rimane un fedele alleato degli Stati Uniti che già in passato ha rifiutato le proposte economiche avanzate da aziende cinesi.

    Andrea Perrucci

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  • Caso Ranucci a effetto boomerang

    Caso Ranucci a effetto boomerang

    Due automobili, un muro perimetrale e una brillante carriera in Rai, iniziata negli anni Novanta, sono esplosi nell’ottobre dello scorso anno.

    Un ordigno rudimentale fa saltare la credibilità del noto, notissimo, Ranucci, conduttore, autore e volto storico di Report.

    La sua aurea è, adesso, sbiadita, al suo posto l’incredulità del (suo) pubblico si amalgama alla fitta coltre di fumo, in una ‘nebbia’ che separa la soglia di confine tra due mondi: quello deciso e coraggioso dell’inchiesta – che, per sua caratteristica intrinseca, è capace di scavalcare ogni possibile pericolo, ogni possibile ritorsione personale: perché la dedizione profonda verso la propria professione e la verità sono supreme e, dall’altra parte, il mondo opposto: proprio quello che si dichiara di voler combattere e smascherare: il mondo corrotto.

    Attentati.

    Inchieste.

    Terremoti in Rai e,

    Sigfrido Ranucci diventa, egli stesso, il ”caso Ranucci”.

    Improvvisamente uno dei pilastri dell’informazione d’opposizione e d’inchiesta, si trasforma nel terreno di scontro ideologico e politico.

    C’è chi continua ad essere caparbiamente dalla sua ‘parte’ e chi si sente deluso e tradito nell’idea, nell’ideologia, quelle crefute e condivise e che invece restano dipinte in un chiaro scurodove la deontologia è vuota.

    Pare trattarsi di un capitolo senza precedenti nella storia del giornalismo d’inchiesta italiano e della recente storia radiotelevisiva italiana con un inizio che pareva solo rappresentare un pericolo per la sicurezza personale di un giornalista esposto alle minacce legate alle inchieste scomode di Report ma poi entrano in scena arresti – vicende giudiziarie – tensioni aziendali e, ancora, l’inchiesta su Valter Lavitola.

    L’ex editore e faccendiere viene indicato dagli inquirenti come il presunto mandante dell’attentato.

    Poi, l’elemento dirompente dell’inchiesta: la rivelazione dello stretto legame di amicizia tra Ranucci e Lavitola, definito dal giornalista quasi “come un fratello”.

    Rapporto, questo che, Ranucci non aveva mai menzionato nelle prime audizioni istituzionali e che ha aperto interrogativi profondi, alimentando polemiche mediatiche, retroscena su presunti sondaggi politici e speculazioni sulle reti di influenza economica che ruotavano attorno al conduttore.

    È così che nasce lo scontro con la Rai.

    Ranucci viene rimosso dalla conduzione di Report per la successiva stagione televisiva e il programma viene affidato a nuove figure esterne e interne alla redazione.

    Ranucci ha risposto contrattaccando sul piano legale, presentando un ricorso d’urgenza al Tribunale del Lavoro per chiedere l’immediato reintegro nelle sue funzioni di autore e conduttore ma immediatamente Viale Mazzini risponde attraverso un procedimento disciplinare nei confronti del giornalista, legato a valutazioni sulla condotta personale e sulle scelte editoriali.

    Ancora oggi SIgfrido Ranucci rappresenta un terreno di scontro ideologico e politico.

    Ma i giudici del lavoro e la magistratura ordinaria continuano a dipanare i nodi di un’inchiesta che unisce dinamitardi, trame economiche, segreti d’archivio e il caso lascia in eredità una ferita profonda e amara nel giornalismo italiano, a confermare di quanto sia fragile e contesa la linea di confine tra autonomia editoriale, potere politico e sicurezza dei cronisti.

    Alla luce degli sviluppi giudiziari, ancora in corso, e della battaglia legale di Ranucci contro i vertici Rai, si ritiene che la figura del conduttore debba necessariamente scindersi dal format televisivo per garantirne la sopravvivenza editoriale.

    Che il programma rischi di perdere irrimediabilmente la sua identità originaria?

    “Mi atterrò a quello che dice il tribunale”.

    Ancora attese per Ranucci, Viale Mazzini e per il pubblico nella complessa scissione tra inchiesta e realtà.

    Claudia Dell’Era

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  • Ineffable Jazz Quartet – Guiding Light

    Ineffable Jazz Quartet – Guiding Light

    Ci sono traiettorie, nel mondo della musica, che disegnano iperboli infinite, giri e tracciati ricchi di emozioni e pathos, difficili da catalogare. Il jazz, musica impressa nell’antico rituale vivo dell’improvvisazione, è un sabba carico di sfaccettature, dove si mescolano ritmi e fisicità, ma anche melodia e stati d’animo. Ineffabile, aggettivo oltremodo elegante, è un ornamento virtuoso alla non-semplicità delle parole, spunto e punto di partenza della storia (sudata e travagliata) di un lavoro nato nel 2012 e che ha basato la sua voglia di nascita sulla volontà-guida dei suoi musicisti, che come degli antichi viaggiatori degni del miglior Odisseo, hanno portato a compimento il loro percorso umano, musicale e d’amicizia.

    Guiding Light è un concetto di ri-partenza, sfiorato ma incisivo, compatto ma trasversale, aperto ma inclusivo. Un lavoro che basa le sue architetture sonore su hard bop e cool, ma che sa sapientemente, grazie all’esperienza del quartetto Grimaldi/Bedmar/Russo/De Paola, dipingere momenti musicali introduttivi in assoluta leggerezza (quasi chill e ambient) come In una Stanza, fino alla lettura intensa e fedele di Brigante Se More e Canto dei Sanfedisti. Qui si propongono standard della musica folk e popolare che portano con sé gli universi di Carlo D’Angiò, Musicanova, Eugenio Bennato, Peppe Barra e molti altri. Nelle ultime due tracce, in particolare, si svela un alto imprinting musicale che ricerca in maniera egregia la potenza del linguaggio trasformato in suono, risultando vero, vivo e mai anacronistico.

    La caratteristica di Guiding Light è la non-linearità delle sue scelte di genere, discorso che si evince nelle tracce firmate come Idea Latina e Blues per TM. Con uno sguardo sudamericano e tagliente, il quartetto si muove con maestria tra free jazz e classico, affiancando il tutto a un meritevole tributo al blues.

    Guiding Light ha il merito di mantenere vivo (dal lontano 2012) il suo spirito musicale, umano e tattile, perseguendo la luce non in modo empirico, bensì come faro e strumento che si compenetra nel filo logico del disco. Un lavoro discografico che non si áncora nei mari del jazz, ma fluttua in modo empatico e avvolgente nella vera espressività, sincerità e scelta che, come ricordava Italo Calvino, può essere salvifica se individuiamo chi ci indica la guida e siamo intenzionati a non far parte del quotidiano inferno.

    Sergio Cimmino

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  • Simone Faré: dalla spy story all’urban fantasy

    Simone Faré: dalla spy story all’urban fantasy

    Torna, per la terza volta, sulle nostre pagine l’autore milanese Simone Faré, colui che si definisce uno scrittore (più o meno) sul serio. Dopo alcune sue esperienze e un importante premio Mondadori vinto con un romanzo, Simone in ottobre pubblicherà il primo volume di una serie di romanzi di genere urban fantasy.

    Ti sei fatto conoscere ai più come autore di spionaggio avendo vinto il Premio Altieri… con WitchCast sei passato all’urban fantasy: perché?

    In realtà ho mosso i miei primi passi come scrittore nella fantascienza e, più in generale, nel fantastico. Sicuramente la spy-story mi ha dato molte soddisfazioni, ma mi è sempre piaciuto giocare anche con situazioni meno realistiche. È vero però che è la mia prima avventura propriamente nell’urban fantasy, ma mi ci ha trascinato dentro il mio fascino per le streghe, più che altro, che considero dei personaggi che è sempre difficile collocare in un genere o in un altro e proprio per questo le considero molto stimolanti da trattare.

    Qual è il tuo rapporto con l’editore di Opera Narrativa e, parlando a grande respiro, con tutti gli editori?

    Conosco Andrea Franco da tempo, anche se questa è la prima volta che collaboriamo assieme. Per imbarcami in un progetto così ampio come una serie di sei volumi c’era bisogno che me lo chiedesse qualcuno di cui mi fidassi, perché in prospettiva, anche adesso che sono cominciate le pubblicazioni, c’è ancora molto lavoro da fare e tempo da investire. Da parte sua in ritorno, ho trovato grande fiducia nei confronti dei contenuti visto che mi ha permesso di lavorare a delle idee che, anche se vicine a temi trattati da molta letteratura fantasy odierna, credo di aver gestito in maniera molto personale. Gli editori per me sono sempre un aspetto molto importante della filiera perché credo sia un lavoro complesso portare uno scritto a essere un oggetto libro e portarlo al pubblico. A parte il lavoro con Segretissimo, che ovviamente per il modo di uscire segue delle logiche proprie, ho avuto diverse esperienze con piccoli editori, a volte con molte interazioni a volte con meno, ma ho sempre visto ogni tipo di confronto necessario, anche per capire come evolvere i miei comportamenti di scrittore.

    Da professionista del settore, qual è secondo te il futuro dell’editoria letteraria in Italia?

    L’editoria letteraria sopravviverà, di questo sono certo 🙂 In realtà io lo vedo come un mondo in forte cambiamento. Alcuni di questi cambiamenti, magari, hanno provocato degli eccessi, quando sono arrivati, ma lentamente vediamo che vengono riassorbiti, altri hanno creato delle opportunità che forse dobbiamo capire ancora bene come sfruttare. Ovvio, non può piacere tutto quello che si pubblica e c’è un certo rumore di fondo di prodotti che prendono la ribalta e magari non sono completamente allineati con il mio gusto, ma al di sotto di questo ci sono delle realtà ancora bellissime e degli scrittori bravissimi. Quello di cui, come lettori, avremmo bisogno, sono degli strumenti più efficaci per individuarli. Di questo in effetti sento un po’ la mancanza.

    Kenji Albani

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  • SOS Clima impazzito

    SOS Clima impazzito

    Si potrà davvero ignorare ancora a lungo il grido d’allarme già lanciato nei suoi scritti da papa Francesco e che il nostro pianeta continua con sempre maggiore forza a mandarci?

    E’ un dato di fatto: l’estate appena trascorsa è stata la più calda mai registrata dal 1950 ad oggi.

    La temperatura media nazionale registrata nei mesi estivi è stata di 24,3° C a due metri dal suolo – con un picco ad agosto di 25,6° C – superando i 23,6°C registrati nel 2003.

    Anche il mare, naturalmente, ha visto un preoccupante innalzamento delle proprie temperature, con tutto ciò che ne consegue per l’ecosistema e la necessità di adattamento.

    E l’innalzamento delle temperature non ha riguardato solo i mesi estivi, anche nel periodo che è andato da gennaio ad agosto del 2026 si è visto un rilevante – e preoccupante – innalzamento termico.

    Nè è possibile negare l’evidenza: luglio e agosto appena trascorsi hanno realizzato un vero record, mai infatti si era vista una combinazione consecutiva di due mesi così caldi, come invece è accaduto questa estate.

    Per gli scienziati la situazione è seria.

    Tutto il nostro ambiente si trova in una situazione di profondo shock e nella necessità di veloce adattamento a questo clima “impazzito” al quale non si è assolutamente pronti.

    Questa vera rivoluzione climatica, alla quale non si voleva credere, si traduce anche in uno stravolgimento totale per l’agricoltura e l’allevamento, con tutte le logiche conseguenze economiche che ne derivano.

    Continuare a negare, pertanto, oltre che impossibile sarebbe anche stupido.

    Occorre finchè si può correre ai ripari, anche perchè le conseguenze, come si è visto, possono in alcuni casi essere letali – si pensi a ciò che hanno provocato le più recenti alluvioni – e la tutela dell’ambiente e della biodiversità – invocata da Mattarella che proprio a proposito ha richiamato il pensiero di Papa Francesco – è fondamentale.

    Vittoria Caiazza

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  • VENEZIA 83

    VENEZIA 83

    Sotto la direzione di Alberto Barbera si inaugura l’83° Mostra del Cinema di Venezia. La Giuria è stavolta presieduta da Maggie Gyllenhaal; al suo fianco, il cineasta francese Xavier Giannoli, il maestro hongkonghese Johnnie To, la regista e attivista afghana Shahrbanu Datat, la tunisina Kawthar ibn Haniyya (già Leone d’Argento per La voce di Hind Rajab), il musicista Daniel Blumberg (premio Oscar per The Brutalist di Brady Corbet) e il critico Francesco Casetti.

    Alla regista danese May el-Thouky la giuria assegna il Leone d’oro per Woman Unknown, dramma che vede due serve dell’alta società condividere un segreto nel pieno dell’occupazione tedesca della Danimarca; il film vale anche a Mathilde Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, mentre la Coppa per il miglior attore va a John Malkovich per la commedia nera Wild Horse Nine, in cui Martin McDonagh mette in scena la nevrosi della guerra fredda nel remoto scenario dell’Isola di Pasqua.

    Il gran premio della giuria è assegnato al sud-coreano Lee Chang-dong per il dramma corale Possible Love, ritratto dei diversi volti della vita matrimoniale; il film si aggiudica anche il premio della FIPRESCI, la federazione internazionale dei critici di cinema. La miglior regia è invece per la giuria quella di DAU del russo Il’ja Chržanovskij, biografia del fisico nucleare Lev Landau e storia di come anche i sovietici impararono ad amare la bomba; un premio che ripaga l’incredibile, ventennale produzione della pellicola, e che costituisce solo la punta di un discorso che, nel premiare il regista persona non grata in patria, vede la Mostra negoziare geopolitica e libertà d’espressione. Il leone d’argento va a Chržanovskij all’indomani dell’Ukranian Day, appuntamento ormai fisso a sostegno dell’industria filmica ucraina.

    La giuria assegna il premio speciale al documentario NAZA, nel quale Yuval Abraham e Rachel Szor indagano la pianificazione dei raid aerei sulla Striscia di Gaza nel post-7 Ottobre; la marsigliese Malou Khebizi ottiene il Premio Mastroianni come miglior attrice esordiente per 15/18, dramma in cui Cédric Kahn esplora la realtà della psichiatria adolescenziale.

    È un rimarchevole bottino quel che invece si accaparra Un bon petit soldat, dramma sull’ipocrasia del marketing aziendale che vede protagonista la nostrana Alba Rohrwacher; il film di Stéphane Brizé riceve infatti il premio per la sceneggiatura (scritta insieme a Coraline Amedeo e Oliver Groce), nonché il Premio Speciale Film Impresa, l’Interfilm Award for Promoting Interreligious Dialogue e il Sorriso Diverso Venezia Award come miglior film straniero. È il primo di diversi film in concorso ad aggiudicarsi premi collaterali, da Andrea Pallaoro che vede assegnare al suo The Echo Chamber la Pellicola d’Oro per il miglior capo macchinista; a Nanni Moretti il cui Succederà questa notte vede premiato il miglior operatore macchinista; ad Alina Șerban insignita del premio Armani Beauty per Eu contez; passando per Marco Bechis – ex desaparecido noto per Garage Olimpo – che con Ritorno a Buenos Aires riceve il Premio Pasinetti al miglior film e ad Adriano Giannini come miglior protagonista; Premio Pasinetti anche a Vanessa Scalera, protagonista de Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, nonché premio speciale ad Alina Marazzi per La ragazza con la Leica.

    La sezione Orizzonti vede premiati Ann Sirot e Raphaël Balboni per Un détour par Diane, peculiare esempio al femminile di rape & revenge. Due riconoscimenti di Orizzonti anche a I figli della scimmia, dramma famigliare sulla disabilità diretto da Tommaso Landucci: il film vede premiato Landucci e Damiano Femfert come sceneggiatori, nonché Riccardo Scamarcio come miglior attore. Il premio Arca Cinema Giovani va invece al pugliese Paolo Strippoli, che con L’estranea continua il suo discorso sul cinema del brivido; infine Leoncino d’Oro al grande Shinya Tsukamoto per Mr. Nelson, did you kill people?, racconto viscerale su un reduce del Vietnam vittima di disturbo da stress post-traumatico.

    Non sono pochi i film di richiamo a restare digiuni di premi: tra questi il thriller di Casey Affleck Company, con Nick Nolte e Adelaide Clemens; Bunker di Florian Zeller, con Javier Bardem nel ruolo di un combattuto architetto al servizio di un milionario; tra gli snobbati eccellenti vi è anche Primetime di Lance Oppenheim, nel quale Robert Pattinson interpreta Chris Hansen ricreandone le inchieste sui predatori sessuali nel suo programma To Catch a Predator; grande sconfitto è infine Bucking Fastard, dramma grottesco in cui Werner Herzog dirige per la prima volta insieme le sorelle Rooney e Kate Mara, nei ruoli delle vere gemelle stalker Freda e Greta Chaplin.

    Chiudono la kermesse i premi alla carriera, col Leone d’Oro a Ellen Burstyn e George Clooney, e il premio Cartier a Luca Guadagnino.

    Il resto è teatro, quello solito che vuole conciliare brand e valori, quello di un rito di visione collettiva sempre più degradato: da Jasmine Trinca che, nel presentare L’estranea, definisce il capitalismo «un film horror» ma tutti guardano la sua maglietta Prada, dal poco proletario valore stimato a 1100 euro; a Nanni Moretti che scende in platea perché il solito ospite molesto smetta di illuminare la sala a giorno col cellulare. Fra tanto solito teatro della meschinità, spicca un momento di performance pura: quello delle sorelle Mara le quali, presentando Bucking Fastard, parlano all’unisono e in perfetto sincrono come nel film; quel tanto che serve, nell’interminabile parata di chi conta, a riportare al Lido un momento di gratuita follia.

    di Fabio Cassano

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  • Quando tornerà in bici Tadej Pogačar?

    Quando tornerà in bici Tadej Pogačar?

    È questa la domanda che accompagna le ore successive al ritiro dello sloveno dalla Vuelta a España 2026. Il campione del mondo è stato costretto ad abbandonare la corsa dopo una caduta che gli ha provocato diversi traumi, tra cui una frattura della clavicola sinistra e una frattura della settima vertebra cervicale C7.

    Un quadro che impone prudenza e che rende ancora incerti i tempi del possibile rientro. Al momento, infatti, non è possibile stabilire con certezza quando Pogačar potrà tornare ad allenarsi e, soprattutto, quando potrà nuovamente gareggiare.

    La caduta alla Vuelta ha costretto Pogačar a fermarsi. Il corridore sloveno ha riportato una commozione cerebrale, la frattura scomposta della clavicola sinistra, una frattura stabile della vertebra C7 e diverse abrasioni. Subito dopo l’incidente Pogačar aveva provato a rialzarsi, ma le condizioni fisiche non gli hanno consentito di riprendere la bicicletta. L’infortunio alla clavicola richiede un intervento per ridurre e stabilizzare la frattura. Tuttavia, a preoccupare maggiormente gli specialisti è soprattutto la componente cervicale dell’infortunio. La frattura della settima vertebra cervicale rappresenta infatti un elemento che deve essere valutato con particolare attenzione prima di qualsiasi ipotesi sul ritorno in bicicletta.

    Il punto centrale della situazione riguarda proprio la frattura cervicale. Il dottor Paolo Baudi, specialista in chirurgia della spalla e responsabile della Shoulder Clinic di Modena, ha sottolineato a La Repubblica i rischi legati a un eventuale rientro prima della completa guarigione.

    “Fino a completa guarigione sarebbe molto pericoloso per lui tornare in bici: in caso di nuova caduta rischierebbe molto, persino la paralisi. Potrebbe non ricevere l’idoneità finché non sarà totalmente guarito”.

    È ancora presto per indicare una data precisa. La priorità sarà completare il percorso medico necessario per la clavicola e monitorare la guarigione della vertebra C7. Soltanto successivamente sarà possibile valutare il ritorno agli allenamenti e, in un secondo momento, quello alle competizioni. Alcuni specialisti, però, non hanno escluso completamente la possibilità di rivedere Pogačar in gara nel finale della stagione.

    Il dottor Alfredo Falchi, direttore del servizio di ortopedia-traumatologia dello sport e riabilitazione del Gruppo Iseni Sanità, ha lasciato aperta questa possibilità, pur sottolineando l’importanza dei dovuti condizionali: “La stagione di Tadej Pogačar potrebbe non essere finita. Le fratture cervicali sono importanti perché possono lasciare un deficit funzionale. Però, visto anche il collare che gli hanno messo, quella di Pogacar non dovrebbe essere una grande cosa. Probabilmente è di un processo trasverso. Non mobile e non grave”.

    Mondiali, Europei e Lombardia: Pogačar può ancora correre?

    La Vuelta 2026 è stata vinta dallo spagnolo Enric Mas che fino a prima della caduta del fuoriclasse sloveno era secondo in classifica.

    Da sottolineare il secndo posto dello sloveno – e dunque connazionale di Pogačar – Primoz Roglic, che n carriera ha vinto quattro Vuelte e un giro d’Italia.

    Il Mondiale è in programma il 27 settembre, mentre  gli Europei si svolgeranno il 2 ottobre in Slovenia. Il finale di stagione prevede poi il Giro di Lombardia del 10 ottobre, una delle gare più importanti per il fuoriclasse sloveno. Proprio la corsa di casa potrebbe rappresentare, almeno sulla carta, uno degli obiettivi più suggestivi qualora il recupero procedesse rapidamente.

    Se conosciamo bene Pogačar si può giurare che oltre che nelle classiche primaverili si imporrà con tutta probabilità sui giri a tappe a cui deciderà eventualmente di partecipare; ed è facile immaginare che sarà ai nastri di partenza della Vuelta 2027, l ‘unica delle grandi corse itineranti  in cui non  è ancora mai riuscito a imporsi.

    Stefano Marino

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