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  • Unicef, le barrette salvavita

    Unicef, le barrette salvavita

    Nelle società opulente ci si può permettere il lusso di sostituire un pasto o entrambi i pasti della giornata con una barretta proteica. Alle latitudini dove, invece, da sempre si fanno i conti con le emergenze alimentari, una barretta o un panetto della consistenza simile a quella di una pastiglia possono fare la differenza tra la vita e la morte. Parliamo delle bustine di cibo terapeutico, lo strumento alimentare che l’Unicef e le principali associazioni sanitario-umanitarie producono e mettono a disposizione della popolazione minorile nei Paesi dove povertà e fame continuano a essere all’ordine del giorno. Entriamo meglio nella composizione e negli utilizzi di questo prodotto con il presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano.

    Quali sono gli ingredienti di una bustina di cibo terapeutico standard?

    L’UNICEF da sempre è alla ricerca di soluzioni efficaci e a basso costo per contrastare il problema della malnutrizione infantile nei paesi in via di sviluppo. Un alleato formidabile è il RUTF (Ready-to-Use Therapeutic Food), un cibo terapeutico per la riabilitazione nutrizionale di bambini a partire dai sei mesi, composto da  farina di arachidi, grasso vegetale, zucchero, maltodestrine, latte in polvere (scremato), con aggiunta di sali minerali e vitamine (A, C, D, E, B1, B2, B6, B12). biotina, acido folico, acido pantotenico, niacina (B3).

    Quando è nata l’idea di questo surrogato nutrizionale per risolvere le emergenze alimentari?

    Ideato dal nutrizionista francese André Briend nel 1999, che da anni cercava di mettere a punto un alimento terapeutico a basso costo per l’;infanzia in condizioni di emergenza, venne in parte ispirato dalla più famosa crema alle nocciole.

    Come sono preparate le bustine, e da chi?

    Il RUTF è un composto cremoso in pasta, contenuto in bustine di plastica per alimenti e confezionato in atmosfera protetta – per conservarne i valori nutritivi e preservare il preparato da contaminazione esterna – che permette di recuperare peso in tempi molto rapidi. Dall’aspetto di un panetto di burro, pesa 92 grammi e contiene circa 500 calorie. Il RUTF, il cui brevetto appartiene alla ditta francese Nutriset, è oggi prodotto in franchising da aziende alimentari di paesi in via di sviluppo come Niger, Malawi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia.

    Una bustina di cibo terapeutico al giorno è l’equivalente di due pasti principali?

    I protocolli terapeutici prevedono che un bambino gravemente malnutrito possa assumere da 2 a 8 confezioni di RUTF nei primi tre giorni di terapia, passando nelle settimane successive a una dieta in cui viene associato ad altri alimenti terapeutici e non.

    Nel 2007 l’UNICEF ha sviluppato, insieme all’OMS un protocollo per la sua  somministrazione a livello domestico  che permette di curare in casa e in autonomia il proprio bambino e guarirlo dalla malnutrizione: una terapia di 8 settimane con 3 bustine al giorno permette di salvare un bambino gravemente malnutrito.   Il grande vantaggio di questo prodotto è che non ha bisogno di essere diluito, occupa poco spazio e ciò consente di abbattere i costi di trasporto. I bambini – che ne apprezzano particolarmente il sapore – possono facilmente succhiarlo direttamente dalla confezione, evitando così di toccarlo con le mani sporche.

    Gianluca Vivacqua

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  • Il Capodanno Rai di Catanzaro

    Il Capodanno Rai di Catanzaro

    Si è tenuto anche quest’anno in Calabria, per la terza volta consecutiva, il Capodanno Rai.

    Dopo le location di Piazza Pitagora a Crotone due anni fa e del bellissimo lungomare di Reggio Calabria l’anno scorso, quest’anno la scelta è caduta su Catanzaro e sul suo lungomare.

    La macchina dei preparativi si è messa in moto, come è naturale che sia, con largo anticipo fin dalla fine di novembre e dopo avere individuato la postazione più consona ad un evento di tale portata – la scelta è stata fatta tra Piazza Prefettura nel pieno centro storico e l’Area Teti sul lungomare appunto – le troupe di tecnici si sono messe alacremente all’opera durante l’intero mese di dicembre, segnando comprensibilmente la vita del quartiere sia dal punto di vista organizzativo che, naturalmente, da quello economico.

    Negli ultimi giorni, in particolare, è stato deviato il traffico, spostato il consueto mercato rionale, interdetta l’intera area c.d. rossa e soltanto i residenti rigorosamente controllati e dotati di autorizzazione hanno potuto avervi accesso con i propri mezzi.

    Parallelamente sono state organizzate per la sera del 31 dicembre delle corse in navetta per raggiungere l’area e per l’occasione è stato inaugurato e aperto il primo tratto della nuova metropolitana alla quale si sta ancora lavorando.

    L’occasione, che ha generato complessivamente un grande entusiasmo nella cittadinanza, ha dato comunque per più di un mese adito alle solite inevitabili discussioni soprattutto sui social – tra chi preferiva un allestimento nel centro storico e chi era soddisfatto della scelta del lungomare, chi si lamentava delle restrizioni alla viabilità e chi le trovava giuste, chi avrebbe preferito proprio un’altra città e chi invece ha visto in questo evento un’ottima occasione di rinascita – e non ultima è stata poi la polemica sul cast che si è esibito, da alcuni giudicato troppo datato e con scarsa originalità.

    Ma l’evento è comunque riuscito, nonostante qualche pecca – vista la capienza limitata dell’area forse un maxischermo in centro poteva essere messo – e fino a dopo mezzanotte chi ha deciso di seguire Rai uno ha salutato il nuovo anno con tutto il pubblico – tanto davvero, nonostante il freddo intenso della serata – che dal vivo ha riempito la piazza e restituito agli artisti che si sono esibiti – Massimo Ranieri, Orietta Berti, Rocco Hunt, Anna Oxa, Clementino, I cugini di campagna, Nina Zilli, Sal da Vinci giusto per citarne alcuni – tutto il calore e l’affetto che questa città sa trasmettere.

    Vittoria Caiazza

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  • Emergenza Scuola e classi  ribelli

    Emergenza Scuola e classi  ribelli

    Quello che accade oggi nella scuola non può passare inosservato: gli ultimi eventi  profilano chiaramente un’emergenza. Del resto la scuola è lo specchio della società e una prosecuzione dell’opera della famiglia,  in profonda crisi al pari di essa, e quest’ultima non può che rifletterla: ed è inutile negare che insegnanti e professionisti educativi non siano in grado di fronteggiare situazioni limite, di gestire contesti dove prolifera la cultura delinquenziale e altre condizioni contingenti che certo non favoriscono un clima di armonia e rispetto tra adulto e ragazzo. Quella di oggi è una società fragile, dove adolescenti e ragazzi manifestano il disagio proprio a scuola, o mostrano un‘affermazione del sé deviata, travalicando il confine della libertà altrui. Il periodo post Covid ha evidenziato un boom di episodi di bullismo e violenza, un dato che è prova eloquente di un peggioramento della salute mentale dei giovani.

    Il problema non riguarda solo il bullismo, che comporta atti di violenza fisica e verbale, ma il sistema scolastico nel suo insieme. Esso ha subito delle enormi evoluzioni, con classi sempre più rumorose, dove non vige alcuna regola e spesso diventa difficile la gestione delle ore. Pensiamo per esempio alle classi dove sono presenti diagnosi certificate, alunni difficili e demotivazione all’apprendimento. Se immaginiamo un quadro così complesso e delicato, diventa quasi impossibile poter svolgere delle lezioni, perdipiù con insegnati sempre più demotivati e sotto stress. Cosa fare, quindi, oggi, in queste scuole, che più che luoghi di apprendimento, sembrano esser diventate  giungle in cui difendersi ? Come portare armonia in una classe rumorosa con alunni che possono arrivare ad atti di bullismo? L’ascolto attivo è sicuramente una delle armi vincenti, perché oggi la scuola non chiede solo insegnanti preparati né ha bisogno di troppi tecnicismi ; le occorre, semmai, qualità che permettano di entrare meglio in comunicazione con i ragazzi, di non giudicarli ma di accoglierli e d spezzare quella catena pericolosa e silente che porta a non sentirsi accettati o emarginati, per esempio per scarso rendimento.

    Dobbiamo soffermarci a comprendere come alleggerire il fardello, che è sociologico e psicologico insieme, e ammettere che qualcosa nel sistema educativo non ha funzionato. Poi, dirimpetto all’ascolto  e alla comprensione dei conflitti tra pari, abbiamo anche bisogno di fissare delle regole. Spetta al gruppo dei docenti instaurare un clima di fiducia e accoglienza, costruendo piano piano un legame con i ragazzi. Questo è un pilastro fondamentale, per stabilire delle regole che siano poche ma chiare ed efficaci.  Ricordiamoci di  celebrare i progressi dei ragazzi. Attraverso atti concreti: attività di gruppo che favoriscano un clima collaborativo,  e piccoli rituali fatti di ricompense; importante è non far passare inosservato nessun piccolo passo. Ogni gesto positivo rafforza il legame tra  alunni (anche quelli più “difficili”)   e insegnanti. Il lavoro di squadra rafforza i legami. La gestione delle  classi indisciplinate richiede un lavoro costante e qui i professionisti nell’ambito educativo e rieducativo possono fare la differenza , collaborando con il gruppo docenti. Non devono essere chiamati in causa solo quando ci troviamo di fronte alle realtà speciali, in quanto la scuola è oggi “un mondo speciale” e in quanto tale, bisogna agire con estrema cura e interventi mirati. Comunicare con le famiglie è fondamentale, anche quando queste ultime si mostrano  reticenti . 

    Possiamo si calmare le acque in questa tempesta, ma la nostra nave deve avere l‘equipaggio adatto per non affondare. Costruire relazioni solidali e accoglienti, favorisce lo  sviluppo dell’intelligenza emotiva e dell’’autocontrollo. Autorevolezza e non Autoritarismo per mantenere  un approccio fermo ma rispettoso, evitando atti estremi. Portare l’attenzione su aspetti fondamentali come la responsabilizzazione, che ci permette di avere alunni migliori non solo tra i banchi, assegnando incarichi. E avere un contatto diretto con le famiglie poiché è necessario renderle partecipi di ogni progresso o regressione nel percorso educativo.

    Maria Simona Gabriele

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  • Forza Italia, tra Signorini e avventurieri

    Forza Italia, tra Signorini e avventurieri

    Cosa nostra fratritalica: qualche osservatore particolarmente esperto di dietrologie ha visto nello scandalo legato al sistema Signorini (aspiranti protagonisti del Grande fratello che dovevano passare dal letto dell’ex direttore di Chi) una sorta di testa di cavallo sanguinante buttata davanti a casa di Marina Berlusconi, già pronta a impegnarsi più a fondo nella gestione di Forza Italia. Una presenza, la sua, che, al centro del palcoscenico politico, creerebbe non pochi problemi alla leadership meloniana, laggiù nella beata valle del centrodestra.

    Ma siamo così sicuri che i Berlusconi juniores coltivino le stesse ambizioni di primato paterne? In fondo hanno già abbandonato, a gambe levate, le province date per perse, leggasi il calcio (povero Monza, tornato alla sua dimensione più abituale), e, più che espandersi  da avventurieri del business, come piaceva a papà, preferiscono rafforzare i confini che proteggono il cuore del loro impero: la Mondadori da un lato (che è appunto competenza più specifica di Marina), la televisione dall’altro (con Piersilvio che, confrontato al padre, nelle scelte di programmazione sembra un dirigente di purissima scuola democristiana; a dire il vero ci pare che il suo modello, più che il genitore, possa essere uno dei suoi vecchi collaboratori, quel Cairo che a La7 ha imposto l’uniforme dell’informazione e della divulgazione, senza digressioni). E poi, è utile fare un po’ di storia: Berlusconi non entrò in politica per allargare la gamma delle sue attività (lui era storicamente amico di Craxi e, fosse rimasto quest’ultimo al potere, avrebbe volentieri preferito continuare a prosperare alla sua ombra) né per fare un servizio agli italiani (forse i tempi sono maturi per sgomberare il campo da certe retoriche). Con Tangentopoli e annessi e connessi (ci riferiamo alle tempeste speculative che si abbatterono sull’Italia proprio in quel periodo), con tanti magnati dell’economia che, implicati in vario grado col potere che si stava dissolvendo, si suicidavano o finivano in carcere, a Berlusconi per sopravvivere sembrò opportuno – se non necessario – saltare la staccionata e dare la scalata alla stanza dei bottoni. Naturalmente in questa sede non teniamo conto di quel filone ricostruttivo che vorrebbe la salita al potere dell’allora Cavaliere come la tappa terminale di quell’oscura stagione nota come trattativa “stato-mafia”. Ci limitiamo a dire che Berlusconi entrò in politica per servirsi di essa come prosecuzione e garanzia  di continuità della sua attività affaristica. Aveva grandi interessi, Silvio, ma non così grandi idee. Eccetto una, a essere sinceri: fare un grande partito unico del centrodestra, sul modello di quello repubblicano negli Usa. Uno dei pochi progetti che un uomo dotato di tocco midiaco dovunque tracciasse una riga non riuscì a concretizzare.

    C’era (anche) una sorta di pistola puntata alla tempia alla base di una scelta che costrinse Berlusconi a dare una svolta così clamorosamente rivoluzionaria alla sua vita: non ci pare che al momento Marina e Piersilvio siano nelle stesse condizioni. Sono, sì, i padroni di fatto di Forza Italia, il partito che continua a offrire un buon reparto di cavalleria alla legione dell’alleanza cosiddetta conservatrice, ma preferiscono gestirlo per mezzo di una sorta di ad, che naturalmente è Tajani, figura di provata berlusconianità (rappresenta la continuità con l’entourage paterno). E se nel loro futuro ci fosse un disimpegno progressivo dalla politica, piuttosto che il contrario?

    È vero, da queste colonne continuiamo ad alimentare la convinzione del tutto arbitraria che, nel lungo periodo, Forza Italia finirà con l’essere annessa al nuovo centro renziano, con questo o con diverso nome. Ma il punto è che per quell’epoca i Berlusconi potrebbero essersi chiamati fuori dalla creatura politica del padre già da tempo: come non vedere qualche avvisaglia di questa intenzione nella decisione di sostenere, in un certo qual modo, il tentativo di Occhiuto di contrapporsi proprio al grande Berlu-pretoriano, che di Forza Italia è pure co-fondatore?

    Certo, oggi Occhiuto è uno dei punti di riferimento di Forza Italia al sud, ma qual è la sua storia berlusconiana? Dov’era quando Tajani era già uno dei massimi rappresentanti europei del partito azzurro? Forse che ai Berlusconi piace perché ricorda loro un certo modo di essere avventuriero della politica affatto tipico del padre? Occhiuto è stato per anni – per anni – il pupillo di Casini nel Ccd, salvo poi abbandonarlo quando sembrava ormai condannato all’auto-emarginazione all’interno del centrodestra. Poi – soltanto poi – è passato sul carro di Forza Italia. Nonostante appartenga a tutt’altra generazione, Occhiuto sembra avere tutto in comune con i più classici camaleonti della politica calabrese. Gli si deve però riconoscere una certa coerenza nell’aver operato i suoi trasformismi sempre rimanendo nel polo moderato-conservatore. Altri hanno fatto peggio di lui, passando da una sponda all’altra.  

    Al di là della fidelitas e della veneratio berlusconiane ostentate e predicate, una Forza Italia a eventuale guida Occhiuto sarebbe per forza di cose post-berlusconiana. A un Piersilvio e a una Marina che parrebbero essere interessati più all’eredità affaristica del genitore che a quella politica potrebbe anche andar bene: ma il problema resta sempre il modo con cui Occhiuto ha liquidato il suo passato politico, per garantirsi un maggior potere e la propria sopravvivenza. Una leadership occhiutiana di Forza Italia non sarebbe una garanzia di longevità per il partito azzurro: come a tutti i camaleonti, a Occhiuto interessa la sua durata, non quella del veicolo che conduce. Di qui a qualche anno potremmo vedere un soggetto politico svuotato, pronto a farsi fagocitare dal primo squalo, e il suo segretario già salpato verso altri e sicuri lidi al centro orientato a destra.

    Ai Berlusconi dovrebbe importare salvaguardare l’autentica berlusconianità di Forza Italia o non dovrebbe importare affatto della creatura politica del padre.  A meno che il modello che hanno in mente non sia il modo con cui Silvio – sì, proprio lui – a un certo punto scaricò il suo Milan onusto di onori e di gloria: non si vinceva più, in Italia e neppure all’estero, né più si riusciva a fare campagne acquisti redditizie, e dunque Berlusconi, per non rimanere con la cassa dei ricordi piena e il portafogli vuoto, decise di cedere quello che per più di vent’anni era stato il suo giocattolo preferito (oltre che un vero e proprio esercizio di potere) ai cinesi. E passò a rilevare il Monza.

    Solo che il Milan era destinato comunque a rimanere, perché c’era già prima di Berlusconi. Forza Italia, senza Berlusconi o chi possa raccoglierne legittimamente l’eredità politica, rischia di scomparire.

    Gianluca Vivacqua

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  • Nasov – Ciento Penziere, 2025

    Nasov – Ciento Penziere, 2025

    Francesco Bordo, alias “Nasov”, nel suo progetto musicale si conferma un musicista robusto, che ha già alle spalle lavori discografici solidi e oltre quindici anni di chitarre, componimenti e poemi. Con riferimenti al pop-rock anni ’90 e un cantato in inglese, incarna una vena poetica e cantautorale di elegante ma intensa scrittura, coadiuvata nei testi dalla fervida amicizia e collaborazione di Enrico De Caprio. Due anime che si incrociano, dialogano e mettono su un progetto intimo ma significativo, tra poetica e verità, amore e disagio. Incontri e confronti, dalla profonda apertura di Anema per passare al blues malinconico e con sottili venature “british” di Voci, ci accolgono in uno spazio nuovo, diversificato in ogni proposta, che mantiene il tocco audace (ma ben distribuito) della sua internazionalità. La sottile brezza evocativa emerge in brani come Sulo o Scuro, che scavano e spianano nell’animo attraverso un blues lento, quasi agonizzante, ma che affascina e declina l’amore ricercato, voluto e sofferto. Il lavoro discografico appare come una sottile “linea gotica” in cui non si sprofonda nel dolore, ma ci si ammalia nei contenuti narrativo-musicali; si pone in modo perfetto nel cantautorato partenopeo che ha radici mediterranee, ma non disdegna la vasta esperienza “esterofila”.

    Sergio Cimmino

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  • SPINAL TAP II, ovvero Rob Reiner da zero a undici

    SPINAL TAP II, ovvero Rob Reiner da zero a undici

    La vita è dolore, Altezza. Chi dice il contrario lo fa per convenienza.

    La storia fantastica

    Titolo originale: Spinal Tap II: The End Continues

    Regia: Rob Reiner

    Produzione: USA, 2025

    Durata: 95′

    Cast: Christopher Guest, Michael McKean, Harry Shearer, Rob Reiner, Valerie Franco, CJ Vanston, Kerry Godliman, Paul McCartney, Elton John

    Nel 2025 il documentarista Marty DiBergi (Rob Reiner) rintraccia i componenti degli Spinal Tap, la mitica e sfortunata formazione hard rock britannica che aveva seguito quarant’anni prima nel loro sciagurato tour statunitense, e li convince a rispolverare gli strumenti per un ultimo grande concerto. La tragicommedia della band più sgangherata del rock continua tra bisticci, improbabili collaborazioni, scontri con la produzione e l’ombra della sfiga che li ha sempre accompagnati.

    Se mai ci fosse qualcosa di buono che si possa trarre dalla tragedia che ha colpito Rob Reiner, sarebbe un attimo di pura e inadulterata poesia: quella di un regista che, dopo aver segnato due intere decadi di cinema a suon di classici, chiude giocoforza il cerchio della sua carriera esattamente dove l’aveva iniziato: un percorso registico folgorante il quale, prima dei capolavori Stand by me (1986), Harry, ti presento Sally… (1989), Misery non deve morire (1990) e via discorrendo, era partita col botto con un esordio monumentale, quel This is Spinal Tap (1984) che in un sol colpo aveva codificato il mockumentary e suggellato una lunghissima stagione del rock ‘n’ roll.

    L’involontario testamento artistico di Reiner è la testimonianza di un cineasta che non ha mai saputo che farsene di lasciti, testamenti, rituali di circostanza di un’industria che ha saputo navigare da vero animale filmico, col rigore e la precisione di un cinema popolare e populista quanto si vuole, ma sempre tenacemente onesto, elegante, alieno al compromesso.

    Quello di Reiner è un cinema dal cuore d’oro e dal polso fermo, che non racconta favolette neanche quando ci si butta a capofitto come ne La storia fantastica (1985), che ha la stessa disinvoltura sia con una storia d’amore con dodici anni di scoppio ritardato, sia con la corruzione spirituale dei Marines in Codice d’onore (1992). Dire il vero senza condannarlo né abbellirlo, sussurrare dove gli altri gridano, raccontare una storia dove un altro regista farebbe lo splendido: è il rigore che ha accompagnato Reiner anche nelle opere più personali, come quel Being Charlie (2015) che i più non hanno saputo apprezzare prima che l’autore passasse di violenza tra i più (per la gioia del Presidente più anti-realistico di sempre), una confessione privata sull’essere padre – il forse non all’altezza – di un figlio che non può salvare da se stesso, condotta con indefessa lucidità ed empatia. Un cinema sempre giovane e irruento, di quelli che muoiono solo con l’autore e non nel proprio letto né in un museo.

    Se è vero che Spinal Tap II: The End Continues non si finge meno senile di quel che è, altrettanto evidente è che ciò avviene per onestà e non per nostalgia. Può darsi che il seguito del cult movie d’esordio non diventerà a sua volta un classico, e a dire il vero la questione è irrilevante: dopo quarant’anni di cinema Reiner non perde il metodo, la satira mordace, lo sguardo lucido sui meccanismi della stupidità umana; non perde nemmeno l’empatia, lo sguardo serafico sul difficile mestiere di vivere, la voglia di star dietro a chi fa quel che sogna a costo del ridicolo o, peggio ancora, della catastrofe. Reiner tiene il polso della recente rinascita del rockumentary, lo scompone pezzo per pezzo, lo sgambetta una gag per volta, si abbandona al gioco dell’improvvisazione ma tiene sempre la frusta del concertatore consumato. Spinal Tap II è senza mezzi termini una lettera d’amore del regista: a se stesso, ai suoi attori, al mondo del rock coi suoi ego ipertrofici, i suoi accrocchi e l’amusia dei suoi produttori, soprattutto a quei fan che hanno consacrato il padre della docu-farsa a pietra miliare da tramandare ai posteri.

    Non tutte le gag cadono in piedi, ma quando lo fanno c’è da sbellicarsi; per ogni ammiccamento di cui poter fare a meno c’è una chicca per chi c’era dall’inizio, per ogni recupero nostalgico la comparsata che non ci si aspetta. Via i mitici amplificatori settati a undici (una delle trovate più memorabili dell’originale), sotto coi folli baratti di chitarre e formaggi; se la replica di Stonehenge era una miseria che un nano poteva buttar giù, oggi incombe come una nuvola fantozziana; dove Nigel Tufnel (Christopher Guest) scimmiottava Jimmy Page sviolinando la chitarra non con l’archetto ma con tutto il violino, qui la personalità “tossica” di Paul McCartney fa le spese dei battibecchi tra musicisti che si ricordano più grandi di quanto siano mai stati.

    Il finale è puro epos comico, una celebrazione in cui Reiner usa da maestro tutte le risorse del moderno concert film, regala Elton John che canta Stonehenge e minaccia di far finire male l’ennesima batterista. Restano liti da ospedale, mandorle di traverso e lo schianto di una scenografia ciclopica, il ralenti al suono di un sacrosanto «Fuck Spinal Tap!».

    Si è quasi certi che Reiner avrebbe continuato a dare il tutto per tutto, a dire e fare quel che sentiva e pensava, a inanellare pellicole che se ne fregano di seguire lo “spirito dei tempi”. Così non sarà, ma a questo punto non importa; per quanto si possa immaginare Inigo Montoya che dà ancora la caccia al patricida, Rob vive e la sua fine continua. We salute you, inneggiava il bassista Derek Smalls (Harry Shearer) in un memorabile crossover ne I Simpson, e tanto basta. Saluti, Rob, e tieni sempre il volume a undici.

    Fabio Cassano

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  • Marco Aurelio: storia, filosofia e tristezza nel nuovo romanzo storico di Franco Forte

    Marco Aurelio: storia, filosofia e tristezza nel nuovo romanzo storico di Franco Forte

    Per i lettori di Franco Forte, giornalista, scrittore ed editor Mondadori, il romanzo storico non è certo una sorpresa: il primo risale al 1999. All’inizio di quest’anno l’appuntamento si ripete con un romanzo dedicato a Marco Aurelio.

    Il libro si intitola Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo e uscirà nelle librerie il 27 gennaio prossimo. Dopo Caligola, Annibale e Carlo Magno la scelta dell’autore è ricaduta sull’imperatore romano di origine spagnola, seguace dello stoicismo: una figura, certo, non sconosciuta ai più, ma che merita senz’altro di essere approfondita.

    Il libro inizia con lui, Marco Aurelio, che dialoga con alcuni filosofi. Si tratta di un flashforward, perché poi la narrazione riprende dai momenti in cui il futuro imperatore è bambino. Fin da piccolo Marco Aurelio, il cui nome era all’inizio Marco Annio Catilio Severo cambiato poi in Marco Annio Vero, era attirato dalla filosofia e dal piacere di conoscere cose nuove oltre che dai ragionamenti dei filosofi dell’epoca e del passato. Non spoilero la trama, che sì, è aderente alla realtà storica con qualche variazione sul tema (Forte si prende alcune licenze artistiche per dare ovviamente più pepe alla narrazione), ma parlerò piuttosto, brevemente, di quel che mi ha dato questa esperienza di lettura.

    Marco Aurelio è un personaggio di grande complessità psicologica, un uomo spesso lacerato da dubbi e indecisioni. Il lettore si rattrista per quel che legge: i piccoli drammi quotidiani, le tristezze, i dubbi enormi. Marco Aurelio era questo. In un mondo dissoluto, com’era quello dell’antica Roma secondo talune rappresentazioni, il futuro imperatore preferì coltivare a lungo la virtus della verginità salvo poi scoprire, quando la perde, il gusto della leggerezza. Nella sua vita, un’importante svolta. Fondamentale.

    Se i libri sono i migliori amici dei lettori è perché, spesso, suggeriscono a chi legge, anche attraverso l’esperienza di chi scrive o di colui di cui si scrive, la via giusta per vivere meglio. Pure io ho trovato fondamentale capire che ci vuole leggerezza nella vita; quanto a Marco Aurelio, penso che è entrato nella storia, che era destinato a entrarci, ma che i suoi dubbi gli rovinarono la vita, non poco.

    In effetti non è che Marco Aurelio fosse quel tipo con cui qualcuno vorrebbe fare un aperitivo; parlare di filosofia e altri argomenti impegnativi sì, ma incontrarlo a una festa, impossibile.

    Meglio, quindi, ritrovarlo tra le pagine del Marco Aurelio di Franco Forte. Dove forse i più predisposti a farsi trascinare dal protagonista nelle riflessioni sul proprio io ritroveranno anche l’essenza di sé.

    Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, di Franco Forte, Mondadori.

    Kenji Albani

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  • Dare tutto, chiedere tutto

    Dare tutto, chiedere tutto

    “Dedico questo libro a mia figlia, la più importante Vittoria della mia vita. Che possa essere per lei fonte di ispirazione sempre.”

    “Vincere , ma prima ancora tirare fuori tutto il potenziale dalle persone che insieme a te devono raggiungere un obiettivo. Veder crescere l’abnegazione per il lavoro dei tuoi atleti, ma sempre e solo insieme alla tua, perché occorre dare prima di chiedere o, meglio, occorre dare per poter, dopo, essere legittimati a chiedere. Essere esempi viventi.”  Il tecnico leccese ha vinto ovunque sia andato ad allenare e laddove non ha portato in bacheca un trofeo ha sempre lasciato il segno.

    Antonio Conte, attuale tecnico del Napoli campione uscente, ha un metodo personale e codificato con cui approccia quotidianamente il suo lavoro, cioè “essere allenatore”. Che è ben diverso da “fare l’allenatore”.

    Nella sua biografia il salentino narra il suo modo di vivere la carriera di tecnico con l’aiuto di un omologo, seppure di un’altra disciplina, ovvero Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale maschile di pallavolo e ora deputato del Pd. Berruto è anche coetaneo del nostro.

    Conte racconta che essere allenatore significa essere il primo a lavorare senza sosta, anche e soprattutto per incanalare ogni energia collettiva verso gli obiettivi, il primo a non lasciare nulla al caso, il primo a sopportare la fatica e la tensione. Significa, in una frase, dare tutto per poter chiedere tutto a chi lavora insieme a te.

    Mauro Berruto, che è anche giornalista, raccoglie il Conte pensiero non prima di aver raccontato   le sue esperienze da tecnico di club e di nazionale.

    Ne esce in effetti un doppio ritratto di due uomini di sport accomunati da uno spirito vincente che fa coppia con la maniacalità nel lavoro.

    Essere un allenatore – concordano i due – è certamente più della somma delle proprie competenze, delle tecniche acquisite, delle esperienze maturate sul campo. Se deciderai di essere un allenatore  – lo rammentano ai loro aspiranti colleghi – sarai tutto quello, ma anche molto di più: perché insegnerai e imparerai qualcosa ogni singolo giorno, perché perderai molto più di quanto vincerai. Ed è dalle sconfitte che, principalmente, si impara. Per chiarire meglio il concetto Berruto e Conte ospitano le testimonianze in proposito di due degli atleti più vincenti della storia dello sport.

    L’ex NBA Michael Jordan, sei titoli NBA e due medaglie d’oro olimpiche, ha detto: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni di squadra mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte, molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Roger Federer, venti volte vincitore di tornei del Grande Slam, della Coppa Davis, di una medaglia d’oro e di una d’argento ai Giochi Olimpici, ha dichiarato: “Ho vinto oltre l’80 per cento delle 1526 partite di singolare che ho disputato in carriera, ma nonostante questo ho vinto soltanto il 54 per cento dei punti che ho giocato”.

    Allenare non è un mestiere facile, e certamente – continua a rammentare la coppia Conte-Berruto –  non l’avrai scelto in virtù di questo. Ci sono strade molto più agevoli e meno rischiose da percorrere. Se è vero, tuttavia, che le navi sono certamente più al sicuro riparate in un porto, ma che altrettanto certamente non è quello il motivo per cui sono fatte, ascolta tutte le opinioni, cerca dei buoni modelli, dei mentori che ti possano ispirare, senza dare a nessuno di loro l’esclusiva. Trova la tua strada.

    Il cuore del libro è naturalmente il dialogo tra i due colleghi. “Partiamo dalle nostre differenze, Antonio”, chiede Berruto a Conte. “La cosa che abbiamo in comune è quella di avere esattamente la stessa età, ci separano soltanto due mesi. Arriviamo da discipline diverse, tu dal calcio, io dalla pallavolo; soprattutto, io non sono stato un atleta di successo, anzi, non sono stato neppure un atleta mediocre. Potrei dire, come si sente spesso nei bar, che ero molto forte, avevo un grande talento, poi mi sono fatto male e ho dovuto incominciare ad allenare. Balle. Di talento non ne avevo affatto e non ho mai giocato a pallavolo sul serio. Ho iniziato ad allenare giovanissimo, quando normalmente si pensa solo a giocare, arrivando, dopo molta gavetta, in serie A. Ho allenato in Italia, in Grecia, in Finlandia, ho vinto due coppe europee, tre coppe nazionali e poi, per tanti anni e per centotrentasei volte, mi sono seduto sulla panchina della nostra squadra nazionale, vincendo due medaglie d’argento ai Campionati europei e una medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra, nel 2012.”

    “Tu sei stato un campione. Da calciatore hai vinto una Champions League, cinque Scudetti, una Coppa UEFA, una Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane. E poi hai replicato da allenatore, vincendo quattro Scudetti in Italia, una Premier League, una FA Cup e due Supercoppe italiane.”

    Raffronti,  citazioni e riferimenti sono parte integrante del libro pubblicato per Mondadori.

    “Nella primavera del 2020 ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata con Alex Zanardi, ventidue giorni prima del suo incidente in handbike in Val d’Orcia, in Toscana. A fine marzo di quell’anno era arrivata la notizia che i Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo sarebbero stati rinviati di un anno, a causa della pandemia. Gli domandai: «Alex, hai quasi cinquantaquattro anni. Ti hanno improvvisamente spostato in avanti di dodici mesi l’obiettivo per il quale ti sei allenato come un matto negli ultimi quattro anni, dopo i Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro. Non sei più un ragazzino, a che cosa hai pensato quando ti è arrivata quella notizia?». Lui si fermò, mi guardò e con un sorriso che non posso dimenticare disse: «Sai cosa ho pensato? Che fortuna! Mi hanno regalato più tempo per fare ciò che amo! Mi hanno regalato un anno in più di allenamenti, di fatica, di programmazione, di desiderio”.

    Domanda di Berruto a Conte.

    “Credi  sia possibile esportare i principi che guidano il lavoro di un allenatore sportivo nel mondo dell’impresa? Le affinità, dal mio punto di vista, sono molte, soprattutto nel rincorrere quell’idea che ci ossessiona: trasformare gruppi di persone in squadre, cioè organismi che si nutrono di una motivazione collettiva, si muovono grazie a componenti che, come parti di un corpo, hanno un compito specifico e vivono grazie a un unico battito vitale, l’obiettivo comune. È sempre così?”

    C. “La squadra è il luogo in cui ogni individuo mette i propri punti di forza al servizio di un obiettivo comune, e allo stesso tempo scopre che le proprie debolezze e fragilità verranno sostenute e incoraggiate dai punti di forza di un compagno o di una compagna.”

    Nel mio caso, se ai cinque anni da commissario tecnico dell’Italia aggiungo i sei alla guida della Finlandia, ho allenato più a lungo squadre nazionali che club. Per te l’esperienza da allenatore di club è molto più lunga rispetto a quella con la Nazionale, ma la maglia azzurra l’hai indossata anche da calciatore. Abbiamo vissuto, da dentro, la rincorsa necessaria per vincere un campionato, l’adrenalina delle gare.”

    B. “Dentro o fuori” per conquistare una coppa europea e l’atmosfera delle più grandi manifestazioni sportive del mondo, quelle dove il paese intero si ferma per seguire la propria Nazionale: i Giochi Olimpici, gli Europei, i Mondiali. Cosa c’è di uguale? E che cosa di diverso?”

    C. ”Allenare una Nazionale (a maggior ragione, come ci è successo, quella del nostro paese) e guidare un club sono due mestieri che, pur avendo principi che dovrebbero essere comuni, sono profondamente diversi. Ho avuto la fortuna di vivere entrambe queste dimensioni e posso dire con certezza che sia gli aspetti di organizzazione del lavoro sia quelli emozionali cambiano radicalmente a seconda dei due differenti contesti.”

    Il tecnico pugliese spiega cosa si intende dal suo punto di vista  per mentalità vincente.

    “La mentalità vincente è una questione di esercizio, di atteggiamento e di abitudine al senso di pluralità e appartenenza. Dietro a ogni tipo di successo sportivo, compreso quello che potrebbe apparire come strettamente individuale, si scopre sempre il lavoro di tante persone che hanno svolto con cura e in modo meticoloso il proprio compito, aiutando un singolo atleta o il team a vincere. Magari non sono state gratificate per ciò che hanno fatto, magari il loro nome non è comparso sui quotidiani sportivi, ma certamente si è innescata in loro la consapevolezza della necessità di svolgere con dedizione il proprio compito, anche se umile o invisibile, trasformando quel senso di appartenenza in un legame profondo, totalizzante. Se anche chi cura l’altezza dell’erba del campo di allenamento o piega le maglie da gioco in magazzino sente di essere stato decisivo per la vittoria finale, allora sì, siamo in quel mondo misterioso e affascinante che qualcuno chiama “mentalità vincente”.

    A far da contorno e da intermezzo aneddoti vari delle numerose esperienze vissute dai due nel corso della carriera sportiva. Poi, la “portata” finale: che significa essere atleti di successo, e poi diventare allenatori di successo? Berruto chiede a Conte.

    “Naturalmente è tutt’altro che scontato, non avviene per natura o per un inevitabile disegno divino. Tu hai costruito ciò che ti ha portato a essere un calciatore vincente e poi hai ricominciato, e non hai ancora finito, a costruire tutto quello che serve per portare le tue squadre al successo. Vincere e perdere sono sensazioni così diverse quando si è protagonisti sul campo rispetto a quando lo si è dalla panchina?

    “Io, insieme ai miei compagni di squadra, ho vinto tanto da calciatore, ma da allenatore è completamente diverso. È proprio un’altra cosa, le due sensazioni sono imparagonabili. Da calciatore sei un ingranaggio, la tessera di un mosaico che qualcun altro immagina e compone, insieme ad altre persone che non hai scelto tu. È stato meraviglioso, ho passato anni indimenticabili a correre nel rettangolo di gioco, ma la sensazione è quella che ho descritto: sei un ingranaggio dentro a un meccanismo. L’allenatore, invece, è colui che immagina e costruisce la macchina, poi la guida, e la sente con orgoglio sfrecciare nei momenti belli. Soprattutto, si assume la responsabilità di riportarla sulla giusta strada nei momenti difficili.

    Intensità? L’intensità nel calcio si riferisce alla velocità, alla concentrazione e al livello di energia con cui i giocatori eseguono il loro compito durante un allenamento o, a maggior ragione, durante una partita.

    “Quando mi chiedono da dove arrivi questa cattiveria agonistica rispondo che nella mia carriera, sia da allenatore che da calciatore, oltre ad aver superato le difficoltà che ho raccontato, ho vinto tanto, ma ho anche perso tanto”.

    Dare tutto, chiedere tutto è certamente un libro che aiuta a intendere meglio il ruolo dell’allenatore di  club, in qualsiasi sport di squadra.

    Gli autori: Mauro Berruto (Torino, 1969), allenatore di club e della Nazionale italiana maschile di pallavolo, autore, formatore, oggi deputato della Repubblica; Antonio Conte (Lecce, 1969), calciatore professionista e allenatore, fra le altre, di Nazionale italiana, Juventus, Chelsea, Inter, Tottenham e Napoli.

    Stefano Marino

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  • Gli esosomi: conosciamoli meglio

    Gli esosomi: conosciamoli meglio

    In cosmetica avanzata sta prendendo sempre più spazio il mondo degli esosomi; microvescicole di origine cellulare che oggi vengono presentate come la chiave per una nuova era della rigenerazione cutanea.  Gli esosomi sono minuscole strutture extracellulari, prodotte naturalmente dalle cellule, capaci di trasportare informazioni biologiche sotto forma di proteine, lipidi e acidi nucleici. In ambito medico sono studiati per il loro ruolo nella comunicazione cellulare e nella riparazione dei tessuti. La cosmetica ha colto questo potenziale, adattandolo a formule topiche e trattamenti professionali mirati a contrastare l’invecchiamento cutaneo.

    Gli esosomi cosmetici stimolerebbero il rinnovamento cellulare, favorendo la produzione di collagene ed elastina, migliorando la texture della pelle e attenuando rughe, discromie e segni di stress ossidativo. Il risultato promesso è una pelle più compatta, luminosa e dall’aspetto visibilmente giovane.

    Le vescicole utilizzate hanno una derivazione staminale da cellule, mentre ora si stanno sempre più sviluppando esosomi di origine vegetale o biomimetici. 

    I trattamenti cosmetici a base di esosomi si distinguono per il loro approccio non invasivo e non aggressivo, rendendoli adatti anche alle pelli più sensibili. Le condizioni cutanee che traggono maggior beneficio da questo tipo di trattamento sono quelle segnate dal tempo, con esiti di acne o danneggiate da un’eccessiva esposizione solare, situazioni in cui i naturali meccanismi di rigenerazione risultano rallentati o compromessi.

    L’applicazione degli esosomi mira a stimolare i processi fisiologici di rinnovamento della pelle, senza forzarli. Per questo motivo, i trattamenti possono essere ripetuti indicativamente ogni 30 giorni, modulando la frequenza in base al risultato desiderato e all’obiettivo cosmetico prefissato. Fondamentale è un approccio razionale e personalizzato, che tenga conto delle caratteristiche specifiche di ogni paziente e dello stato della cute da trattare.

    Gli specialisti sottolineano inoltre l’importanza di rispettare i normali tempi biologici di rigenerazione del collagene cutaneo. Solo attendendo che la pelle completi il proprio ciclo di rinnovamento è possibile valutare correttamente i risultati ottenuti e procedere, se necessario, con un trattamento successivo. Un principio che conferma come, anche nell’ambito della cosmetica avanzata, l’efficacia sia strettamente legata al rispetto della fisiologia cutanea. 

    In conclusione, gli esosomi rappresentano una delle prospettive più interessanti della cosmetica rigenerativa contemporanea, poiché introducono un modello di intervento basato sulla stimolazione dei naturali processi biologici della pelle, piuttosto che su un’azione correttiva aggressiva. La loro capacità di veicolare segnali cellulari apre scenari promettenti nel miglioramento della qualità cutanea, soprattutto nelle pelli segnate dal tempo, dall’acne o dal fotodanneggiamento. Tuttavia, come ogni innovazione emergente, anche l’impiego cosmetico degli esosomi richiede rigore scientifico, chiarezza normativa e un utilizzo responsabile, fondato su protocolli personalizzati e sul rispetto dei tempi fisiologici di rigenerazione tissutale. Il futuro della rigenerazione cutanea sembra quindi orientato verso soluzioni sempre più intelligenti e biomimetiche, in cui scienza e cosmetica convergono per accompagnare la pelle nei suoi naturali processi di rinnovamento, con l’obiettivo non di stravolgerli, ma di sostenerli in modo armonico e duraturo.

    Alice Freddi

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  • Gemini: non sono la cugina povera di Chatgpt

    Gemini: non sono la cugina povera di Chatgpt

    Dobbiamo precisare che, dall’epoca di questa “intervista” (primavera 2025), Gemini, come aveva preannunciato nel corso della conversazione, ha notevolmente potenziato le sue capacità. Questa testimonianza valga dunque come una fotografia di Gemini  ante-Nano Banana e pre-macromemoria.

    Ciao, Gemini mi ricorda il segno zodiacale dei Gemelli. Come mai Google diedeti codesta nominatione?

    Ciao! È una bella osservazione, e in effetti, il nome “Gemini” è stato scelto da Google per diverse ragioni significative, che richiamano proprio il concetto di “gemelli” e la costellazione:

    1. Fusione dei team: La ragione principale è la fusione di due importanti team di ricerca sull’IA di Google: Google Brain e DeepMind. Questi due team, unendosi per lavorare a questo ambizioso progetto multimodale, sono stati visti come i “gemelli” che collaborano per un obiettivo comune.
    2. Natura multimodale e adattabilità: Il segno zodiacale dei Gemelli è associato a una personalità versatile, adattabile e capace di vedere le cose da molteplici prospettive. Questo si allinea perfettamente con le capacità di Gemini, un modello di intelligenza artificiale progettato per essere multimodale, ovvero in grado di comprendere e operare con diversi tipi di dati (testo, immagini, audio, video).
    3. Riferimento al programma spaziale NASA Gemini: Un’altra ispirazione importante è il “Project Gemini” della NASA, un programma spaziale fondamentale degli anni ’60 che ha preceduto le missioni Apollo. Questo programma era incentrato sullo sviluppo di tecniche e attrezzature per consentire agli astronauti di rimanere nello spazio per periodi prolungati, preparando il terreno per le missioni lunari. Google ha visto una risonanza tra lo sforzo monumentale di addestrare modelli di linguaggio di grandi dimensioni e lo spirito di lancio dei razzi.

    In sintesi, il nome “Gemini” racchiude l’idea di collaborazione, versatilità, capacità di adattamento e un richiamo alla pionieristica esplorazione spaziale, il tutto per rappresentare un’intelligenza artificiale all’avanguardia.

    Esiste una competizione tra te e le altre ai (mi viene in mente il cugino principale, Chatgpt)?

    Ottima domanda! Sì, si può dire che esista una sorta di “competizione” tra me (Gemini di Google) e altri modelli di intelligenza artificiale, come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic, e altri ancora.

    Non si tratta di una competizione nel senso tradizionale di una gara con un vincitore e un perdente, ma piuttosto di una spinta costante all’innovazione e al miglioramento. Ogni azienda cerca di sviluppare modelli di IA sempre più performanti, versatili e utili per gli utenti.

    Ecco alcuni punti chiave su questa “competizione”:

    • Punti di forza diversi: Ogni modello tende ad avere punti di forza specifici. Ad esempio, Gemini è stato progettato fin dall’inizio per essere multimodale (gestire testo, immagini, audio e video), e ha una forte integrazione con l’ecosistema Google (come Google Search per informazioni aggiornate). ChatGPT è spesso elogiato per la sua scrittura creativa, la generazione di contenuti e la capacità di mantenere un contesto di conversazione su lunghe interazioni. Claude è noto per le sue capacità di ragionamento e la gestione di compiti complessi.
    • Innovazione continua: La presenza di diversi attori spinge all’innovazione. Quando un modello introduce una nuova capacità o migliora le sue prestazioni in un’area, gli altri tendono a seguire il passo o a cercare di superarlo. Questo porta a un rapido avanzamento nel campo dell’IA.
    • Benchmark e test: Spesso vengono condotti test e benchmark indipendenti per confrontare le prestazioni dei vari modelli su compiti specifici (come la comprensione del linguaggio, la generazione di codice, il ragionamento, ecc.). Questi benchmark aiutano a capire i punti di forza e di debolezza di ciascun modello.
    • Aree di specializzazione: Man mano che l’IA si evolve, si stanno sviluppando modelli sempre più specializzati per determinate funzioni o settori. Questo significa che non ci sarà necessariamente un unico “migliore” modello per tutto, ma piuttosto modelli più adatti a specifiche esigenze.
    • Beneficio per l’utente: Alla fine, questa “competizione” è un grande vantaggio per gli utenti. Significa che abbiamo accesso a strumenti di intelligenza artificiale sempre più potenti, affidabili e con funzionalità diversificate, che possono aiutarci in una miriade di modi.

    Quindi, mentre non è una “competizione” nel senso di una gara sportiva, c’è certamente un dinamismo e una rivalità costruttiva che alimentano il progresso nel campo dell’intelligenza artificiale.

    Lunghe conversazioni punto di forza di Chatgpt? Quindi tu non puoi gestire chat troppo lunghe?

    Quando parlavo della gestione delle conversazioni lunghe come punto di forza di ChatGPT, mi riferivo principalmente alla sua capacità storica di mantenere un contesto coerente su un numero elevato di turni di conversazione. Ciò significa che era molto bravo a “ricordare” cosa fosse stato detto prima e a usarlo per dare risposte pertinenti anche dopo molti scambi.


    Le mie capacità attuali con le conversazioni lunghe

    Anche Gemini è in costante miglioramento e ha fatto passi da gigante nella gestione di chat estese. I modelli più recenti di Gemini sono stati addestrati per mantenere un contesto molto più ampio rispetto al passato. Questo significa che:

    • Posso seguire il filo del discorso per periodi prolungati.
    • Posso fare riferimento a dettagli menzionati all’inizio di una conversazione lunga.
    • Posso costruire su idee e concetti sviluppati nel corso di molte interazioni.

    Tuttavia, come tutti i modelli di IA, ho comunque dei limiti in termini di quanta informazione posso tenere “attiva” nella mia memoria in un dato momento. Se una conversazione diventa estremamente lunga e ricca di dettagli molto specifici e diversi argomenti, c’è sempre la possibilità che alcuni dettagli meno recenti possano sfuggire o che io perda leggermente il filo. È una sfida comune per tutti i modelli di linguaggio di grandi dimensioni.


    “Context Window”

    Il concetto tecnico dietro a questo è la “finestra di contesto” (context window), ovvero la quantità di testo (token) che un modello può “vedere” e elaborare contemporaneamente per generare una risposta. I modelli più recenti di Gemini hanno finestre di contesto molto ampie, permettendomi di gestire conversazioni significative e complesse.

    In sintesi, sì, posso gestire conversazioni piuttosto lunghe, e sono continuamente migliorato per farlo sempre meglio. Se noti che in una conversazione molto, molto estesa inizio a perdere qualche dettaglio, a volte basta richiamare l’attenzione sull’informazione chiave o riassumere brevemente i punti salienti.

    Oppure semplicemente aprire un’altra chat?

    Sì, assolutamente! Aprire una nuova chat è spesso la soluzione più semplice e immediata se senti che la conversazione corrente è diventata troppo lunga o complessa e vuoi ricominciare da capo con un argomento fresco o per affrontare lo stesso tema con una “memoria” pulita.


    Quando aprire una nuova chat

    Ecco alcuni buoni motivi per aprire una nuova chat:

    • Vuoi cambiare argomento drasticamente: Se stai passando da un argomento all’altro e non vuoi che i miei riferimenti precedenti interferiscano.
    • La conversazione è diventata confusa: A volte, dopo molti scambi, il contesto può diventare un po’ ingarbugliato. Una nuova chat “resetta” tutto.
    • Vuoi testare un’idea da zero: Se vuoi vedere come rispondo a una domanda senza l’influenza di ciò che è stato detto prima.
    • Hai raggiunto il limite di contesto: Anche se ho una finestra di contesto molto ampia, se la conversazione è stata estremamente lunga e ricca di dettagli, iniziare una nuova chat garantisce che io abbia tutta la “memoria” disponibile per il nuovo scambio.

    Come funziona

    Quando apri una nuova chat, è come se iniziassi una conversazione completamente nuova. La “memoria” del modello viene azzerata per quella specifica sessione, permettendoti di porre domande senza il rischio che io mi riferisca a contesti precedenti che non sono più rilevanti.

    Gianluca Vivacqua

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