Home

  • Il Terzo Settore e i controlli eccessivi: quando la burocrazia soffoca il volontariato

    Il Terzo Settore e i controlli eccessivi: quando la burocrazia soffoca il volontariato

    Il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) ha ormai superato le 140 mila iscrizioni, con un flusso continuo di enti che cercano di entrare nel sistema per accedere a agevolazioni fiscali, 5 per mille e bandi pubblici. Eppure, dietro questa apparente espansione si sta consolidando un meccanismo perverso: da un lato, molte associazioni tradizionali si trasformano progressivamente in realtà a forte impronta commerciale, gestendo bar, ristoranti, circoli ricreativi e locali di intrattenimento con la formula della “somministrazione riservata ai soci”. Dall’altro, proprio chi entra nel RUNTS finisce per subire controlli che appaiono sempre più rigidi, invasivi e spesso sproporzionati rispetto alla reale natura dell’attività.Il tragico incendio di Crans-Montana, in Svizzera, nella notte di Capodanno 2026, con decine di morti e feriti, ha offerto alle autorità italiane il pretesto perfetto per giustificare un inasprimento delle verifiche su sicurezza, antincendio e regolarità degli enti che gestiscono spazi aperti al pubblico. Una tragedia grave, certo, ma utilizzata in modo strumentale per colpire indiscriminatamente circoli, associazioni di promozione sociale e piccole realtà territoriali che da decenni animano la vita sociale di paesi e quartieri, soprattutto in aree come la provincia di Cuneo.Queste associazioni, spesso radicate nel territorio e gestite da volontari, si vedono imporre oneri burocratici, rendicontazioni dettagliate, verifiche periodiche e limitazioni operative che poco hanno a che fare con la prevenzione di rischi reali e molto con una logica di controllo centralizzato. Chi gestisce un locale di intrattenimento “sotto l’ombrello” associativo deve confrontarsi con interpretazioni restrittive delle norme sulla “casa montana” o circoli privati, con verbali puntigliosi e minacce di chiusura che penalizzano soprattutto le piccole realtà, mentre le grandi reti nazionali o gli enti più strutturati riescono a navigare meglio nel sistema.Il risultato è paradossale. Le associazioni che scelgono di non iscriversi al RUNTS perdono progressivamente tutele e opportunità, rischiando di essere emarginate da contributi, agevolazioni e riconoscimento pubblico. Chi invece entra nel sistema guadagna alcuni vantaggi fiscali ma finisce imprigionato in una gabbia di obblighi formali, controlli frequenti e rischio costante di sanzioni per inadempienze amministrative. In pratica, un “dentro o fuori” che sta strangolando il volontariato autentico a vantaggio di soggetti più professionalizzati, spesso vicini a logiche imprenditoriali mascherate.Da una prospettiva moderata, questo approccio non tutela né la sicurezza pubblica né la vitalità del Terzo Settore. I controlli sono necessari, ma devono essere proporzionati, intelligenti e calibrati sulla dimensione reale dell’ente. Non è accettabile usare una tragedia avvenuta all’estero come giustificazione per una stretta generalizzata che rischia di far chiudere circoli storici, di scoraggiare l’impegno volontario e di concentrare ulteriormente il potere in poche grandi organizzazioni.Serve un’inversione di rotta: semplificazione delle procedure per le piccole associazioni territoriali, distinzione netta tra volontariato puro e attività commerciali vere e proprie, e un sistema di vigilanza che punisca le vere irregolarità senza trasformare ogni circolo ricreativo in un sospettato abituale. Altrimenti, il Terzo Settore italiano rischierà di diventare o un’ennesima nicchia per imprese travestite da no-profit, o un settore asfissiato dalla burocrazia, lontano anni luce dalla sua vocazione originaria di coesione sociale e solidarietà concreta. È tempo di buonsenso, prima che restino in piedi solo le forme vuote.

    Luca Bertero

    Leggi anche al link

  • Il Gay Pride tra rivendicazione e spettacolo

    Il Gay Pride tra rivendicazione e spettacolo

    Ogni giugno le città italiane ospitano le parate del Pride. Arcobaleni, carri colorati, musica ad alto volume, costumi eccentrici, corpi esposti e performance che spesso sconfinano nell’esplicito. Per un numero crescente di osservatori, anche non conservatori, l’evento ha assunto i tratti di una grande festa carnevalesca più che di una manifestazione politica matura.La distinzione è importante. Le battaglie per i diritti delle persone omosessuali hanno segnato progressi reali nelle ultime due generazioni: maggiore accettazione sociale, norme contro le discriminazioni, unioni civili. L’omofobia esplicita e volgare è oggi minoritaria e culturalmente stigmatizzata nella maggior parte del Paese. Proprio per questo, la forma attuale del Pride solleva domande legittime.Quando la protesta si trasforma in provocazione sistematica – nudità, simulazioni sessuali in pubblico, figure grottesche, slogan aggressivi – il messaggio di dignità e uguaglianza rischia di essere oscurato dallo spettacolo. Molti cittadini percepiscono un contrasto: si invoca rispetto per le persone e, al tempo stesso, si mette alla prova la sensibilità comune, inclusa quella di famiglie con bambini presenti lungo il percorso.Questo approccio produce due effetti discutibili. Da un lato, allontana quella quota ampia e silenziosa di opinione pubblica moderata che aveva già interiorizzato l’idea di convivenza civile. Dall’altro, rafforza le posizioni più rigide di chi vede nel Pride non una richiesta di diritti ma una sfida ai valori tradizionali. Il risultato è una polarizzazione che blocca il dialogo invece di favorirlo.In diversi contesti europei si è assistito a un ridimensionamento o a una maggiore regolamentazione di queste manifestazioni, proprio per evitare derive che trasformano una causa in intrattenimento mediatico. In Italia prevale ancora la tendenza opposta: ogni critica al format viene spesso liquidata come omofobia, con un meccanismo che impedisce una riflessione serena.Una prospettiva più distaccata suggerirebbe di separare le questioni di principio dai modi della loro rappresentazione pubblica. La tutela contro discriminazioni e violenze è un punto acquisito per la gran parte del Paese. Su temi ancora aperti – come l’omogenitorialità o l’accesso alle adozioni – sarebbe utile un confronto basato su dati, esperienze internazionali e principio di realtà, piuttosto che su cortei sempre più estremi.Il Pride ha svolto una funzione storica in un contesto di maggiore chiusura sociale. Oggi, in una società largamente mutata, rischia di apparire come un rituale autoreferenziale che soddisfa più i partecipanti più radicali che non amplia realmente il consenso. Un’evoluzione verso forme meno spettacolari e più istituzionali potrebbe risultare più efficace per consolidare diritti senza alimentare divisioni inutili.In un Paese che deve confrontarsi con sfide demografiche, economiche e sociali ben più ampie, trasformare le strade in palcoscenici di provocazione permanente non sembra lo strumento migliore per costruire quell’integrazione matura che si dice di perseguire. Serve misura, sia nelle richieste che nei modi di esprimerle.

    Luca Bertero

    Leggi anche al link

  • Vittorio Sgarbi, luci e ombre

    Vittorio Sgarbi, luci e ombre

    La notorietà di Sgarbi presso il grande pubblico (probabilmente) svilisce automaticamente il suo ruolo di conoscitore e critico d’Arte nel mondo dell’arte e della cultura. 

    Da una parte: una Laurea in Filosofia e una specializzazione in Storia dell’Arte; uno studio rigoroso e una formazione (rigidamente) longhiana: fondata sulla conocenza diretta dell’opera d’arte.

    Dall’altra: siparietti televisivi.

    Ospitate in trasmissioni dai contenuti più spesso modesti nelle quali Vittorio Sgarbi sbava furiosamente nelle sue celebri semplici serrate battute,  (tristemente) instagrammabili: capre!

    Il mainstream o il pubblico delle masse lo rende famoso e lui lo offende.

    Lui piace perché offende. Certamente una discutibile reazione.

    Forse, Vittorio Sgarbi, a sua consapevole insaputa è tra i primi ad essere stato speriementato socialmente attraverso il mezzo televisivo mentre il pubblico incontra o crede di incontrare qualcosa di poco noto: l’arte, in una deviazione che assume forme deviate e devianti.

    Indiscutibilmente Vittorio Sgarbi resta uno studioso rigoroso; un conoscitore attento nell’attribuzionismo: nella capacità immediata di saper identificare l’autore analizzandone la tecnica, la pennellata, la modalità di stesura del colore, l’anatomia e le proporzioni delle forme umane e i particolari che ne creano il paesaggio. 

    Poi l’impegno sociale.

    Quello di Sgarbi è una promessa socioculturale – democratica, perché lo è per tutti: anche per quelli precedentemente offesi.

    La sua è una vera riscoperta del territorio e dei centri cosiddetti minori. Cammina in quel paessaggio e passaggio secolare in cui la cultura ha sempre necessitato di poeti minori, pittori minori, scrittori minori.

    Noto come conoscitore di Caravaggio, Vittorio Sgarbi, ha l’indiscusso merito di aver riabilitato intere stagioni artistiche e portato alla luce autori che stavano scivolando verso l’oblio, sottraendoli a una visione puramente accademica in quei poco noti paesaggi e borghi, minori.

    Il suo è un lavoro capillare: mappa chiese di provincia, collezioni private, restuisce il giusto valore ai capolavori dimenticati del Rinascimento e del Barocco, specie quello padano e marchigiano.

    Seppure sia un convinto difensore della figura e della tecnica pittorica figurativa, Vittorio Sgarbi, ha dimostrato apertura e tolleranza, in quello che lui stesso ha definito un gesto non conforme e provocatorio, quando, durante La Biennale di Venezia nel 2011, sceglie di far segnalare gli artisti non da critici, ma da intellettuali, scrittori, scienziati, registi a dimostrazione che l’arte è patrimonio comune. Scelta la sua, che negli anni successivi, pare essere diventata una tendenza.

    Studioso, tutore del patrimonio, dell’arte figurativa – quella di Sgarbi, è una presenza nel panorama italiano in continua trasformazione, travolge e stravolge lui stesso le sue credenze e diventa (anche) sperimentatore.

    Pur restando controverso – Sgarbi.

    Claudia Dell’Era

    leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • Il caso Socrate: l’antenato di tutti gli esempi di malagiustizia?

    Il caso Socrate: l’antenato di tutti gli esempi di malagiustizia?

    Un poeta, un politico e conciatore di pelli e un oratore: questi tre individui, che rispondevano
    rispettivamente ai nomi di Meleto, Anito e Licone, nel 399 a.C. ad Atene portarono alla sbarra un
    innocente, persona specchiatissima, uomo giusto e devoto alle leggi più di ogni altro. Ma non era
    un signore perbene qualsiasi: si trattava di Socrate, colui che aveva portato la filosofia tra la gente,
    nelle strade, nelle piazze, nei mercati.
    Vi ricorda qualcosa (e qualcuno)? In tutt’altra epoca, in tutt’altro contesto e in tutt’altro Paese, un
    artista, uno scuoiatore di pelli (umane) e un bellimbusto criminale dalla parlantina facile portarono
    alla sbarra un uomo innocente ma in vista. Margutti, Barra e Melluso: siamo nel 1983, in Italia, e
    l’uomo senza macchia ma ingiustamente accusato da quei tre è Enzo Tortora. Al momento in cui
    venne incriminato e arrestato Tortora era al culmine della sua popolarità grazie a un programma in
    cui aveva portato la gente, le piazze, i mercati in televisione. I lettori più attenti ci scuseranno se in
    questo gioco di equivalenze abbiamo escluso Pandico (che non si prestava al gioco, appunto), e
    chiediamo venia anche agli appassionati di consonanze e di corradicalità se li deluderemo dicendo
    che Mel- luso, purtroppo, non è l’equivalente di Mel- eto: come si può capire dall’ordine di
    menzione corrisponde invece a Licone, mentre è evidentemente Margutti a fare il Meleto nella
    vicenda tortoriana.
    Al di là di come andarono le cose per ciascuno dei due – Tortora venne scagionato alla fine di
    un’estenuante, e devastante, battaglia personale, Socrate, pur esente da colpe, preferì sottostare
    alla condanna da cittadino esemplare qual era, come se avesse dovuto pagare una tassa allo Stato
    – c’è una domanda lecita che possiamo porci per entrambi: era scomodo, se non addirittura
    pericoloso, Tortora? Ed era scomodo, se non addirittura pericoloso, Socrate? Mentre ce la
    facciamo non possiamo non ringraziare il prof. Federico Reggio, giurista e classicista, per aver
    scelto – ma immaginiamo si tratti solo di una felice combinazione della fortuna – di far uscire per
    la casa editrice Giappichelli il suo Socrate a processo, una nuova edizione critica dell’Apologia di
    Socrate che si avvale della collaborazione di un altro classicista di vaglia come Mirko Rizzotto
    (anche come reporter d’eccezione) e della ex insegnante e scrittrice Serena Elisabetta Dal Mas,
    proprio in un momento in cui un forte ritorno di interesse – vedi la serie televisiva di Bellocchio –
    per un caso esemplare di malagiustizia dei nostri tempi come quello di Tortora può riportare
    l’attenzione anche sulla vicenda che storicamente è possibile considerare il prototipo di tutti i casi
    Tortora.
    E torniamo alla nostra domanda. La risposta è complessa, e controversa, sia per Socrate sia per
    Tortora. Socrate andò a processo per empietà e corruzione dei giovani, in una parola per essere un
    “cattivo maestro”; Tortora per spaccio di droga e associazione a delinquere, quindi per essere un
    “cattivo telepredicatore” i cui messaggi collidevano con l’effettiva condotta. Nella sua dettagliata
    introduzione al testo platonico, Reggio entra nei dettagli dei capi d’imputazione contro Socrate,
    avendo ben presente il quadro storico della vicenda giudiziaria. Ci troviamo nell’Atene della
    democrazia restaurata, dopo la stagione dei Trenta Tiranni: spirava un vento – non molto dissimile
    da quello degli anni dell’oligarchia – di epurazione, e il clima era quello di una vera e propria
    “caccia alle streghe” nei confronti di collaborazionisti presunti o reali, simpatizzanti, nostalgici e
    “anticonformisti” che, proprio per il loro non pendere con nettezza né dalla parte dei democratici
    né da quella degli aristocratici, risultavano ugualmente destabilizzanti. L’orientamento dominante,
    anzi, era quello di inserire anch’essi nel “registro” dei nemici dello Stato: Socrate poteva essere uno di loro. In verità, se Socrate era nemico dei democratici, di certo non lo era in misura maggiore
    di quanto lo fosse stato degli aristocratici alcuni anni prima (non fa venire in mente un certo
    Tortora che entrò in contrasto con più dirigenze Rai nel corso della sua carriera televisiva?). Egli fu
    accusato di essere un corruttore di giovani e tale accusa include, come osserva il professore, anche
    una certa preoccupazione politica verso una sua tendenza di fondo a favorire un orientamento
    filospartano nello stile di vita: il filosofo, con la sua sobrietas che privilegiava l’essenzialità quasi
    fino alla trasandatezza, sembrava porsi come pericoloso testimonial in tal senso. Preoccupazione
    politica, appunto, non certo culturale: perché Sparta era… Sparta, storica paladina dei governi
    aristocratici e grande regista del regime dei Trenta Tiranni. Quanto al secondo capo d’accusa, ossia
    l’empietà (asebeia), la colpa di Socrate sarebbe stata quella di voler sostituire le divinità della
    tradizione con altre nuove. Meglio ancora (o peggio ancora): di voler mettere in discussione (e
    perché no, demolire o incitare a demolire) il sistema di valori su cui si fondava la città di Atene. A
    quanto pare, però, il problema non era solo l’intenzione di attentare ai “massimi sistemi”: Socrate
    aveva espresso delle posizioni contrarie su aspetti precisi delle politiche democratiche. Ad
    esempio aveva condannato la mancanza di meritocrazia nell’amministrazione della giustizia. Sia
    per guastare i giovani sia per sfasciare il sistema – questo doveva essere il punto di vista degli
    inquirenti – Socrate aveva in mano un’arma micidiale: la “manipolazione” degli interlocutori con
    quel metodo di discussione e confronto tutto socratico destinato a passare alla storia come
    maieutica. Se oggi appare come un punto di svolta nella storia della filosofia antica, nell’Atene del
    V-IV sec. a.C. tale formula di ricerca filosofica attraverso il dialogo dovette procurare non poche
    critiche al suo ideatore. Ai suoi tempi quel Socrate maestro impareggiabile nel portare sempre le
    persone con cui parlava a scoprire l’infondatezza delle loro certezze e l’inadeguatezza dei loro
    argomenti dovette far nutrire parecchi sospetti: e non è difficile concludere – come fa giustamente
    Reggio – che i timori più grandi si appuntassero sulla “tenuta” dei giovani che, così duttili e
    malleabili, apparivano maggiormente esposti ai “raggiri” logico-verbali del filosofo. Eppure,
    Socrate – su questo è chiarissimo Platone – era tutt’altro che un sofista e un manipolatore: la sua
    abilità logica e argomentativa era animata da una ricerca di verità, visibile anzitutto nella
    confutazione dell’errore. Ben altra logica da quella tipica della sofistica, la cui ars oratoria era
    mossa da un desiderio di prevalere, mirando a persuadere anche a scapito della tenuta logica. Non
    era facile, però, riconoscere un merito al rigore argomentativo di Socrate, giacché il suo confutare,
    come ammette lo stesso filosofo nella sua difesa, ebbe l’esito di irritare molti sedicenti sapienti, ai
    quali Socrate mostrava l’inconsistenza del loro presunto sapere.
    Ad aggravare la posizione di Socrate – osserviamo noi – c’era, come fattore aggiuntivo, la sua
    stessa fama. Il figlio dell’ostetrica, marito (ex marito) di una bisbetica indomabile, era un volto
    noto ad Atene, per non dire un personaggio popolarissimo: nulla a che fare con quei filosofi
    inaccessibili che rifiutavano il contatto col mondo. La sua condanna esemplare avrebbe consentito al regime
    reinsediatosi di lanciare un segnale forte: la giustizia (tornata a essere) democratica non
    ammetteva posizioni ambigue di fronte allo Stato, ed era dunque necessario allinearsi con chiarezza e fiducia a sostegno di un governo che, nei decenni precedenti, aveva garantito sviluppo,
    crescita, potere e ricchezza alla città attica.
    Noto – notissimo, lo abbiamo detto – lo era anche, quando andò a processo, Enzo Tortora. Anche
    nel suo caso la fama servì (sarebbe servita) a “fare pubblicità” alla fermezza dello Stato? Dobbiamo
    partire da un aspetto nel nostro ragionamento: egli finì in manette nell’ambito di una maxi-
    operazione volta a sfrondare in modo deciso – e probabilmente definitivo – le file della Nuova
    Camorra Organizzata. Decine e decine di pesci piccoli, in fondo: agli inquirenti premeva che nella
    loro rete se ne impigliasse anche uno grosso. I pentiti che collaboravano con la giustizia offrirono
    loro qualcosa che probabilmente andava oltre le più golose aspettative: il nome insospettabile. Si
    trattava, in realtà, di uno scambio di persona, ma i magistrati non si curarono di fare verifiche più approfondite: preferirono dare la massima apertura di credito agli accusatori. All’origine, così
    pare, ci sarebbe stato un atto di ripicca: Tortora si era rifiutato di proporre in tv il manufatto di un
    galeotto, suo affezionato spettatore, e per questo doveva pagare. Il suo fan deluso si era sentito
    maltrattato: come i tre accusatori di Socrate, a nome delle loro categorie di appartenenza. Sembra
    quasi di risentirli.
    Quando gli fu chiesto di confermare che il nome che leggeva su un’agenda era quello del suo idolo,
    il camorrista galeotto disse sì: tanto bastò ai giudici per bloccare Tortora in un ginepraio. In fondo
    faceva comodo, avere un nome come il suo nell’inchiesta; faceva comodo alla volontà della
    giustizia italiana di accreditarsi (riaccreditarsi?) come esemplare, ed esemplarmente conforme alla
    sua regola base: la legge è uguale per tutti. Capace di colpire con la stessa energia il più meschino
    e oscuro dei delinquenti di strada e il più potente e irraggiungibile dei trafficanti di morte (come si era convinti di aver scoperto fosse Enzo Tortora). E di
    far ritrovare, quindi, la fiducia dei cittadini nello Stato e nel suo braccio legale, a pochi anni dalla
    chiacchierata vicenda di un politico democristiano sequestrato da terroristi e rilasciato dopo che i
    servizi segreti avevano trattato segretamente proprio con i camorristi.
    Socrate non volle avvocati, dunque dovette per forza di cose fare della sua difesa un ulteriore
    specimen della sua ars argomentativa; in una parola, si difese da solo, pare, rifiutando l’offerta di
    aiuto di un valido oratore forense del tempo. Si difese, peraltro, in modo logicamente ineccepibile
    anche se, alla prova dei fatti, poco efficace rispetto all’assemblea dei 501 giudici: sui motivi di
    questo insuccesso, invitiamo il lettore a misurarsi con alcune delle proposte avanzate dal curatore
    nel saggio introduttivo di Socrate a Processo. Esse spaziano da considerazioni filosofico-politiche a
    chiavi di lettura psicologico-sociali.
    Tornando al nostro parallelismo con Tortora possiamo notare come, oltre che sulla fede
    incrollabile nella giustizia, egli potesse contare, dal canto suo, sul supporto di due legali che
    condivisero con lui le pene dei suoi giorni kafkiani. Nei momenti cruciali del processo furono
    naturalmente gli avvocati a far da voce a Tortora, che però non disdegnava di ritagliarsi spazi per
    dichiarazioni pronunciate con le sue stesse labbra: le sue parole prima della sentenza finale hanno
    una somiglianza emblematica con le ultime di Socrate. Un messaggio lanciato quasi all’unisono:
    l’uomo che non teme il giudizio non può non attendere a testa alta il destino che quel giudizio
    comporterà. E dunque a un conduttore televisivo che, a metà degli anni ’80, tuona “Io sono
    innocente, signori giudici; spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi
    ”, risponde un
    filosofo, all’alba del IV secolo, con “Bisogna che anche voi, signori giudici, teniate presente
    quest’unica verità: che per un uomo buono non esiste male né finché vive né dopo morto; ora vado
    a morire mentre voi a vivere, e chi tra noi vada verso una situazione migliore è ignoto a chiunque
    tranne che alla divinità
    ”.

    Gianluca Vivacqua

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • 71° David di Donatello

    71° David di Donatello

    Si accendono le luci sul palco del Teatro 23 degli Studi di Cinecittà per questa 71° edizione del David di Donatello.

    Obbligo di cronaca vorrebbe che si parlasse dell’opening show di Annalisa (ispirato a Cabaret di Bob Fosse), del conduttore Flavio Insinna e della collega Bianca Balti, ma parlandosi di cinema e non di pacchi (non necessariamente di Rai 1), conviene procedere ai premi.

    Le città di pianura di Francesco Sossai, commedia ruvida e amara in forma di road movie, è il trionfatore assoluto della serata, con ben sette statuette che alla tripletta per miglior film, regia e sceneggiatura originale (scritta dal regista insieme ad Adriano Candiago) abbina quelle per i migliori produttori a Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo film – insieme a Philipp Kreuzer per Maze Pictures e Cecilia Trautvetter – al miglior protagonista Sergio Romano e al casting che lo ha scelto (il co-sceneggiatore Adriano Candiago), nonché al montaggio di Paolo Cottignola e a Krano per Ti come miglior canzone originale. Il film di Sossai batte sonoramente candidati eccellenti quali La grazia di Paolo Sorrentino, il dramma corale dell’Olocausto Le assaggiatrici di Silvio Soldini e l’action di arti marziali La città proibita di Gabriele Mainetti. Se il film di Sorrentino resta a digiuno di premi, quello di Soldini si aggiudica il David per la sceneggiatura non originale (scritta da Doriana Leondeff insieme al regista, a Lucio Ricca, Cristina Comencini, Giulia Calenda e Ilaria Macchia) e quello per il miglior trucco a Esmé Sciaroni, e conquista infine il David Giovani.

    Margherita Spampinato è invece miglior regista esordiente con Gioia mia; oltre al David per gli esordi, il delicato duetto tra il piccolo nativo digitale Nico (Marco Fiore) e l’anziana zia sicula e cattolica (Aurora Quattrocchi) che racconta la nascita della loro intesa, vale alla decana del cinema italiano il premio come miglior protagonista. Quattrocchi ne approfitta e augura che si torni al cinema, specialmente nelle sale “belle grandi” come quella di Cinecittà che ospita la serata; tipo multiplex, insomma. Non si è ben capito cosa intendesse ma, mentre le “micragnose” sale di quartiere cadono come mosche, nel dubbio si applaude.

    Non minori soddisfazioni si aggiudica Primavera, il film con cui Damiano Michieletto, adattando il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, racconta la simbiosi artistica e umana tra la violinista Cecilia (Tecla Insolia) e il giovane Antonio Vivaldi (Michele Riondino): al conturbante dramma di amore e arte vanno i premi per le musiche di Fabio Massimo Capogrosso, per i costumi (Maria Rita Barbera e Gaia Calderone) e per il sonoro (Gianluca Scarlata, Davide Favargiotti, Daniele Quadroli e Nadia Paone), per le acconciature di Marta Iacoponi.

    Ogni tanto si parla anche di cinema di genere, ed è qui che La città proibita fa bottino di premi tecnici: a Paolo Carnera per la fotografia, ad Andrea Castorina e Marco Martucci per la scenografia, infine a Stefano Leoni e Andrea Lo Priore per gli effetti visivi.

    Matilda De Angelis è miglior protagonista per Fuori di Mario Martone, che vedeva anche Valeria Golino candidata come protagonista nel ruolo di Goliarda Sapienza; Lino Musella è invece miglior non protagonista per Nonostante, dramma sovrannaturale di Valerio Mastandrea.

    Omar Rammal vede il suo Everyday in Gaza premiato come miglior cortometraggio, mentre per il miglior film internazionale vince il già premio Oscar Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, che batte candidati eccellenti come La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania. La sezione documentaria premia Roberto Rossellini, più di una vita, di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti.

    Premi speciali poi a Gianni Amelio (alla carriera) – che la butta sul ridere e finge di aver capito “alla corriera” – a Ornella Muti, a Bruno Bozzetto (che neanche pensava di aver fatto cinema perché troppo impegnato a farlo) e a Vittorio Storaro, chiaramente senza più l’età e lo spazio in mensola per curarsi di dove piazzarlo.

    Chiudono i premi per le rivelazioni italiane a Vincenzo Crea, Emanuele Maria Di Stefano, Gianmarco Franchini, Giulia Maenza, Ludovica Nastie Alma Noce.

    Ci sarebbe poi una scena parallela, di quelle che non vanno in lista su RaiPlay: mentre dentro si applaude, fuori si protesta. Il presidio dei lavoratori del cinema – le famose maestranze – fa rumore fuori della sala, e dentro l’unica che pare essersene accorta è Matilda De Angelis.

    Nella città di pianura del nostro cinema, la serata si chiude nell’ombra: quella del Mefistofele di turno, quel Buen camino con cui Gennaro Nunziante e Checco Zalone hanno messo oltre nove milioni di terga in sala, e a cui l’Accademia conferisce il David dello spettatore. Nunziante ringrazia il pubblico perché chiaramente non c’è nessun altro da ringraziare, e nient’altro potrebbe dirci di più.

    di Fabio Cassano

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • Simone Faré, scrittore a 360° (o quasi)

    Simone Faré, scrittore a 360° (o quasi)

    Simone Faré, scrittore milanese che si professa nerd dei vecchi tempi, si è fatto notare nel panorama letterario (di genere) italiano con la sua vittoria al Premio Altieri nel 2021, ma già da tempo era attivo come autore di vari generi, persino il fantasy. Simone ha risposto alle domande del Cappuccino…

    Parlami del tuo percorso come scrittore. Come sei arrivato al genere di spionaggio.

    Ho sempre visto i libri di Segretissimo in edicola e mi hanno sempre affascinato. Ho sempre trovato ci fosse qualcosa di estremamente divertente nelle esagerazioni che permettevano e nelle opportunità di approfondire certi temi che offrivano. A un certo punto mi ero messo, molto a tempo perso, a disegnare dei miei personaggi di Segretissimo per un eventuale libro e, coincidenza, all’incirca nello stesso periodo è uscito il bando della prima edizione del Premio Altieri. A quel punto ho creduto di vederci un po’ un segno del destino e così ho trasformato quello che era un gioco fine a sé stesso in un progetto vero e proprio. Da lì ho poi scoperto che mi divertivo veramente tanto a scrivere spy-story e far muovere i personaggi nei vari teatri di guerra, quindi ho cominciato a scriverne regolarmente.

     Ti piacerebbe vincere un importante concorso (tipo quelli che aprono le porte dell’Olimpo degli scrittori)? E se sì, quale?

    Nonostante riconosca l’importanza del Premio Altieri che ho vinto, rimane il fatto che il premio che da sempre vorrei portare a casa è l’Urania. In me c’è uno scrittore di fantascienza che vorrebbe affermarsi come tale anche a certi livelli. Ho già avuto modo di pubblicare diversi libri di fantascienza in vari contesti, ma il Premio avrebbe per me un valore speciale. Purtroppo la competizione è molto serrata e lì non sono ancora riuscito a trovare la quadra per produrre un romanzo che funzioni in tutto e per tutto e mi porti almeno in finale!

    Cosa pensi del mercato librario dei giorni nostri?

    Non possiamo prenderci in giro, il mercato librario è da sempre in contrazione e gli spazi sono sempre più stretti. Nonostante questo però esistono realtà molto variegate, che riescono con un po’ di equilibrismo a tenersi in piedi e a dire la loro e, soprattutto, offrire la possibilità di parlare a moltissimi tipi di scrittori. Anche il pubblico ha imparato a informarsi su diversi canali e dietro le vendite dei libri più mainstream si vedono degli exploit a volte sorprendenti. Oggi è molto divertente parlare col pubblico giovane, è vero che questo è focalizzato su certi generi e snobba completamente tanti altri, però vedo un grande entusiasmo nel modo in cui certe correnti vengono seguite e anche se spesso non parliamo di prodotti vicini a quelli che io scriverei comunque penso che questo movimento d’interesse sia comunque da rispettare.

    Kenji Albani

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • Colpi repentini – Duomo Ore Dieci

    Colpi repentini – Duomo Ore Dieci

    Duomo Ore Dieci, dei milanesi Colpi Repentini, si colloca come una miscellanea dal gusto retrò a tinte swing, electro-pop e storytelling. Una pièce musicale racchiusa nel disco di una band sicuramente trasversale, che varia e svaria tra pop e ballad, rifacendosi a quel gusto modaiolo, ma mai demodé, degli anni ’80.

    Si tratta di un collage di stili musicali a tinte disunite ma tutt’altro che vetusto; è anzi leggero e frizzante, esattamente come la scrittura e l’idea-concetto alla base del progetto: proporre musica “vintage” dai toni rockeggianti, sulla scia di grandi maestri come Ivan Graziani, Alberto Camerini, Rettore e molti altri.

    Duomo Ore Dieci e Da Grande sono i concentrati di un EP sincero, figlio di un passionale rock retrospettivo, dove l’idea di “alternativo” non scavalca la melodia, ma al contrario propone e stuzzica l’ascoltatore.

    Sergio Cimmino

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • La signora Van Gogh di Caroline Cauchi (Piemme 2023)

    La signora Van Gogh di Caroline Cauchi (Piemme 2023)

    Chi ha avuto il merito indiscusso di aver fatto conoscere al mondo il talento di quello che oggi è considerato a tutti gli effetti uno tra i più grandi pittori della storia dell’arte mondiale, Vincent Van Gogh? Incredibile a dirsi, fu una donna. Una donna molto vicina al pittore e che ben conosceva la sua storia ed il suo percorso artistico, ma soprattutto il legame fortissimo che lo legava al fratello Theo, presenza imprescindibile e fortissima nella vita di Vincent. La donna in questione è Johanna Bonger, moglie di Theo e quindi cognata di Vincent, e questo romanzo racconta la sua storia.

    Nel libro a firma di Caroline Cauchi Johanna, olandese di nascita come i due fratelli Van Gogh, giunge a Parigi in fuga dal suo paese natale a causa dello scandalo scoppiato per un amore finito male e qui conosce Theo e se ne innamora corrisposta. Amare Theo e poi sposarlo significa per la donna inevitabilmente accettare che nella propria vita entri anche il fratello Vincent, uomo inquieto e controverso che da Theo dipendeva economicamente. Era Theo, infatti, mercante d’arte, che manteneva il pittore e tentava, anche attraverso il suo lavoro, di vendere le sue opere. Il rapporto che univa i due fratelli era da sempre fortissimo e non s‘incrinò neppure quando Theo sposò Jo e ne ebbe poi un figlio.

    Vincent continuò a rivolgersi a lui fino ai tragici giorni successivi al litigio con Gauguin ed al taglio dell’orecchio, ma soprattutto fino al tragico epilogo del suo suicidio e della sua morte e Theo, nonostante la nuova vita che aveva intrapreso accanto alla moglie, non riuscì a lasciarlo andare e lo seguì morendo a sua volta pochi mesi dopo.

    L’immensa mole delle opere di Vincent e soprattutto le lettere – bellissime, intime e profondamente intense e toccanti – che nel corso degli anni i due fratelli si erano scambiati rimasero nelle mani di Jo, la cui missione, da amante dell’arte ed in nome dell’affetto che l’aveva legata ai Van Gogh, divenne quella di far conoscere al mondo il talento ed il genio del cognato. E ci riuscì.

    Il libro, forte anche di una meravigliosa ambientazione – la Parigi luccicante della Belle Epoque – narra in maniera invero un po’ romanzata e distaccandosi a volte dalla storia originale – ma è il privilegio del narratore questo e lo si deve accettare – la storia di Jo dal suo arrivo a Parigi fino alla sua morte avvenuta nel 1925, soffermandosi in particolare sui pochi anni vissuti con i fratelli Van Gogh ed esaminando il rapporto con Theo, profondamente amato, e con Vincent, con cui la protagonista affronta diversi scontri dovuti al difficile ed irascibile carattere del pittore.

    La follia che progressivamente distruggerà la vita prima di Vincent e poi dello stesso Theo crescerà gradualmente sotto gli occhi della donna che, impotente, non potrà fare altro che vedere avanzare la tempesta senza poterla in alcun modo fermare. L’unico privilegio e potere che le resterà, all’indomani della rovina che avrà travolto la sua intera esistenza, sarà restituire dignità ai due fratelli ed in particolar modo a Vincent, il cui nome sarebbe altrimenti inevitabilmente rimasto oscurato dai suoi gesti folli ed insani piuttosto che illuminato dal suo genio.

    Attraverso una profonda rete di amicizie e soprattutto grazie al suo dinamismo ed alla sua intraprendenza, la donna riuscì a vendere e far conoscere in tutto il mondo le opere del cognato – quelle per la cui realizzazione il pittore implorava nelle sue lettere denaro al fratello ed oggi vendute alle aste a cifre da capogiro – ma soprattutto regalò a tutti noi la storia dell’affetto dolcissimo e profondo che legò Theo e Vincent accettando di pubblicare le lettere che erano rimaste in suo possesso.

    E’ dalla loro lettura – che consiglio assolutamente di affiancare a quella del romanzo per completare la visione d’insieme che i protagonisti di queste pagine meritano – che emerge la sofferenza intima ed al tempo stesso il genio ed il desiderio di emergere che contraddistinsero l’animo del pittore olandese e che ci restituiscono l’immagine di un uomo tormentato, fragile ma ricco di sogni che seppe trovare in un suo fratello, che per tutta la vita gli restò accanto e lo seguì poi nella morte, il suo unico vero amico ed il suo appoggio più grande.

    Il Van Gogh protagonista del 2026 – Le principali mostre a lui dedicate in Italia

    Treviso, Museo Santa Caterina. Fino al 10 maggio 2026, si è tenuta la mostra “Da Picasso a Van Gogh”, che ha portato in giro per l’Europa oltre 60 capolavori del Toledo Museum of Art.

    Udine – Casa Cavazzini: mostra “Impressionismo e modernità”. Fino al 30 agosto 2026. Capolavori dal Kunst Museum Winterthur. L’esposizione presenta oltre 80 capolavori, tra cui celebri dipinti dell’olandese.

    Vittoria Caiazza

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • Oltre lo slogan del “Minimo”: perché la scommessa del Salario Giusto è la vera sfida per il lavoro

    Oltre lo slogan del “Minimo”: perché la scommessa del Salario Giusto è la vera sfida per il lavoro

    Il dibattito pubblico italiano, spesso prigioniero di polarizzazioni da stadio, ha consumato negli ultimi mesi l’ennesimo scontro di civiltà: Salario Minimo contro Salario Giusto. Tuttavia, grattando via la vernice della propaganda, emerge una realtà molto più complessa che merita un’analisi pragmatica, lontana dai tecnicismi burocratici e vicina alle tasche dei cittadini.

    La trappola della cifra fissa

    Il fascino del salario minimo legale è innegabile: una cifra tonda, uguale per tutti, facile da comunicare. Ma l’economia, specialmente quella italiana, non è una linea retta. Fissare un tetto minimo per legge (i famosi 9 euro) rischia di trasformarsi in un boomerang per gli stessi lavoratori che vorrebbe proteggere. Il pericolo reale è il cosiddetto “appiattimento verso il basso”: molte aziende, spinte dall’obbligo di legge, potrebbero essere tentate di uscire dai Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) per limitarsi a pagare la cifra minima, tagliando fuori tutte quelle voci che rendono “giusta” una busta paga: tredicesime, TFR, scatti di anzianità e welfare aziendale.

    La filosofia del Salario Giusto

    La strategia adottata dal Governo, e sostenuta con forza dall’area moderata, muove da un presupposto diverso: la dignità del lavoro non si misura solo con una paga oraria, ma con la solidità contrattuale. Il concetto di “Salario Giusto” non è un’astrazione, ma l’ancoraggio della retribuzione ai contratti siglati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative.

    Perché questa via è più efficace? Per tre motivi fondamentali:

    La tutela del pacchetto completo: Il salario “giusto” è il Trattamento Economico Complessivo. Chi difende questa linea sa che un lavoratore è più tutelato da un contratto che prevede assistenza sanitaria integrativa e previdenza complementare, piuttosto che da una legge che garantisce solo un fisso orario nudo e crudo.

    La lotta al dumping contrattuale: Il vero nemico non è l’assenza di un minimo legale, ma l’esistenza dei “contratti pirata” siglati da sigle fantasma. La normativa attuale colpisce proprio qui: chi non applica i contratti leader perde i benefici fiscali. È una pressione indiretta ma potentissima per riportare tutti nel perimetro della legalità e della qualità.

    Il rispetto delle differenze: L’Italia è un mosaico produttivo. Un salario imposto per legge non tiene conto della differenza tra un comparto in crisi e uno in espansione, o tra il costo della vita nelle diverse aree del Paese. La contrattazione collettiva, invece, è uno strumento flessibile che permette di adeguare gli stipendi alla reale produttività.

    Una scelta di sistema

    Scegliere la via del salario giusto significa scommettere sul dialogo sociale anziché sull’imposizione statale. È una visione che premia la responsabilità delle parti sociali e protegge quel modello di contrattazione che è il fiore all’occhiello dell’economia italiana (con una copertura che supera il 95%).

    In un momento in cui l’inflazione morde e il potere d’acquisto cala, la risposta non può essere una scorciatoia legislativa che rischia di destabilizzare il mercato del lavoro. La vera sfida è rinnovare i contratti scaduti, abbassare le tasse sugli aumenti in busta paga e incentivare il welfare. Il “Salario Giusto” non è un limite, ma una base sicura su cui costruire una crescita che sia, finalmente, sostenibile per chi lavora e per chi produce.

    Luca Bertero

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

  • Addio Alex Zanardi, straordinario Fogar dello sport

    Addio Alex Zanardi, straordinario Fogar dello sport

    Il mese di maggio è cominciato con la triste notizia della morte di Alex Zanardi. Semplicemente un campione: classe ’66, ex pilota di Formula, nel 2001 a seguito di un terribile incidente era rimasto privo degli arti inferiori. Fine di un’avventura sportiva? Macché: miriadi di giorni migliori lo stavano aspettando al di là della rassegnazione, e dell’abbattimento.

    Sotto un cielo grigio che sembrava voler partecipare al dolore collettivo, una folla di 2mila persone si è fermata per dare l’ultimo saluto ad Alex Zanardi.  La Basilica di Santa Giustina a Padova era gremita in ogni ordine di posto, e anche fuori, in una piazza silenziosa, la gente ha sfidato la pioggia battente per dire addio al brillante pilota automobilistico e allo straordinario atleta paralimpico, esempio di resistenza e amore per la vita, morto il 1° maggio, a 59 anni.

    Non possiamo piangere perché ad Alex non sarebbe piaciuto. Non vogliamo raccontare storie trite e ritrite che tutti già conoscono per ricordarlo. Quello che abbiamo deciso di fare in redazione è di raccontare per flash l’uomo Alessandro Zanardi la cui incredibile carica vitale e automotivazionale dovrebbe essere di esempio per tutti noi, che spesso ci lamentiamo senza fermarci un attimo a guardarci intorno e fare un bilancio di quanto possiamo essere fortunati. 

    In questi giorni di dolore vogliamo, per esempio, ricordare il forte legame che l’atleta bolognese mantenne con i kart per tutta la sua vita, tanto da scegliere proprio un kart per tornare a correre dopo il maledetto incidente di venticinque anni fa.

    Era il 15 settembre 2001: all’appuntamento europeo del Lausitrzing Zanardi si presentò particolarmente in forma. Le qualifiche non vennero disputate a seguito di un violento acquazzone e la griglia fu determinata in base alla posizione in campionato. Nonostante partisse ventiduesimo riuscì a recuperare posizione su posizione, portandosi al primo posto. A tredici giri dalla fine, dopo aver compiuto la sua ultima sosta, uscendo dai box, dopo aver tolto il casco Zanardi perse improvvisamente il controllo della vettura (pare per la presenza di acqua e olio sulla traiettoria di uscita),[54] la quale, dopo un testacoda si intraversò lungo la pista, mentre sulla stessa linea sopraggiungevano, ad alta velocità, Patrick Carpentieri e Alex Tagliani. Il primo riuscì a evitare lo scontro, il secondo no e l’impatto fu estremamente violento: la vettura di Tagliani colpì perpendicolarmente la vettura del pilota bolognese all’altezza del muso, dove erano alloggiate le gambe, spezzando in due la Reynard Honda.

    Poi la rinascita. Settembre 2002: a Montecarlo si disputa una gara di beneficenza con i kart. Quale migliore occasione per tornare dietro a un volante? A costruire quel kart furono Simone Angelini, storico meccanico e team manager nel kart, e Achille Parilla, boss della Italcorse e Italsistem, che forniva i mezzi per quella gara.

     Il figlio Niccolò: “Il segreto per una vita meravigliosa è fare tutto col sorriso”.

    “Vi racconto un piccolo aspetto dell’Alex di casa. Non dell’Alex che vince le Paralimpiadi, i mondiali, o che va in giro a ispirare le persone, ma l’Alex che si fa il caffè, che il sabato sera impasta la pizza”. Così Niccolò Zanardi, figlio di Alex,  quando ha preso la parola durante la cerimonia funebre. Con tono affettuoso, sorridente, il giovane ha descritto le scene più quotidiane della vita del padre, e ne ha regalato ai presenti un ritratto inedito, intimo.

    Riassumiamo la seconda vita sportiva di Alex parlando di due allori. 2018 e 2019: seconda e terza edizione delle gare di Ironman a Cervia. Entrambe le volte, Zanardi completò in due giorni consecutivi sia la gara di mezza distanza sia quella sulla lunga distanza. In particolare, proprio sulla lunga distanza, nel 2018, dopo aver completato l’intero percorso (3 km a nuoto, 180 km in handbike e 42 km in carrozzina), egli stabilì un nuovo record mondiale di triathlon paralimpico, 8h26’6”, che l’anno successivo riuscì addirittura a migliorare,  portandolo a 8 ore, 25 minuti e 30 secondi. “Ciò che resta del mio corpo è sufficiente per entrare nella leggenda?”, si potrebbe dire parafrasando il Messala di Ben Hur. Alex ha offerto ampiamente il motivo, e col pugno chiuso è andato nuovamente incontro alla vita.

    Stefano Marino

    Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a