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  • Groenlandia, la sicurezza è americana. La sovranità resta danese

    Groenlandia, la sicurezza è americana. La sovranità resta danese

    Il 22 settembre 2026 il presidente Donald Trump, il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen e la prima ministra danese Mette Frederiksen hanno firmato, a margine della riunione dell’Assemblea generale dell’ONU, un accordo volto a rafforzare la sicurezza dell’Artico e del Nord Atlantico, aprendo la strada alla costruzione di altre basi statunitensi in Groenlandia.

    L’interesse per l’isola da parte degli USA è storico, infatti nel 1917 riconobbero le rivendicazioni danesi, ma nel 1946 avanzarono una proposta di acquisto poi rientrata. In seguito, con l’avvento della Guerra Fredda consolidarono una presenza militare senza trasferimento di sovranità, nello specifico con la base di Thule (oggi Pituffik). Tuttavia, nel gennaio 2025 Donald Trump ha riportato la questione al centro del dibattito pubblico, affermando di non escludere la possibilità di utilizzare degli strumenti di pressione economica o militare per ottenere la Groenlandia. Inoltre, dopo poche settimane il presidente statunitense ha firmato l’Executive Order 14186 (The Iron Dome for America) collocando la difesa aerea e missilista al centro della narrativa strategica. In questo quadro di competizione tra grandi potenze e valore strategico dell’Artico, la Groenlandia è diventata una componente fondamentale della sicurezza statunitense. A marzo dello scorso anno, il vicepresidente JD Vance ha visitato la Pituffik Space Base, rafforzando la lettura secondo cui la Groenlandia è rappresentata come nodo operativo dell’Artico e non come semplice partener in un’aerea di interesse condiviso.

    Gli analisti però si sono chiesti quali siano realmente i vantaggi scaturiti da questo nuovo accordo. Infatti, secondo il think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) l’intesa modifica e integra l’accordo di difesa della Groenlandia del 1951. Secondo questo storico accordo, Washington può gestire e stabilire delle aree di difesa in linea con i piani NATO, muoversi liberamente via terra, aria e mare anche attraverso le acque territoriali groenlandesi. In breve, l’accordo porta con sé tre novità:

    – consente agli USA di stabilire due ulteriori aree di difesa, oltre alle diciassette installazioni militari già esistenti, a Narsarsuaq e Mestersvig. Quest’ultimo è attualmente un avamposto militare sulla costa orientale che è utilizzato dalle forze speciali danesi. Infine, autorizza gli USA a modernizzare ed espandere le loro attività a Pituffik, oltre a istituire un sistema di difesa missilista Golden Dome;

    – il nuovo accordo è permanente perché quello stipulato nel 1951 era legato alla durata del Trattato del Nord Atlantico, mentre questa nuova intesa non ha una data di scadenza, può essere modificata solo di comune accordo e vincola una futura Groenlandia indipendente a rimanere nella NATO e ad assumere gli obblighi del Regno di Danimarca;

    – limita i futuri investimenti stranieri tant’è che impedisce ai paesi non NATO di stabilire installazioni militari sull’isola senza il consenso di tutte le parti. Infine, Washington ha l’ultima parola sulla possibilità da parte di paesi non NATO e non Ue di investire in infrastrutture critiche e settori strategici, compresa l’estrazione di risorse naturali.

    In conclusione, questi sono cambiamenti sostanziali, ma le disposizioni difficilmente costituiscono un cambiamento rivoluzionario dello status quo. Infatti, seppur le disposizioni sugli investimenti esteri sono degne di nota in quanto la Russia e la Cina guardano alle rotte di navigazione emergenti, dopo la Guerra Fredda Washington aveva già ridotto la sua presenza militare sull’isola per sua scelta. Il Regno di Danimarca rimane un fedele alleato degli Stati Uniti che già in passato ha rifiutato le proposte economiche avanzate da aziende cinesi.

    Andrea Perrucci

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  • Caso Ranucci a effetto boomerang

    Caso Ranucci a effetto boomerang

    Due automobili, un muro perimetrale e una brillante carriera in Rai, iniziata negli anni Novanta, sono esplosi nell’ottobre dello scorso anno.

    Un ordigno rudimentale fa saltare la credibilità del noto, notissimo, Ranucci, conduttore, autore e volto storico di Report.

    La sua aurea è, adesso, sbiadita, al suo posto l’incredulità del (suo) pubblico si amalgama alla fitta coltre di fumo, in una ‘nebbia’ che separa la soglia di confine tra due mondi: quello deciso e coraggioso dell’inchiesta – che, per sua caratteristica intrinseca, è capace di scavalcare ogni possibile pericolo, ogni possibile ritorsione personale: perché la dedizione profonda verso la propria professione e la verità sono supreme e, dall’altra parte, il mondo opposto: proprio quello che si dichiara di voler combattere e smascherare: il mondo corrotto.

    Attentati.

    Inchieste.

    Terremoti in Rai e,

    Sigfrido Ranucci diventa, egli stesso, il ”caso Ranucci”.

    Improvvisamente uno dei pilastri dell’informazione d’opposizione e d’inchiesta, si trasforma nel terreno di scontro ideologico e politico.

    C’è chi continua ad essere caparbiamente dalla sua ‘parte’ e chi si sente deluso e tradito nell’idea, nell’ideologia, quelle crefute e condivise e che invece restano dipinte in un chiaro scurodove la deontologia è vuota.

    Pare trattarsi di un capitolo senza precedenti nella storia del giornalismo d’inchiesta italiano e della recente storia radiotelevisiva italiana con un inizio che pareva solo rappresentare un pericolo per la sicurezza personale di un giornalista esposto alle minacce legate alle inchieste scomode di Report ma poi entrano in scena arresti – vicende giudiziarie – tensioni aziendali e, ancora, l’inchiesta su Valter Lavitola.

    L’ex editore e faccendiere viene indicato dagli inquirenti come il presunto mandante dell’attentato.

    Poi, l’elemento dirompente dell’inchiesta: la rivelazione dello stretto legame di amicizia tra Ranucci e Lavitola, definito dal giornalista quasi “come un fratello”.

    Rapporto, questo che, Ranucci non aveva mai menzionato nelle prime audizioni istituzionali e che ha aperto interrogativi profondi, alimentando polemiche mediatiche, retroscena su presunti sondaggi politici e speculazioni sulle reti di influenza economica che ruotavano attorno al conduttore.

    È così che nasce lo scontro con la Rai.

    Ranucci viene rimosso dalla conduzione di Report per la successiva stagione televisiva e il programma viene affidato a nuove figure esterne e interne alla redazione.

    Ranucci ha risposto contrattaccando sul piano legale, presentando un ricorso d’urgenza al Tribunale del Lavoro per chiedere l’immediato reintegro nelle sue funzioni di autore e conduttore ma immediatamente Viale Mazzini risponde attraverso un procedimento disciplinare nei confronti del giornalista, legato a valutazioni sulla condotta personale e sulle scelte editoriali.

    Ancora oggi SIgfrido Ranucci rappresenta un terreno di scontro ideologico e politico.

    Ma i giudici del lavoro e la magistratura ordinaria continuano a dipanare i nodi di un’inchiesta che unisce dinamitardi, trame economiche, segreti d’archivio e il caso lascia in eredità una ferita profonda e amara nel giornalismo italiano, a confermare di quanto sia fragile e contesa la linea di confine tra autonomia editoriale, potere politico e sicurezza dei cronisti.

    Alla luce degli sviluppi giudiziari, ancora in corso, e della battaglia legale di Ranucci contro i vertici Rai, si ritiene che la figura del conduttore debba necessariamente scindersi dal format televisivo per garantirne la sopravvivenza editoriale.

    Che il programma rischi di perdere irrimediabilmente la sua identità originaria?

    “Mi atterrò a quello che dice il tribunale”.

    Ancora attese per Ranucci, Viale Mazzini e per il pubblico nella complessa scissione tra inchiesta e realtà.

    Claudia Dell’Era

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  • Ineffable Jazz Quartet – Guiding Light

    Ineffable Jazz Quartet – Guiding Light

    Ci sono traiettorie, nel mondo della musica, che disegnano iperboli infinite, giri e tracciati ricchi di emozioni e pathos, difficili da catalogare. Il jazz, musica impressa nell’antico rituale vivo dell’improvvisazione, è un sabba carico di sfaccettature, dove si mescolano ritmi e fisicità, ma anche melodia e stati d’animo. Ineffabile, aggettivo oltremodo elegante, è un ornamento virtuoso alla non-semplicità delle parole, spunto e punto di partenza della storia (sudata e travagliata) di un lavoro nato nel 2012 e che ha basato la sua voglia di nascita sulla volontà-guida dei suoi musicisti, che come degli antichi viaggiatori degni del miglior Odisseo, hanno portato a compimento il loro percorso umano, musicale e d’amicizia.

    Guiding Light è un concetto di ri-partenza, sfiorato ma incisivo, compatto ma trasversale, aperto ma inclusivo. Un lavoro che basa le sue architetture sonore su hard bop e cool, ma che sa sapientemente, grazie all’esperienza del quartetto Grimaldi/Bedmar/Russo/De Paola, dipingere momenti musicali introduttivi in assoluta leggerezza (quasi chill e ambient) come In una Stanza, fino alla lettura intensa e fedele di Brigante Se More e Canto dei Sanfedisti. Qui si propongono standard della musica folk e popolare che portano con sé gli universi di Carlo D’Angiò, Musicanova, Eugenio Bennato, Peppe Barra e molti altri. Nelle ultime due tracce, in particolare, si svela un alto imprinting musicale che ricerca in maniera egregia la potenza del linguaggio trasformato in suono, risultando vero, vivo e mai anacronistico.

    La caratteristica di Guiding Light è la non-linearità delle sue scelte di genere, discorso che si evince nelle tracce firmate come Idea Latina e Blues per TM. Con uno sguardo sudamericano e tagliente, il quartetto si muove con maestria tra free jazz e classico, affiancando il tutto a un meritevole tributo al blues.

    Guiding Light ha il merito di mantenere vivo (dal lontano 2012) il suo spirito musicale, umano e tattile, perseguendo la luce non in modo empirico, bensì come faro e strumento che si compenetra nel filo logico del disco. Un lavoro discografico che non si áncora nei mari del jazz, ma fluttua in modo empatico e avvolgente nella vera espressività, sincerità e scelta che, come ricordava Italo Calvino, può essere salvifica se individuiamo chi ci indica la guida e siamo intenzionati a non far parte del quotidiano inferno.

    Sergio Cimmino

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  • Simone Faré: dalla spy story all’urban fantasy

    Simone Faré: dalla spy story all’urban fantasy

    Torna, per la terza volta, sulle nostre pagine l’autore milanese Simone Faré, colui che si definisce uno scrittore (più o meno) sul serio. Dopo alcune sue esperienze e un importante premio Mondadori vinto con un romanzo, Simone in ottobre pubblicherà il primo volume di una serie di romanzi di genere urban fantasy.

    Ti sei fatto conoscere ai più come autore di spionaggio avendo vinto il Premio Altieri… con WitchCast sei passato all’urban fantasy: perché?

    In realtà ho mosso i miei primi passi come scrittore nella fantascienza e, più in generale, nel fantastico. Sicuramente la spy-story mi ha dato molte soddisfazioni, ma mi è sempre piaciuto giocare anche con situazioni meno realistiche. È vero però che è la mia prima avventura propriamente nell’urban fantasy, ma mi ci ha trascinato dentro il mio fascino per le streghe, più che altro, che considero dei personaggi che è sempre difficile collocare in un genere o in un altro e proprio per questo le considero molto stimolanti da trattare.

    Qual è il tuo rapporto con l’editore di Opera Narrativa e, parlando a grande respiro, con tutti gli editori?

    Conosco Andrea Franco da tempo, anche se questa è la prima volta che collaboriamo assieme. Per imbarcami in un progetto così ampio come una serie di sei volumi c’era bisogno che me lo chiedesse qualcuno di cui mi fidassi, perché in prospettiva, anche adesso che sono cominciate le pubblicazioni, c’è ancora molto lavoro da fare e tempo da investire. Da parte sua in ritorno, ho trovato grande fiducia nei confronti dei contenuti visto che mi ha permesso di lavorare a delle idee che, anche se vicine a temi trattati da molta letteratura fantasy odierna, credo di aver gestito in maniera molto personale. Gli editori per me sono sempre un aspetto molto importante della filiera perché credo sia un lavoro complesso portare uno scritto a essere un oggetto libro e portarlo al pubblico. A parte il lavoro con Segretissimo, che ovviamente per il modo di uscire segue delle logiche proprie, ho avuto diverse esperienze con piccoli editori, a volte con molte interazioni a volte con meno, ma ho sempre visto ogni tipo di confronto necessario, anche per capire come evolvere i miei comportamenti di scrittore.

    Da professionista del settore, qual è secondo te il futuro dell’editoria letteraria in Italia?

    L’editoria letteraria sopravviverà, di questo sono certo 🙂 In realtà io lo vedo come un mondo in forte cambiamento. Alcuni di questi cambiamenti, magari, hanno provocato degli eccessi, quando sono arrivati, ma lentamente vediamo che vengono riassorbiti, altri hanno creato delle opportunità che forse dobbiamo capire ancora bene come sfruttare. Ovvio, non può piacere tutto quello che si pubblica e c’è un certo rumore di fondo di prodotti che prendono la ribalta e magari non sono completamente allineati con il mio gusto, ma al di sotto di questo ci sono delle realtà ancora bellissime e degli scrittori bravissimi. Quello di cui, come lettori, avremmo bisogno, sono degli strumenti più efficaci per individuarli. Di questo in effetti sento un po’ la mancanza.

    Kenji Albani

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  • SOS Clima impazzito

    SOS Clima impazzito

    Si potrà davvero ignorare ancora a lungo il grido d’allarme già lanciato nei suoi scritti da papa Francesco e che il nostro pianeta continua con sempre maggiore forza a mandarci?

    E’ un dato di fatto: l’estate appena trascorsa è stata la più calda mai registrata dal 1950 ad oggi.

    La temperatura media nazionale registrata nei mesi estivi è stata di 24,3° C a due metri dal suolo – con un picco ad agosto di 25,6° C – superando i 23,6°C registrati nel 2003.

    Anche il mare, naturalmente, ha visto un preoccupante innalzamento delle proprie temperature, con tutto ciò che ne consegue per l’ecosistema e la necessità di adattamento.

    E l’innalzamento delle temperature non ha riguardato solo i mesi estivi, anche nel periodo che è andato da gennaio ad agosto del 2026 si è visto un rilevante – e preoccupante – innalzamento termico.

    Nè è possibile negare l’evidenza: luglio e agosto appena trascorsi hanno realizzato un vero record, mai infatti si era vista una combinazione consecutiva di due mesi così caldi, come invece è accaduto questa estate.

    Per gli scienziati la situazione è seria.

    Tutto il nostro ambiente si trova in una situazione di profondo shock e nella necessità di veloce adattamento a questo clima “impazzito” al quale non si è assolutamente pronti.

    Questa vera rivoluzione climatica, alla quale non si voleva credere, si traduce anche in uno stravolgimento totale per l’agricoltura e l’allevamento, con tutte le logiche conseguenze economiche che ne derivano.

    Continuare a negare, pertanto, oltre che impossibile sarebbe anche stupido.

    Occorre finchè si può correre ai ripari, anche perchè le conseguenze, come si è visto, possono in alcuni casi essere letali – si pensi a ciò che hanno provocato le più recenti alluvioni – e la tutela dell’ambiente e della biodiversità – invocata da Mattarella che proprio a proposito ha richiamato il pensiero di Papa Francesco – è fondamentale.

    Vittoria Caiazza

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  • VENEZIA 83

    VENEZIA 83

    Sotto la direzione di Alberto Barbera si inaugura l’83° Mostra del Cinema di Venezia. La Giuria è stavolta presieduta da Maggie Gyllenhaal; al suo fianco, il cineasta francese Xavier Giannoli, il maestro hongkonghese Johnnie To, la regista e attivista afghana Shahrbanu Datat, la tunisina Kawthar ibn Haniyya (già Leone d’Argento per La voce di Hind Rajab), il musicista Daniel Blumberg (premio Oscar per The Brutalist di Brady Corbet) e il critico Francesco Casetti.

    Alla regista danese May el-Thouky la giuria assegna il Leone d’oro per Woman Unknown, dramma che vede due serve dell’alta società condividere un segreto nel pieno dell’occupazione tedesca della Danimarca; il film vale anche a Mathilde Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, mentre la Coppa per il miglior attore va a John Malkovich per la commedia nera Wild Horse Nine, in cui Martin McDonagh mette in scena la nevrosi della guerra fredda nel remoto scenario dell’Isola di Pasqua.

    Il gran premio della giuria è assegnato al sud-coreano Lee Chang-dong per il dramma corale Possible Love, ritratto dei diversi volti della vita matrimoniale; il film si aggiudica anche il premio della FIPRESCI, la federazione internazionale dei critici di cinema. La miglior regia è invece per la giuria quella di DAU del russo Il’ja Chržanovskij, biografia del fisico nucleare Lev Landau e storia di come anche i sovietici impararono ad amare la bomba; un premio che ripaga l’incredibile, ventennale produzione della pellicola, e che costituisce solo la punta di un discorso che, nel premiare il regista persona non grata in patria, vede la Mostra negoziare geopolitica e libertà d’espressione. Il leone d’argento va a Chržanovskij all’indomani dell’Ukranian Day, appuntamento ormai fisso a sostegno dell’industria filmica ucraina.

    La giuria assegna il premio speciale al documentario NAZA, nel quale Yuval Abraham e Rachel Szor indagano la pianificazione dei raid aerei sulla Striscia di Gaza nel post-7 Ottobre; la marsigliese Malou Khebizi ottiene il Premio Mastroianni come miglior attrice esordiente per 15/18, dramma in cui Cédric Kahn esplora la realtà della psichiatria adolescenziale.

    È un rimarchevole bottino quel che invece si accaparra Un bon petit soldat, dramma sull’ipocrasia del marketing aziendale che vede protagonista la nostrana Alba Rohrwacher; il film di Stéphane Brizé riceve infatti il premio per la sceneggiatura (scritta insieme a Coraline Amedeo e Oliver Groce), nonché il Premio Speciale Film Impresa, l’Interfilm Award for Promoting Interreligious Dialogue e il Sorriso Diverso Venezia Award come miglior film straniero. È il primo di diversi film in concorso ad aggiudicarsi premi collaterali, da Andrea Pallaoro che vede assegnare al suo The Echo Chamber la Pellicola d’Oro per il miglior capo macchinista; a Nanni Moretti il cui Succederà questa notte vede premiato il miglior operatore macchinista; ad Alina Șerban insignita del premio Armani Beauty per Eu contez; passando per Marco Bechis – ex desaparecido noto per Garage Olimpo – che con Ritorno a Buenos Aires riceve il Premio Pasinetti al miglior film e ad Adriano Giannini come miglior protagonista; Premio Pasinetti anche a Vanessa Scalera, protagonista de Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, nonché premio speciale ad Alina Marazzi per La ragazza con la Leica.

    La sezione Orizzonti vede premiati Ann Sirot e Raphaël Balboni per Un détour par Diane, peculiare esempio al femminile di rape & revenge. Due riconoscimenti di Orizzonti anche a I figli della scimmia, dramma famigliare sulla disabilità diretto da Tommaso Landucci: il film vede premiato Landucci e Damiano Femfert come sceneggiatori, nonché Riccardo Scamarcio come miglior attore. Il premio Arca Cinema Giovani va invece al pugliese Paolo Strippoli, che con L’estranea continua il suo discorso sul cinema del brivido; infine Leoncino d’Oro al grande Shinya Tsukamoto per Mr. Nelson, did you kill people?, racconto viscerale su un reduce del Vietnam vittima di disturbo da stress post-traumatico.

    Non sono pochi i film di richiamo a restare digiuni di premi: tra questi il thriller di Casey Affleck Company, con Nick Nolte e Adelaide Clemens; Bunker di Florian Zeller, con Javier Bardem nel ruolo di un combattuto architetto al servizio di un milionario; tra gli snobbati eccellenti vi è anche Primetime di Lance Oppenheim, nel quale Robert Pattinson interpreta Chris Hansen ricreandone le inchieste sui predatori sessuali nel suo programma To Catch a Predator; grande sconfitto è infine Bucking Fastard, dramma grottesco in cui Werner Herzog dirige per la prima volta insieme le sorelle Rooney e Kate Mara, nei ruoli delle vere gemelle stalker Freda e Greta Chaplin.

    Chiudono la kermesse i premi alla carriera, col Leone d’Oro a Ellen Burstyn e George Clooney, e il premio Cartier a Luca Guadagnino.

    Il resto è teatro, quello solito che vuole conciliare brand e valori, quello di un rito di visione collettiva sempre più degradato: da Jasmine Trinca che, nel presentare L’estranea, definisce il capitalismo «un film horror» ma tutti guardano la sua maglietta Prada, dal poco proletario valore stimato a 1100 euro; a Nanni Moretti che scende in platea perché il solito ospite molesto smetta di illuminare la sala a giorno col cellulare. Fra tanto solito teatro della meschinità, spicca un momento di performance pura: quello delle sorelle Mara le quali, presentando Bucking Fastard, parlano all’unisono e in perfetto sincrono come nel film; quel tanto che serve, nell’interminabile parata di chi conta, a riportare al Lido un momento di gratuita follia.

    di Fabio Cassano

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  • Quando tornerà in bici Tadej Pogačar?

    Quando tornerà in bici Tadej Pogačar?

    È questa la domanda che accompagna le ore successive al ritiro dello sloveno dalla Vuelta a España 2026. Il campione del mondo è stato costretto ad abbandonare la corsa dopo una caduta che gli ha provocato diversi traumi, tra cui una frattura della clavicola sinistra e una frattura della settima vertebra cervicale C7.

    Un quadro che impone prudenza e che rende ancora incerti i tempi del possibile rientro. Al momento, infatti, non è possibile stabilire con certezza quando Pogačar potrà tornare ad allenarsi e, soprattutto, quando potrà nuovamente gareggiare.

    La caduta alla Vuelta ha costretto Pogačar a fermarsi. Il corridore sloveno ha riportato una commozione cerebrale, la frattura scomposta della clavicola sinistra, una frattura stabile della vertebra C7 e diverse abrasioni. Subito dopo l’incidente Pogačar aveva provato a rialzarsi, ma le condizioni fisiche non gli hanno consentito di riprendere la bicicletta. L’infortunio alla clavicola richiede un intervento per ridurre e stabilizzare la frattura. Tuttavia, a preoccupare maggiormente gli specialisti è soprattutto la componente cervicale dell’infortunio. La frattura della settima vertebra cervicale rappresenta infatti un elemento che deve essere valutato con particolare attenzione prima di qualsiasi ipotesi sul ritorno in bicicletta.

    Il punto centrale della situazione riguarda proprio la frattura cervicale. Il dottor Paolo Baudi, specialista in chirurgia della spalla e responsabile della Shoulder Clinic di Modena, ha sottolineato a La Repubblica i rischi legati a un eventuale rientro prima della completa guarigione.

    “Fino a completa guarigione sarebbe molto pericoloso per lui tornare in bici: in caso di nuova caduta rischierebbe molto, persino la paralisi. Potrebbe non ricevere l’idoneità finché non sarà totalmente guarito”.

    È ancora presto per indicare una data precisa. La priorità sarà completare il percorso medico necessario per la clavicola e monitorare la guarigione della vertebra C7. Soltanto successivamente sarà possibile valutare il ritorno agli allenamenti e, in un secondo momento, quello alle competizioni. Alcuni specialisti, però, non hanno escluso completamente la possibilità di rivedere Pogačar in gara nel finale della stagione.

    Il dottor Alfredo Falchi, direttore del servizio di ortopedia-traumatologia dello sport e riabilitazione del Gruppo Iseni Sanità, ha lasciato aperta questa possibilità, pur sottolineando l’importanza dei dovuti condizionali: “La stagione di Tadej Pogačar potrebbe non essere finita. Le fratture cervicali sono importanti perché possono lasciare un deficit funzionale. Però, visto anche il collare che gli hanno messo, quella di Pogacar non dovrebbe essere una grande cosa. Probabilmente è di un processo trasverso. Non mobile e non grave”.

    Mondiali, Europei e Lombardia: Pogačar può ancora correre?

    La Vuelta 2026 è stata vinta dallo spagnolo Enric Mas che fino a prima della caduta del fuoriclasse sloveno era secondo in classifica.

    Da sottolineare il secndo posto dello sloveno – e dunque connazionale di Pogačar – Primoz Roglic, che n carriera ha vinto quattro Vuelte e un giro d’Italia.

    Il Mondiale è in programma il 27 settembre, mentre  gli Europei si svolgeranno il 2 ottobre in Slovenia. Il finale di stagione prevede poi il Giro di Lombardia del 10 ottobre, una delle gare più importanti per il fuoriclasse sloveno. Proprio la corsa di casa potrebbe rappresentare, almeno sulla carta, uno degli obiettivi più suggestivi qualora il recupero procedesse rapidamente.

    Se conosciamo bene Pogačar si può giurare che oltre che nelle classiche primaverili si imporrà con tutta probabilità sui giri a tappe a cui deciderà eventualmente di partecipare; ed è facile immaginare che sarà ai nastri di partenza della Vuelta 2027, l ‘unica delle grandi corse itineranti  in cui non  è ancora mai riuscito a imporsi.

    Stefano Marino

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  • L’ingranaggio che non si ferma: quando la norma e il sospetto travolgono la realtà

    L’ingranaggio che non si ferma: quando la norma e il sospetto travolgono la realtà

    Dalla provincia piemontese alle cronache nazionali: automatismi legali, rigide burocrazie e la necessità di una riforma del buon senso.

    C’è un filo sottile ma robusto che lega le vicende dei cittadini della nostra provincia ai grandi casi di cronaca giudiziaria e mediatica nazionale: è la sensazione che la macchina delle regole e della burocrazia, una volta messa in moto, prosegua per pura inerzia, incapace di valutare il contesto umano, la buona fede o il semplice buon senso.

    Di fronte a questi cortocircuiti, la buona politica non può limitarsi all’indignazione o alla protesta urlata: ha il dovere di analizzare i problemi con equilibrio, difendere la centralità della persona e proporre riforme concrete che restituiscano equità al sistema.

    1. Il caso locale: quando il saldo del debito non cancella la condanna

    La storia parte proprio dal nostro territorio, dal Tribunale di Cuneo (procedimento N. SIGE 2026/139 – RGNR 1050/24). Un cittadino, Raffaele De Santis, finisce a processo per il mancato versamento dell’assegno di mantenimento alla figlia. La situazione di partenza è segnata da problemi di salute e gravi difficoltà di inserimento lavorativo. Nel corso del tempo, l’uomo riesce a saldare interamente il debito arretrato e la madre della ragazza ritira formalmente la querela.

    Per il senso comune e per l’equità sociale, la vicenda si chiuderebbe qui. Per il diritto penale italiano, invece, la storia continua.

    Come previsto dall’art. 570-bis del codice penale, la violazione degli obblighi di assistenza familiare verso figli minori è procedibile d’ufficio. La rinuncia della parte lesa non ferma l’azione penale. Con ordinanza depositata l’8 settembre 2026, il Giudice dell’Esecuzione (Dott.ssa Emanuela Dufour) ha applicato rigorosamente la legge: pur applicando lo sconto di un sesto (1/6) ex art. 442 comma 2-bis c.p.p. per la mancata impugnazione della sentenza, ha rideterminato la pena in 10 mesi e 3 giorni di reclusione, sostituita con 60 giorni di Lavori di Pubblica Utilità (LPU) presso l’associazione A.V.A.S.S. di Saluzzo.

    L’applicazione della pena sostitutiva porta con sé, per automatismo normativo (L. 1185/1967 e art. 56-ter L. 689/1981), il ritiro del passaporto, il divieto di espatrio e limiti alla territorialità. Lo Stato, pur prendendo atto del completo risarcimento, tratta la condotta riparatoria come un mero “sconto di pena” anziché come la naturale estinzione del problema.

    2. Il caso dei militari: la morsa burocratica tra sindacati ed esposti

    Questa medesima inflessibilità si ritrova nel mondo della Difesa, dove l’emergere del caso del generale Roberto Vannacci ha innescato un vero e proprio cortocircuito tra norme di servizio e rappresentanze sindacali militari (APSM).

    In questo contesto, il Codice dell’Ordinamento Militare (D.Lgs. 66/2010) applica i suoi automatismi su due fronti opposti:

    I procedimenti disciplinari d’ufficio: Daniele Lepore, Segretario Generale del sindacato SIAMO Esercito, è stato posto sotto procedimento disciplinare di Stato per aver rilasciato esternazioni pubbliche sulla vicenda Vannacci. Per lo Stato Maggiore, la libertà di espressione del sindacalista ha travalicato i limiti istituzionali, facendo scattare automaticamente l’istruttoria.

    Gli esposti alle Procure: sul fronte opposto, il Sindacato dei Militari (guidato da Luca Marco Comellini) ha depositato esposti formali alla Procura della Repubblica e alla Procura Militare di Roma per chiedere di verificare l’eventuale presenza in servizio di appartenenti alle Forze Armate ad eventi o quadri di movimenti politici.

    Un paradosso burocratico in cui le rigide maglie regolamentari trasformano sia la tutela sindacale sia la semplice partecipazione ad eventi pubblici in potenziale materia da sanzionare.

    3. Il caso Ranucci: la giustizia tra querele, minacce e ricorsi Rai

    Se si vuole comprendere quanto la maglia delle norme possa farsi soffocante, la vicenda del giornalista d’inchiesta Sigfrido Ranucci e della trasmissione Report ne rappresenta l’esempio più emblematico:

    Il peso delle querele e delle indagini: Il giornalismo d’inchiesta è storicamente imbrigliato dal fenomeno delle querele per diffamazione, che costringono i cronisti a calvari giudiziari ed economici lunghi anni prima di giungere all’assoluzione (tra i casi recenti figura l’esposto per diffamazione e calunnia presentato dal parlamentare Gimmi Cangiano).

    I fatti giudiziari recenti (Settembre 2026): La vicenda ha assunto contorni complessi a seguito dell’attentato intimidatorio che ha colpito la residenza del giornalista il 16 ottobre 2025. Il 10 settembre 2026 il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per Valter Lavitola (presunto mandante, contestato con l’aggravante del metodo mafioso).

    Il cortocircuito amministrativo: Contestualmente agli sviluppi della Procura, Ranucci ha dovuto affrontare sul piano burocratico aziendale la sospensione dalla conduzione e dalle repliche di Report, annunciando il 14 settembre 2026 un ricorso legale per ottenere il reintegro.

    Verso una giustizia della ragionevolezza: tre proposte concrete

    Dalla provincia piemontese ai palazzi di Roma emerge una sola costante: l’assenza di un margine di ragionevolezza nell’applicazione del diritto. La vera giustizia deve tutelare la legalità senza mai trasformarsi in cieca burocrazia sanzionatoria.

    Per correggere queste distorsioni occorrono tre interventi di buon senso legislativo:

    Introdurre l’estinzione del reato per condotta riparatoria (art. 570-bis c.p.): Se il responsabile risarcisce interamente il debito di mantenimento prima del dibattimento – specie se l’inadempimento è stato causato da comprovate difficoltà di salute o di lavoro – il reato deve estinguersi. Ingolfare i tribunali per punire chi ha già riparato all’errore è un danno per la collettività.

    Valorizzare la mediazione e il ritiro della querela: Quando vi è l’accordo tra le parti e la tutela del minore è ripristinata, la volontà dei soggetti coinvolti deve poter fermare l’azione penale, restituendo centralità alla conciliazione familiare e alla pace sociale.

    Frenare gli automatismi e le strumentalizzazioni: Che si tratti del diritto di cronaca o dell’esercizio delle rappresentanze sindacali nelle Forze Armate, occorre definire confini chiari che impediscano l’uso della macchina giudiziaria o disciplinare come strumento d’usura emotiva ed economica.

    Un ordinamento maturo non si misura sulla severità dei suoi automatismi, ma sulla capacità di combinare il rispetto della norma con la tutela della persona. Ricucire lo strappo tra il “legale” e il “giusto” è il primo passo per ridare fiducia ai cittadini nelle istituzioni del nostro Paese.

    Luca Bertero

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  • Rizzotto: Cicerone e Gentile, vite e pensieri paralleli

    Rizzotto: Cicerone e Gentile, vite e pensieri paralleli

    Non è certamente nuovo alle declinazioni plutarchee Mirko Rizzotto. Chi segue la sua produzione, anzi, sa che in un saggio di qualche anno fa edito da Primiceri, Giulio Cesare e Vladimir Putin. Due vite a confronto, l’umanista scaligero si era già cimentato in una coraggiosa syzzygia tra personaggi storici di epoche diverse: in quel caso, però, si trattava di una syzzygia classica, di tipo biografico-evenemenziale. In Cicerone e Giovanni Gentile. Un fiume carsico, che segna il suo ritorno in libreria con le cure editoriali di Solfanelli (nello specifico prendiamo in esame l’ampia introduzione storica alla Divinatio in Caecilium di Cicerone e allo studio gentiliano sulla stessa, i due testi al centro della trattazione dell’autore, che poi si sposta sul versante del trattamento filologico), Rizzotto tenta invece di andare al di là dello schema plutarcheo e di abbracciare, oltre alle esperienze biografiche, anche quelle culturali e di pensiero, gli ideali politici e il tentativo-tentazione di tradurli in un programma pro Rei Publicae salute. Dove finisce la syzzygia comincia l’isomeria, la ricerca della risonanza che supera il piano storico per andare verso quello spirituale.

    Dott. Rizzotto, sono tre i fronti comparativi che lei apre a proposito di Cicerone e Gentile: entrambi si trovano a riflettere sulla figura di Cesare (e Gentile ha anche a che fare col “nuovo Cesare” Mussolini); entrambi si trovano a riflettere sulla figura di Catone l’Uticense; entrambi, infine, propongono una concordia ordinum, un patto tra componenti politico-sociali per risollevare le sorti della Repubblica (Romana nel caso di Cesare, Sociale in quella di Gentile). Quale di questi tre fronti giudica il più importante?

    Penso che questi tre fronti siano complementari e parimenti importanti, sia nel caso di Cicerone che in quello di Giovanni Gentile, che all’Arpinate si ispirava in una certa misura: Cesare rappresenta l’azione, il nuovo che avanza d’impeto, a costo di rompere con la propria spregiudicata irruenza una tradizione ben consolidata ma che si percepisce ormai come senescente, asfittica: sia Cicerone che Gentile (proiettando quest’ultimo idealmente la figura storica del conquistatore delle Gallie su quella di Mussolini) ne colgono fin dal primo momento la portata in un certo senso eversiva e di rottura; Cicerone, molto combattuto agli inizi della guerra civile, decide infine, con una presa di posizione assai sofferta, di unirsi a Pompeo, salvo poi – con una mossa di realpolitik decisamente ben meditata – tornare al cospetto di Cesare e sostenerne la politica di riconciliazione del dopo Farsalo; Gentile cita Cesare ritratto da Lucano, nella Farsaglia, allorché il condottiero dice che: «Nulla è veramente compiuto se rimane ancora qualcosa da fare». È il manifesto perfetto dell’Idealismo nella sua declinazione attualistica, con il suo continuo spronare il reale ad adattarsi all’ideale, un tipo di filosofia decisamente “eroico” e non alla portata di tutti. In quest’ottica si inserisce la figura titanica dell’Uticense, con cui Cicerone mantenne anche un epistolario, oggi in gran parte perduto (ne ho curato i frammenti nel 2022, in appendice alle Lettere ad Ottaviano, per Libri dell’Arco) e ne celebrò la figura nel suo
    perduto Catone, pamphlet che eccitò la stizza letterario-politica di Cesare, il quale compose il suo celebre e veemente Anticatone proprio in polemica risposta all’Arpinate. Gentile ne recupera la figura attraverso il filtro dantesco, che pose l’Uticense come custode del monte del Purgatorio, colui che spronava con voce tonante le anime a non attardarsi a godere del canto di Sordello, ma di andare sempre più in alto, superando l’atto compiuto e proiettandosi in quello ancora da compiere. Si può facilmente comprendere la
    portata politica di tale atteggiamento. Infine, il tema squisitamente politico della concordia ordinum, fu – com’è noto – il vessillo ideologico di Cicerone, che nel ristabilirsi di un delicato equilibrio fra factiones ferocemente rivali, patrizi e cavalieri, cercava di contrastare un nemico comune, inizialmente Catilina (nel 63 a.C.) e poi, dopo le Idi di Marzo (44 a.C.), recuperandone il concetto per mitigare il livore fra cesaricidi e cesariani, capeggiati questi ultimi da Marc’Antonio e da Ottaviano, in nome di un bene più grande e condivisibile, ovvero la salus della patria comune, Roma. È proprio questa tematica che l’ultimo Gentile dispiega senza sosta nel biennio 1943-1944, oramai in piena guerra civile, con la Penisola spezzata in due, cercando di smorzare gli odii di parte in nome della salvezza dell’Italia, e cercando di superare la feroce divisione fra fascisti e comunisti in nome della salvezza della Patria. E proprio questo, paradossalmente, attizzò il livore delle forze antifasciste, che non volevano moderati ma figure nette alla Pavolini e alla Farinacci, che esacerbassero lo scontro e inducessero a una resa dei conti finale.

    Si può vedere, a suo parere, un’analogia tra i due personaggi anche nel loro modo di morire?

    Assolutamente sì, e in parte aveva previsto quest’esito anche Concetto Marchesi, grande latinista e rettore dell’università di Padova, nonché fiero avversario di Gentile, adombrandone la figura in quella dello stesso Cicerone nelle celebri pagine della sua “Storia della letteratura latina”. Cicerone, allontanatosi dai sicari sguinzagliati al suo seguito dai Triumviri, rifiutò però la fuga e, all’approssimarsi dei soldati alla sua villa di
    Formia, offrì con calma il collo al carnefice, come racconta Tito Livio, con un gesto nobile che cancella molte delle contraddizioni che avevano segnato la sua movimentata esistenza; Gentile, dal canto suo, era ben conscio che, accettando la presidenza della mussoliniana Accademia d’Italia, e soprattutto celebrando il governo fascista e l’alleato germanico nel suo discorso in occasione del bicentenario di Giambattista Vico, aveva firmato la propria condanna a morte, eppure rifiutò di fuggire, restando volutamente avvicinabile da chicchessia, fedele alla sua figura umana e contrassegnata da sempre (lasciatemi usare un termine buddhista che indica la gentilezza) dalla metta; la condanna a morte, com’è noto, fu spietatamente eseguita il 15 aprile 1944 da un commando dei GAP (gruppi armati patriottici) fiorentini, guidato da Bruno Fanciullacci e da Giuseppe Martini. Come si diceva poco fa, del resto, la nuova spartizione del mondo voluta a Yalta prevedeva l’eliminazione di chi – come Gentile e Cicerone prima di lui – offriva una “terza via”, la via della conciliazione, della concordia pacifica e ponderata, eliminando le radicalizzazioni, cosa quanto mai pericolosa per chi (come Togliatti e il Partito Comunista) aveva sposato la linea politica dominante e trionfante, guardando già al “dopo Mussolini” e cercando di scalzare l’egemonia culturale dell’idealismo gentiliano in Italia, che sarebbe stata sostituita da quella gramsciana.

    A proposito di Catone, mi ha molto colpito il passo in cui lei ricorda che, esortato da Bruto a scrivere un elogio dell’eroe suicida, sulle prime l’oratore rifiutò perché gli sembrava “un lavoro degno di Archimede”. In materia di fatica letteraria a Cicerone piaceva, talvolta, uscirsene con formule e definizioni “visionarie” perché davano spazio alla sua visione di una maniera fuori dalla letteratura: possiamo pensare
    anche alle commedie di Livio Andronico, che l’Arpinate definì “un’opera dedalica”. Lei trova qualcosa di simile anche nello stile definitorio di Gentile?
     

    Gentile non è un autore semplice, decisamente lontano dall’archetipo della “lettura sotto l’ombrellone” persino nei suoi libri non strettamente teorici, e sconta ancora oggi una qual certa difficoltà di lettura dovuta al suo stile retorico e spesso oscuro, che richiede un allenamento mentale continuo per concentrarsi sul testo. Eppure è un autore che sa essere molto icastico, specie quando definisce, nella sua opera postuma Genesi e struttura della società, la morte: “La morte è un fatto sociale, perché si muore sempre a
    qualcuno”, o quando – fresco del dolore per la prematura morte del figlio Giovannino, rinomato fisico, nel 1942 – parla di un “ritrarsi della persona scomparsa nella nostra mente”, dove essa prosegue la sua esistenza, vivendo una sorta di immortalità nel nostro spirito. Ciò ricorda prepotentemente la “Consolatio” che Cicerone scrisse a se stesso, ispirandosi al filosofo greco Crantore, in occasione della morte prematura dell’adorata figlia Tulliola, nel tentativo di far giungere sino a lei le sue parole di commiato e il suo dolore di padre. In questo aspetto, le parole di entrambi i filosofi, seppure separati da due millenni,
    risuonano meravigliosamente simili e scolpite nel marmo della memoria comune, proprio perché tutti e due sanno far vibrare quelle corde compassionevoli ed eterne che mai possono tacere nell’animo umano, al di là delle spicciole divisioni politiche contingenti.

    Cicerone e Giovanni Gentile. Un fiume carsico, di Mirko Rizzotto. Solfanelli, 172 pp.

    Gianluca Vivacqua

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  • Francesco Guccini

    Francesco Guccini

    Cantautore

    musicista

    uomo colto e raffinato

    Francesco Guccini ha rappresentato e rappresenta – anche oggi, dopo la sua scomparsa avvenuta nel giugno scorso, un artista capace di affascinare coinvolgere e trascinare intere e diverse generazioni.

    “Poeta con la chitarra” e ”narratore morale” del Novecento italiano, Guccini ha saputo unire, sapientemente, nei suoi testi l’erudizione linguistica alla concretezza e alla  semplicità dei temi della vita quotidiana: i volti e i luoghi cantati, poi persi, svaniti nelle ore e nel tempo che scorre inesorabile – ma che inesorabilmente restano nella memoria, si conservano in una nostalgia ma mai patetica.

    È così che la dimnsione del tempo e della memoria, personale e collettiva, rappresentano i veri protagonisti della sua canzone.

    Spesso acclamato da un pubblico cossiddetto di ”sinitra”, ma non solo, Guccini ha sempre rifiutato dogmi e propaganda.

    Ha basato il suo impegno civile a difesa degli ultimi, sempre ponendo il ”dubbio” e sollevando l’attenzione sulla responsabilità personale e individuale, e, ancora, sull’onestà intellettuale scegliendo, per i suoi testi, termini gergali, popolari,  dialettismi emiliani e toscani, affiancati magnificamente all’italiano aulico e letterario, con l’uso di allitterazioni d’ispirazione trecentesca.

    A tale ipertestualità si accostano riferimenti alla letteratura classica, alla filosofia, alla Bibbia, alla letteratura del Novecento.

    E, ancora, fu con la sua inconfondibile stessa onestà che, nel 2012, con la pubblicazione dell’album L’ultima Thule, nel momento in cui sentiva la sua voce farsi flebile e le forze venire meno che, annunciò ufficialmente il suo addio al mondo della musica registrata e ai concerti dal vivo: bisogna saper dire basta, disse.

    Non fu un ‘ritiro’ ma un passaggio alla Letteratura, al Guccini scrittore.

    Così i romanzi e le memorie si avvicendarono a gialli montanari, a serie cospicue di romanzi polizieschi ambientati sull’Appennino emiliano-toscano ma anche alla saggistica dialettale con la pubblicazione di dizionari etimologici dedicati al dialetto pavanese, dimostrando una profonda competenza linguistica.

    ​

    Fu questa la seconda fase della sua vita artistica in cui l’eredità culturale continuò a rappresetare Francesco Guccini come monumento vivo della cultura italiana e grande esempio di uomo libero:

    “Voglio cantare a chi mi pare, a chi mi capisce / e a chi mi vuol bene…”

    ​Claudia Dell’Era

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