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Rizzotto: Cicerone e Gentile, vite e pensieri paralleli

Non è certamente nuovo alle declinazioni plutarchee Mirko Rizzotto. Chi segue la sua produzione, anzi, sa che in un saggio di qualche anno fa edito da Primiceri, Giulio Cesare e Vladimir Putin. Due vite a confronto, l’umanista scaligero si era già cimentato in una coraggiosa syzzygia tra personaggi storici di epoche diverse: in quel caso, però, si trattava di una syzzygia classica, di tipo biografico-evenemenziale. In Cicerone e Giovanni Gentile. Un fiume carsico, che segna il suo ritorno in libreria con le cure editoriali di Solfanelli (nello specifico prendiamo in esame l’ampia introduzione storica alla Divinatio in Caecilium di Cicerone e allo studio gentiliano sulla stessa, i due testi al centro della trattazione dell’autore, che poi si sposta sul versante del trattamento filologico), Rizzotto tenta invece di andare al di là dello schema plutarcheo e di abbracciare, oltre alle esperienze biografiche, anche quelle culturali e di pensiero, gli ideali politici e il tentativo-tentazione di tradurli in un programma pro Rei Publicae salute. Dove finisce la syzzygia comincia l’isomeria, la ricerca della risonanza che supera il piano storico per andare verso quello spirituale.

Dott. Rizzotto, sono tre i fronti comparativi che lei apre a proposito di Cicerone e Gentile: entrambi si trovano a riflettere sulla figura di Cesare (e Gentile ha anche a che fare col “nuovo Cesare” Mussolini); entrambi si trovano a riflettere sulla figura di Catone l’Uticense; entrambi, infine, propongono una concordia ordinum, un patto tra componenti politico-sociali per risollevare le sorti della Repubblica (Romana nel caso di Cesare, Sociale in quella di Gentile). Quale di questi tre fronti giudica il più importante?

Penso che questi tre fronti siano complementari e parimenti importanti, sia nel caso di Cicerone che in quello di Giovanni Gentile, che all’Arpinate si ispirava in una certa misura: Cesare rappresenta l’azione, il nuovo che avanza d’impeto, a costo di rompere con la propria spregiudicata irruenza una tradizione ben consolidata ma che si percepisce ormai come senescente, asfittica: sia Cicerone che Gentile (proiettando quest’ultimo idealmente la figura storica del conquistatore delle Gallie su quella di Mussolini) ne colgono fin dal primo momento la portata in un certo senso eversiva e di rottura; Cicerone, molto combattuto agli inizi della guerra civile, decide infine, con una presa di posizione assai sofferta, di unirsi a Pompeo, salvo poi – con una mossa di realpolitik decisamente ben meditata – tornare al cospetto di Cesare e sostenerne la politica di riconciliazione del dopo Farsalo; Gentile cita Cesare ritratto da Lucano, nella Farsaglia, allorché il condottiero dice che: «Nulla è veramente compiuto se rimane ancora qualcosa da fare». È il manifesto perfetto dell’Idealismo nella sua declinazione attualistica, con il suo continuo spronare il reale ad adattarsi all’ideale, un tipo di filosofia decisamente “eroico” e non alla portata di tutti. In quest’ottica si inserisce la figura titanica dell’Uticense, con cui Cicerone mantenne anche un epistolario, oggi in gran parte perduto (ne ho curato i frammenti nel 2022, in appendice alle Lettere ad Ottaviano, per Libri dell’Arco) e ne celebrò la figura nel suo
perduto Catone, pamphlet che eccitò la stizza letterario-politica di Cesare, il quale compose il suo celebre e veemente Anticatone proprio in polemica risposta all’Arpinate. Gentile ne recupera la figura attraverso il filtro dantesco, che pose l’Uticense come custode del monte del Purgatorio, colui che spronava con voce tonante le anime a non attardarsi a godere del canto di Sordello, ma di andare sempre più in alto, superando l’atto compiuto e proiettandosi in quello ancora da compiere. Si può facilmente comprendere la
portata politica di tale atteggiamento. Infine, il tema squisitamente politico della concordia ordinum, fu – com’è noto – il vessillo ideologico di Cicerone, che nel ristabilirsi di un delicato equilibrio fra factiones ferocemente rivali, patrizi e cavalieri, cercava di contrastare un nemico comune, inizialmente Catilina (nel 63 a.C.) e poi, dopo le Idi di Marzo (44 a.C.), recuperandone il concetto per mitigare il livore fra cesaricidi e cesariani, capeggiati questi ultimi da Marc’Antonio e da Ottaviano, in nome di un bene più grande e condivisibile, ovvero la salus della patria comune, Roma. È proprio questa tematica che l’ultimo Gentile dispiega senza sosta nel biennio 1943-1944, oramai in piena guerra civile, con la Penisola spezzata in due, cercando di smorzare gli odii di parte in nome della salvezza dell’Italia, e cercando di superare la feroce divisione fra fascisti e comunisti in nome della salvezza della Patria. E proprio questo, paradossalmente, attizzò il livore delle forze antifasciste, che non volevano moderati ma figure nette alla Pavolini e alla Farinacci, che esacerbassero lo scontro e inducessero a una resa dei conti finale.

Si può vedere, a suo parere, un’analogia tra i due personaggi anche nel loro modo di morire?

Assolutamente sì, e in parte aveva previsto quest’esito anche Concetto Marchesi, grande latinista e rettore dell’università di Padova, nonché fiero avversario di Gentile, adombrandone la figura in quella dello stesso Cicerone nelle celebri pagine della sua “Storia della letteratura latina”. Cicerone, allontanatosi dai sicari sguinzagliati al suo seguito dai Triumviri, rifiutò però la fuga e, all’approssimarsi dei soldati alla sua villa di
Formia, offrì con calma il collo al carnefice, come racconta Tito Livio, con un gesto nobile che cancella molte delle contraddizioni che avevano segnato la sua movimentata esistenza; Gentile, dal canto suo, era ben conscio che, accettando la presidenza della mussoliniana Accademia d’Italia, e soprattutto celebrando il governo fascista e l’alleato germanico nel suo discorso in occasione del bicentenario di Giambattista Vico, aveva firmato la propria condanna a morte, eppure rifiutò di fuggire, restando volutamente avvicinabile da chicchessia, fedele alla sua figura umana e contrassegnata da sempre (lasciatemi usare un termine buddhista che indica la gentilezza) dalla metta; la condanna a morte, com’è noto, fu spietatamente eseguita il 15 aprile 1944 da un commando dei GAP (gruppi armati patriottici) fiorentini, guidato da Bruno Fanciullacci e da Giuseppe Martini. Come si diceva poco fa, del resto, la nuova spartizione del mondo voluta a Yalta prevedeva l’eliminazione di chi – come Gentile e Cicerone prima di lui – offriva una “terza via”, la via della conciliazione, della concordia pacifica e ponderata, eliminando le radicalizzazioni, cosa quanto mai pericolosa per chi (come Togliatti e il Partito Comunista) aveva sposato la linea politica dominante e trionfante, guardando già al “dopo Mussolini” e cercando di scalzare l’egemonia culturale dell’idealismo gentiliano in Italia, che sarebbe stata sostituita da quella gramsciana.

A proposito di Catone, mi ha molto colpito il passo in cui lei ricorda che, esortato da Bruto a scrivere un elogio dell’eroe suicida, sulle prime l’oratore rifiutò perché gli sembrava “un lavoro degno di Archimede”. In materia di fatica letteraria a Cicerone piaceva, talvolta, uscirsene con formule e definizioni “visionarie” perché davano spazio alla sua visione di una maniera fuori dalla letteratura: possiamo pensare
anche alle commedie di Livio Andronico, che l’Arpinate definì “un’opera dedalica”. Lei trova qualcosa di simile anche nello stile definitorio di Gentile?
 

Gentile non è un autore semplice, decisamente lontano dall’archetipo della “lettura sotto l’ombrellone” persino nei suoi libri non strettamente teorici, e sconta ancora oggi una qual certa difficoltà di lettura dovuta al suo stile retorico e spesso oscuro, che richiede un allenamento mentale continuo per concentrarsi sul testo. Eppure è un autore che sa essere molto icastico, specie quando definisce, nella sua opera postuma Genesi e struttura della società, la morte: “La morte è un fatto sociale, perché si muore sempre a
qualcuno”, o quando – fresco del dolore per la prematura morte del figlio Giovannino, rinomato fisico, nel 1942 – parla di un “ritrarsi della persona scomparsa nella nostra mente”, dove essa prosegue la sua esistenza, vivendo una sorta di immortalità nel nostro spirito. Ciò ricorda prepotentemente la “Consolatio” che Cicerone scrisse a se stesso, ispirandosi al filosofo greco Crantore, in occasione della morte prematura dell’adorata figlia Tulliola, nel tentativo di far giungere sino a lei le sue parole di commiato e il suo dolore di padre. In questo aspetto, le parole di entrambi i filosofi, seppure separati da due millenni,
risuonano meravigliosamente simili e scolpite nel marmo della memoria comune, proprio perché tutti e due sanno far vibrare quelle corde compassionevoli ed eterne che mai possono tacere nell’animo umano, al di là delle spicciole divisioni politiche contingenti.

Cicerone e Giovanni Gentile. Un fiume carsico, di Mirko Rizzotto. Solfanelli, 172 pp.

Gianluca Vivacqua

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