DISCLOSURE DAY
Regia: Steven Spielberg
Produzione: USA, 2026
Durata: 145′
Cast: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell, Henry-Lloyd Hughes, Elizabeth Marvel
«Perché mi perseguiti?»
Atti 9, 4
Il tecnico informatico Daniel (Josh O’Connor) trafuga dai laboratori della Wardex Corporation un misterioso ordigno e una serie di file compromettenti; mentre il capo della Wardex, Noah Scanlon (Colin Firth) bracca Daniel e la sua compagna Jane (Eve Hewson) per rimpossessarsi dei file, la presentatrice televisiva Margaret (Emily Blunt) sperimenta una improvvisa sindrome che le permette di usare qualsiasi linguaggio umano, nonché una lingua che ella stessa non comprende. Le strade di Margaret e Daniel convergono nel tentativo di consegnare al dissidente Hugo (Colman Domingo) i file incriminati, i quali testimoniano ottant’anni di abusi ed esperimenti compiuti in segreto su una popolazione extraterrestre. La lotta per sfuggire alla macchina spietata della Wardex diventa una lotta perché la verità finalmente sia rivelata al mondo, nonché per confrontarsi con una verità indicibile dei protagonisti legata al contatto con entità dallo spazio profondo.
Confrontarsi con un nuovo film di Steven Spielberg implica un’amara e insieme illuminante presa di coscienza: la consapevolezza di quanto, dopo oltre cinquant’anni di carriera su cui continua a dirsi tutto insieme al suo opposto, restiamo prigionieri di una narrazione, ostaggi di uno Spielberg immaginario a cui l’originale deve essere continuamente raffrontato; di quanto il cineasta che ha reinventato cinque e più decadi di cinema persista a sfuggire alle categorie del fare critico e a rimanere nell’ambito del mistero. Mistero, questo, di un regista che a ogni nuova opera, quantomeno da Ready Player One (2018) e passando per lo splendido The Fabelmans (2022), ci illude di stare assistendo a un testamento spirituale, da parte di un regista che al contrario non ha alcuna voglia di appendere la cinepresa al chiodo.
Disclosure Day non dirà probabilmente nulla di nuovo a chi insegue quanto un riflesso pavloviano della critica ha cementato, nella visione corrente, sul regista che ci ha regalato tanti capolavori; tutti gli altri, come già in precedenza, seguiteranno a grattarsi il capo nel vano tentativo di raccapezzarcisi. Spielberg il visionario, l’erede del cinema classico, il grande traghettatore dell’immaginario; Spielberg il mogul, il cinico manipolatore, il sentimentale, l’ex maestro adagiato su allori e milioni; Spielberg eterno bambino, regista della meraviglia, della fiaba e degli sguardi verso l’alto; Spielberg l’infantile, l’immaturo, il grande tecnico incapace di confrontarsi con l’ambiguità del reale; Spielberg, l’uomo che ha ucciso la New Hollywood sull’altare del cinema come parco a tema, la causa ancestrale della miseria che ammanta il cinema odierno. La confusione non fa che riflettersi in come il dibattito si affanna a ingabbiare la pellicola, ora come pezzo di propaganda boomer ora come ennesimo frutto degenere della mollezza woke e politicamente corretta – come se al regista di Munich (2005) importasse qualcosa di essere corretto.
Era fortissima la tentazione, di fronte alla prima e timida promozione, di aspettarsi che Disclosure Day non fosse altro che la forma ultima del mitologico e irrealizzato Night Skies, quell’Ur-Film che doveva portare la meraviglia di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) nei meandri dell’horror puro. Non manca certo chi sperava che Spielberg la piantasse con le favolette e ci ricordasse, dopotutto, di essere pur sempre il regista di Duel (1971) e de Lo squalo (1975). Disclosure Day, nel suo trasparente richiamarsi al classico che aveva ridefinito gli alieni nel cinema, chiude in tal senso la discussione e riporta lo spettatore sulla verità nuda: che Steven Spielberg non ha mai smesso di essere un maestro del brivido e un aedo dell’orrore cosmico, e che non smetterà mai di guidarci attraverso l’orrore e verso la comunione mistica con l’ignoto; si parli quanto si vuole di fiabe, ma ci si ricordi che la fiaba non è mai così astratta né rassicurante. A nulla serve riesumare Night Skies: Spielberg non ha alcun bisogno di scegliere tra il grido e la lacrima, e chi si ostina a non darsene pace si condanna a non capirci ancora niente.
Invero, nell’implacabilità del suo calibratissimo thriller tecno-politico, Disclosure Day non fa che piegare il massimalismo di questo cinema a una più che mai matura riflessione sullo sguardo, sull’atto politico e umanistico della contemplazione. Se Incontri ravvicinati del terzo tipo era una parabola biblica sull’urgenza e sull’angoscia del vedere, e se in tempi un po’ più recenti Minority Report (2002) era un violento rompicapo borgesiano sulla condanna del vedere, e se The Fabelmans poneva la visione come funzione dell’esistere e del resistere, Disclosure Day è allora una parabola densissima e pentecostale sul dovere della visione. Laddove il film del ’77 era una escursione realmente profetica sull’incontro con l’alieno come invasamento trascendente, qui Spielberg (con la sceneggiatura d’acciaio di David Koepp) ci riporta sulla terra e ci rinchiude in una regia televisiva, costringendoci a un confronto implacabile col nostro tempo saturo di visioni e pulsioni, di odio vecchio e nuovo, di antropocentrismo degenere e controllo dell’informazione.
Erano anni che la regia di Spielberg non si faceva così potentemente, tormentosamente visibile: Disclosure Day è un thriller materico, tattile, irrequieto, guidato da un occhio filmico schizofrenico che nell’estasi del pianosequenza reinquadra forsennatamente lo spazio, arrovella il tempo del racconto, moltiplica i punti di vista e spinge la geometria del movimento e della luce con una sfrontatezza che non conosce modestia di comodo. Una eccezionale spavalderia dello sguardo in cui Spielberg trova perfino modo di citare se stesso, con una sequenza ripresa da Duel e portata alle sue estreme conseguenze.
Al centro, le performance sentitamente carnali di Emily Blunt, di Josh O’Connor e specialmente di Colin Firth che, nel ruolo dell’implacabile Scanlon, sembrava non aspettare altro che di smettere i panni del gentiluomo britannico a Hollywood per abbracciare una visceralità pura e liberatoria.
Vi è un intero mondo in Disclosure Day: il nostro mondo. Informazione e suo occultamento, telepresenza e dominio del medium, l’ombra imberrettata di rosso dell’odierna destra reazionaria e l’ansia di controllo del Big Tech; su tutto, la frontiera come ferita, l’alieno come migrante cosmico, sezionato, deportato, oscurato dai media perché la verità non sconvolga le masse, perché il privilegio e la maledizione del conoscere siano in mano a chi ne sa meglio per noi. Non può che essere anche un discorso sul cinema, sulla nostra assuefazione allo spettacolo, sulla stanchezza del nostro immaginario, su ottant’anni di cinema che ha voluto addomesticare l’alterità, sanificare l’ignoto.
La conclusione di Disclosure Day è infine puro e intimo diario mistico, nel quale la meraviglia e l’orrore si fondono inestricabilmente: fiaba dello sguardo e del trauma, immersione febbrile nel ricordo e nell’inconoscibile; per concludere la corsa disperata nel chiuso di uno studio televisivo, dove la verità è nell’occhio che sceglie di guardare, dove la mano invisibile che governa il mercato delle immagini detta i tempi della rivelazione, dove il volto che ci interpella attraverso lo schermo può solo dire chi scegliamo di essere quando il velo è caduto.
Cinema sublime, terreno, fuori dalle mode e da ogni senso dell’opportuno; cinema dello sguardo e di chi sceglie di esercitarlo nonostante tutto, dell’immagine e di come il vedente cambia vedendo; cinema apocalittico nel senso più esatto di rivelazione, di un disvelamento di cui non si può che essere superstiti.
In breve: un film di Steven Spielberg.
Fabio Cassano
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