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CANNES 79

Posatasi infine la polvere sul 79° Festival di Cannes, passato tutto quel che doveva passare sulla croisette in abito più o meno fotografabile, passati i discorsi edificanti e le invettive, le gare all’applauso più lungo e la standing ovation (ben venti minuti, praticamente una suite) a Penélope Cruz, mentre il marito Javier Bardem argomenta di geopolitica e mascolinità tossica, cosa resta del festival? Resta il cinema, quello su cui si decidono i posizionamenti, si orientano i discorsi; i film che sono sempre tanti, troppi, non sempre eccelsi, spesso nel limbo del capolavoro che, se mai uscisse da noi, lo si vedrebbe in tre sale ad Agosto. Per ora l’unico ad aver già avuto una distribuzione è Amarga Navidad, opera in cui Pedro Almodóvar indaga la maledizione del regista e di chi gli sta accanto, il timore ancestrale della vita di fronte al pericolo di diventare arte in mano a cineasti all’irrequieta ricerca di un’idea.

La Palma d’Oro invece, come è noto, è andata al rumeno Cristian Mungiu per Fjord; la giuria guidata da Park Chan-Wook premia questodramma legale che vede la conservatrice famiglia Bodnariu (ispirata alla reale famiglia Gheorghiu) scontrarsi con la solidarietà a comando del progressivismo scandinavo, quello dei villaggi norvegesi ad altissimo tasso di felicità media e dalla cui bontà è meglio guardarsi; il film vede il ritorno alle radici di Sebastian Stan, rumeno-americano che dopo essersi emancipato dalla scuderia Marvel ha fatto voto di darsi a un cinema di sfide. Il Gran Premio invece al ritorno di Andrey Zvyagintsev che con Minotaur – ispirato a Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol – tocca i temi caldi della società russa di oggi: l’oligarchia, le catastrofi sociali del liberismo, la questione della guerra in Ucraina e della coscrizione. Premio della Giuria a Valeska Grisebach per Das geträumte Abenteuer, dramma incentrato su una missione illegale tra Grecia, Bulgaria e Turchia.

Il premio per la regia vede invece un ex aequo tra Javier Ambrossi, il cui La bola negra – firmato insieme a Javier Calvo – adatta l’incompiuto La piedra oscura di Lorca nel racconto trasversale delle vite di tre omosessuali in epoche diverse; e il più ieratico Paweł Pawlikowski che in Fatherland racconta il viaggio di Erika e Thomas Mann attraverso la Germania al tempo della Guerra Fredda.

Parlando di registi rigorosi, è Soudain di Ryusuke Hamaguchi (già miglior sceneggiatura per Drive my Car nel 2021) a vedere le sue protagoniste Virginie Efira e Tao Okamoto premiate come migliori attrici, in un purissimo cinema di parola che ha per centro la pratica della cura in una Parigi programmaticamente anti-turistica. La miglior interpretazione maschile è invece di Emmanuel Macchia e Valentin Campagne nel dramma bellico di Lukas Dhont Coward, storia di soldati stanchi di esserlo nelle trincee belghe della Grande Guerra. È invece la Seconda Guerra Mondiale a far da sfondo a Notre Salut di Emmanuel Marre, premio per la miglior sceneggiatura a firma del regista.

L’austriaca Sandra Wollner ottiene con Everytime il premio Un Certain Regard: un viaggio a Tenerife è l’occasione per una madre e i suoi due figli di affrontare traumi del passato e difficoltà del presente, col sole delle Canarie a intorbidare percezioni e ricordi. Dal Rwanda arriva invece Ben’Imana, nel quale Marie Clémentine Dusabejambo fa i conti con la memoria del genocidio del 1994. Per il cinema breve l’argentino Federico Luis vince con Para los contrincantes, storia di un giovanissimo pugile messicano che insegue il sogno di scalare i vertici della boxe.

Per nulla trascurabili i non premiati: da Paper Tiger in cui James Gray racconta insieme a un cast di eccellenze (Adam Driver, Scarlett Johansson, Miles Teller) le vicissitudini di una famiglia implicata con la mafia russa; al sud-coreano Hope di Na Hong-jin, thriller fantascientifico che vede la partecipazione della coppia Fassbender-Vikander in una caccia spietata contro entità misteriose; allo slasher metafilmico Teenage Sex and Death at Camp Miasma che per la regista Jane Schoenbrun è un viaggio nell’ossessione che ha nell’eredità dell’horror e nel volto di Gillian Anderson una perturbante incarnazione.

Sarebbero anche troppe le domande da farsi quando sezioni come Premiere e i fuori concorso propongono una selezione, a tratti, perfino più interessante di quella in concorso: dal thriller psicologico Roma Elastica in cui Bertrand Mandico esplora la vertigine del fare fantascienza al cinema, al futuristico Her Private Hell con cui Nicolas Winding Refn esplora il perturbante metropolitano al suono delle musiche di Pino Donaggio (prima collaborazione assoluta col regista danese), a Yeon Sang-ho che nell’action horror sud-coreano Colony mette in scena gli orrori della guerra batteriologica. Vista così, la selezione parrebbe sempre tradire un certo prurito verso il cinema di genere, tenuto a debita distanza sia pure dopo che cinque anni orsono la Palma d’Oro era toccata al cruentissimo Titane di Julia Ducornau. A rubare la scena è però la proiezione di The Fast and the Furious, nel venticinquesimo del film che ha dato inizio a uno dei più imponenti franchise odierni, alla presenza di un commosso Vin Diesel che non manca di ricordare il compianto protagonista Paul Walker.

Quanto alle prime, Kiyoshi Kurosawa firma il dramma storico The Samurai and the Prisoner, Christophe Honoré porta la commedia drammatica Orange-Flavored Wedding e Daniel Auteuil presenta il suo La Troisième Nuit, dramma sulle deportazioni ebraiche nella Repubblica di Vichy. Clamoroso è tuttavia anche l’esordio registico di John Travolta col breve Propeller One-Way Night Coach, omaggio nostalgico all’infanzia e alla passione per il volo.

È proprio Travolta, insieme a Peter Jackson e Barbra Streisand, ad aggiudicarsi la Palma d’Oro onoraria, in un’edizione che sotto le paillettes e i proclami pare esser stato un normale, noiosissimo (per la cronaca di colore) e per questo lodevole evento in cui il cinema non è ancora sfondo.

Fabio Cassano

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