Venezuela: la caduta di Maduro e il sorriso di Trentini
Il nome di Alberto Trentini è ormai noto alla maggior parte degli italiani e, fortunatamente, la sua vicenda si è conclusa con un lieto fine. Tuttavia, ci sono voluti più di 400 giorni di prigionia prima che potesse tornare in patria e riabbracciare la madre.
Tutto iniziò quando, il 15 ottobre 2024, l’operatore umanitario è stato arrestato mentre era in Venezuela per conto dell’Ong Humanity & Inclusion, fondata nel 1982 da due medici che iniziarono a creare protesi per le oltre 6mila persone che avevano perso gli arti per le mine antiuomo dei Khmer Rossi. Ad oggi, l’Organizzazione non governativa è presente in più di 58 Paesi con oltre 480 progetti, tra i quali il Venezuela di Nicolás Maduro.
Trentini era lì per dare supporto umanitario alle persone, ma, mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito, è stato arrestato a un posto di blocco del Servizio amministrativo per l’identificazione. Da quel momento, si è capito che, nonostante l’assenza di accuse formali, l’operatore veneziano sarebbe rimasto in carcere per un bel po’. In particolare, dopo più di otto mesi di detenzione nel carcere El Rodeo I, il Ministero degli Esteri non era ancora riuscito a far incontrare Luigi Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero, con un esponente del governo venezuelano. Infatti, come ha affermato più volte Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Alberto, il cooperante era solo una moneta di scambio, ma di grande valore per Maduro.
I contatti con la famiglia erano pressoché inesistenti: a fine agosto 2025 Trentini era riuscito a parlare con i suoi cari solo due volte al telefono e nessun esponente del Governo italiano aveva potuto visitarlo. Nel frattempo, però, gli utenti del web non si sono dimenticati di lui, anzi, hanno mantenuto alta l’attenzione sul caso anche con diverse iniziative. Tra queste, e forse quella più simbolica, c’è stato anche un digiuno a staffetta durato ben 306 giorni, fino al 12 gennaio del 2026, quando finalmente è stato liberato.
Al suo rientro in Italia, ad aspettarlo c’erano la Premier, Giorgia Meloni, e il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oltre alla madre che non è riuscita a trattenere l’emozione mentre abbracciava il figlio, anche lui in lacrime. Infatti, sono stati ben 423 giorni di prigionia, in uno dei carceri più “rinomati” per le continue violazioni dei diritti umani, come riporta Ristretti Orizzonti.
Fortunatamente, però, la disavventura di Alberto Trentini ha avuto un lieto fine, anche se sono dovuti intervenire gli americani con una prova di forza che, non solo ha violato il diritto internazionale, ma probabilmente ha destabilizzato l’intero Sudamerica. In particolare, il 47esimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di sferrare un attacco nel cuore della notte senza neanche avvisare il Congresso.
L’aggressione, quindi, non solo era una violazione della Carta delle Nazioni Unite, ma anche della Costituzione americana, anche se ci sono già stati diversi casi come questo. Infatti, secondo l’Articolo I è il Congresso il solo a poter dichiarare guerra, ma il Presidente è il comandante in capo delle forze armate secondo l’Articolo II. Nel 1973 però, era stato approvato il War Power Act che permetteva al Presidente di inviare delle truppe a combattere senza attendere l’approvazione del Congresso, ma solo se le truppe o i territori statunitensi fossero stati attaccati, divenendo un caso di emergenza nazionale. Nello specifico, il Presidente ha comunque l’obbligo di avvisare il Congresso entro 48 ore, ma, nel caso venezuelano, sono rimasti ben al di sotto.
Di fatto, secondo le stime, l’Operation Absolute Resolve è durata meno di 30 minuti totali e, nonostante fosse ben al di fuori della giurisdizione degli Stati Uniti, l’hanno presentata al mondo
come un’azione di law enforcement (applicazione della legge), giustificando l’attacco con le accuse di narcotraffico e terrorismo nei confronti di Maduro. L’operazione ha anche causato 75 vittime, il bombardamento di alcuni obiettivi a Caracas e il vero scopo dell’attacco: il rapimento del Presidente venezuelano e della moglie, Cilia Flores. Entrambi sono stati trasferiti a New York, dove attualmente sono detenuti al Metropolitan Detention Center, per essere processati per: cospirazione per narcotraffico e terrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina, possesso di esplosivi e mitragliatrici. Tuttavia, sempre secondo il diritto internazionale, Maduro non potrebbe essere processato da un tribunale statunitense poiché leader di un Paese, ma solo dalla Corte Penale Internazionale. Però, come ormai abbiamo potuto capire, Trump non ha nessuna intenzione di sottostare alle norme convenzionali, giustificando il processo di Maduro con la scusa di non averlo mai riconosciuto formalmente come leader del Venezuela.
Già il 5 gennaio 2026, Delcy Rodriguez ha preso il posto di Maduro come leader del Paese e, nonostante fosse la vicepresidente fino a pochi giorni prima, ha cambiato completamente la sua opinione. In particolare, all’inizio ha provato a contestare l’illegalità del rapimento dell’ormai ex Presidente, ma, probabilmente per le pressioni ricevute dall’amministrazione americana, ha cambiato i toni. Di fatto, a inizio febbraio, a un mese dall’Operation Absolute Resolve, ha voluto dichiarare che il Venezuela è maturato in tranquillità da quella notte e che il Paese manterrà la sua indipendenza. Tuttavia, possiamo notare l’influenza americana già solo dal fatto che le relazioni tra Stati Uniti e Venezuela non sono mai state così floride, ma è anche di fondamentale importanza il nuovo accordo firmato per il petrolio venezuelano. Infatti, come è stato chiaro fin da subito, la cattura di Maduro serviva principalmente ad aprire le porte per Washington sul greggio.
In particolare, l’oro nero venezuelano ha già iniziato a essere venduto agli Stati Uniti e ai suoi alleati, tra cui anche l’Italia. Bloomberg ha anche affermato che il petrolio arriverà anche in Israele, nonostante sia stato smentito dal governo di Delcy Rodriguez. Di fatto, sotto Maduro, il Venezuela aveva bloccato le esportazioni di greggio verso Tel Aviv, criticando più volte il genocidio che sta avvenendo in Palestina. Tuttavia, con il nuovo governo ci potrebbe essere stato un cambio di rotta radicale, anche nei confronti di Cuba. Infatti, se prima veniva favorita l’isola, adesso anche il Venezuela si è schierato a favore dell’embargo, mettendo in ginocchio la Perla delle Antille.
Il cambio di regime e il rapimento di Maduro hanno segnato profondamente l’equilibrio globale in favore di Washington, che sembra proprio voglia scatenare una guerra contro l’Iran. I negoziati tra Teheran e gli Stati Uniti, in apparenza, si sono impantanati, con Trump che spinge per una soluzione rapida. Di fatto, senza usare mezzi termini, il Tycoon ha dichiarato apertamente che è pronto ad attaccare l’Iran se non si raggiungerà un accordo sul nucleare iraniano, movimentando le truppe americane e inviando diverse portaerei nella zona, tra cui la più grande al mondo, la USS Gerald R. Ford. Nello specifico, affiancherà la USS Lincoln a protezione di Israele e ciò fa pensare che l’Operation Absolute Resolve è stato solo un mezzo per ottenere un approvvigionamento prioritario di petrolio in caso di un conflitto prolungato. Nessuno sostiene che Nicolás Maduro fosse un santo o che governasse il Venezuela secondo principi pienamente democratici: il caso del cooperante italiano Alberto Trentini lo ricorda bene. Ma se la sua liberazione è arrivata solo dopo un’operazione militare che ha ridisegnato gli equilibri geopolitici, la domanda resta inevitabile: cosa ci si può aspettare dal leader di una superpotenza disposto a rischiare un’ulteriore escalation in Medio Oriente?
Matteo Boschetti
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