cinema

Sentimental Value

Nora, bambina.

Nora, attrice.

Nora, figlia.

Sentimental Value inizia con l’evocazione di un tema fatto da bambina che descrive se stessa e la casa, e se stessa come se fosse la sua casa.

Nora bambina figlia e attrice. E sorella maggiore poco consapevole di essere (stata) tale.

I temi scelti da Trier regista e sceneggiatore insieme a Eskil Vogt, si intersecano, si sopvrappongono concedendosi tra loro spazio reciproco e quasi, come in una dissolvenza, si mischiano.

Una famiglia formata da due genitori e due figlie femmine.

Madre e padre litigano e le due bambine indiscutibilmente risentono delle loro urla.

La coppia si separa e i genitori smetteranno di essere tale per le due bambine che resteranno nella casa paterna solo con la madre, dove proprio lì, nelle meravigliose grandi mura domestiche, continuerà la sua professione di psicologa; il padre lascia la casa, le figlie e la città, ripresentandosi, dopo molti anni di assenza e silenzio, solamente nel giorno dei funerali della sua ex moglie.

Improvvisamente Nora, interpretata da Renate Reinsve, e Inga Josefine Ibsdotter Lilleaas nel ruolo della sorella Agnes, perdono la madre e ritrovano il loro padre.

Sentimental Value diventa un pre-testo per raccontare uno dei più grandi temi umani: l’incomunicabilità e, non solo come tale, ma come ferita profonda e traumatica tra due figlie e il loro padre: un padre regista cinematografico, magistralmente interpreato da Stellan Skarsgård, una figlia ricercatrice e storica, e Nora, attrice teatrale.

Si sovrappongono due arti: il teatro e il cinema.

La dimensione metacinematografica non narra solo di sé, mostra l’edificio teatrale: bellissimo, un teatro illuminato, all’italiana, mostra le quinte, rivela l’emozione palpitante non sempre facile da gestire per un’attrice che deve, da lì a poco, entrare in scena.

Nel film si sovrappongono continuamente il teatro e il cinema rispettivamente portando (in scena) e riproducendo (nel film) la vita attraverso l’uso di tecniche precise, di mezzi e meccanismi più adatti, con gli attori e il regista, che ne rileggono la realtà, re-interpretandola attraverso il loro lavoro durissimo, spesso anche alienante.

Qui l’incomunicabilità si apre e si declina in una molteplicità che si rivela non  semplicemente in un dialogo difficile tra due generazioni ma si raddoppia nei ruoli di padre e regista cinematografico e di figlia e attrice teatrale.

Ad arbitrare tra i due c’è Agnes, sorella e figlia, costretta a conservare – in entrambi i ruoli, naturalmente, l’essere la più piccola che pare però portare il peso dell’essere la più assenata. Sarà proprio alla festa di compleanno di suo figlio che il padre e la sorella avranno uno scontro.

Entrambe le sorelle hanno risentito dell’assenza e del mancato affetto paterno ma Nora, ancora una volta, raddoppia la mancanza sentendo l’assenza del padre nel suo proprio ruolo di figlia e nel ruolo di attrice.

In un veloce ma feroce battibecco Nora ricorda a Gustav di non averla mai vista recitare in teatro; lui invece risponde di averla anche ammirata, precisando di averla vista nel ruolo di Medea e – ancora e immediatamente, Nora ribatte: solo nel primo atto. È così che Nora, come Medea, riuscirà a vendicarsi rifiutando il ruolo da protagonista del film scritto da suo padre per lei.

Ma anche la vendetta di Nora conoscerà la rappresentazione di un solo atto, come in quell’unico visto dal padre in Medea, perché Nora cederà.

Al termine del film, tra le ultime scene, il regista illude, forse con poca destrazza, il pubblico, ponendolo davanti alla riflessione verità/finzione e della doppia finzione, quella del film nel film, attraverso lo svelamento del  medesimo meccanismo cinematografico svelato – appunto, soltanto alla fine.

Joachim Trier porta anche il tema del dramma del limite del padre artista: altro dramma nel dramma: quello dell’uomo che sceglie di essere artista piuttosto che padre, dell’uomo dedito alla realizzazione della propria arte che, per essere tale, necessita della dimensione della solitudine. È così che Gustav, in quanto artista,  sacrifica il ruolo di padre allontanandosi fisicamente dalle proprie figlie. Sceglie sé nel Cinema e, quando torna dalle figlie, per farsi perdonare con lui non avrà dei fiori, ma una sceneggiatura per Nora e, in un secondo tempo, chiederà ad Agnes di prestargli suo figlio poprio perché è la sceneggiatura a richiederlo.

È così che Trier guarda, con una certa miopia, al cinema di Bergman, non soltanto nella discussa dissolvenza-citazione dei tre volti, quelli del padre e delle figlie, ma nel faticoso, faticossisimo, rapporto che Gustav ha prima con sé stesso, in quanto padre, e in quanto regista con le figlie. Ancora una volta emerge il doppio legame con Nora, figlia e attrice, che il regista Trier narra nel loro dialogo serrato, quando il padre Gustav evidenzia la solitudine della figlia con l’immancato riferimento al ruolo di madre, come se per Nora fosse stato un atto di sacrificio verso il teatro. Ma ecco che Nora, nuovamente, ancora una volta, ribatte e ribalta lo schema, ricordando a suo padre che la sua solitudine è esistita pur avendo due figlie che ha sacrificato per il suo cinema.

Il dramma di Sentimental Value si fa poi lieto: la casa diventa scena e riappacificazione tra padre e figlia con la realizzazione del film che Gustav padre scrive (appositamente) per la figlia, citando sua madre attraverso la scena del suicidio (mai rappresentato) che si dissolve cinematograficamente, nella sceneggiatura, a quello non riuscito di Nora (prima del suo arrivo).

Claudia Dell’Era

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