Dal Midas all’Ergife, la parabola di Craxi
Hotel Midas. Un quattro stelle nel quartiere Aurelio di Roma, costruito nel 1973. Qui, nel marzo di tre anni dopo, il PSI celebra un congresso – il quarantesimo dalla sua fondazione – che si limita a confermare l’esistente: De Martino e Mancini, i titolari delle due mozioni maggioritarie, si alleano per far sì che il primo resti alla segreteria. Il napoletano, insigne studioso di diritto romano, è fautore di una politica di forte agganciamento del PSI al PI, il calabrese, figlio di uno dei fondatori del Partito Socialista in Calabria, più volte ministro nella stagione del centro-sinistra e segretario prima di De Martino, è invece un autonomista, come Nenni, come Pertini, padri ed eroi del partito. Il fallimento della linea demartiniana alle urne è dietro l’angolo: forse Mancini scommette su di essa e già guarda alle nuove leve del partito – i quarantenni – per farne la base di una sua rinnovata leadership. Alle idi del luglio lo stato maggiore del PSI torna al Midas per regolare i conti: bastano ventiquattr’ore perché dal comitato centrale – con la benedizione di Mancini – esca la novità assoluta alla guida del partito: Benedetto Craxi detto Bettino, pupillo di Nenni e molto vicino anche a Pertini. In quel momento Craxi è capogruppo alla Camera; al precedente Congresso si era messo in evidenza con un intervento che è già tutto un manifesto della sua visione internazionale e di governo: socialismo democratico, avversione del modello antilibertario sovietico, maggiore partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato, indipendenza dei popoli. In quel biduo di luglio Craxi torna nella sala congressi dell’Eur per fare sostanzialmente da spettatore: l’Avanti non registra suoi interventi né il 15 né il 16. Egli lascia che siano gli altri compagni a chiudere la doppia pratica, la defenestrazione di De Martino e il perfezionamento della sua nomina: di parlare avrà modo (e tanto) nei prossimi anni. Oltre che di governare: è appena iniziata la sua era.
Diciassette anni dopo è un altro albergo quattro stelle, romano, sempre sulla via Aurelia, a fare da sfondo alla chiusura di quell’era. A tre giorni dall’anniversario di uno dei decreti più importanti del suo governo (il decreto di San Valentino sulla scala mobile), l’11 febbraio 1993 Craxi prende la parola all’hotel Ergife nel quadro dell’Assemblea Nazionale socialista. Si respira un’aria di liquidazione, e non solo perché il segretario, già raggiunto da vari avvisi di garanzia collegati all’inchiesta “Mani pulite” sulle tangenti politiche, sta per dimettersi: da più parti nella sala si ha la percezione netta, funestissima, che il garofano non sopravviverà alla fine del suo quasi ventennale leader. Non ci sono più i vecchi maestri dei giochi di partito: Nenni è scomparso nell’80, Pertini nel ’90; e Mancini è stato emarginato da quella stessa leadership che aveva contribuito a far emergere. Ci sono i craxiani, quelli rimasti almeno; di certo solo fino a poco tempo prima ce n’erano molti di più, quelli che nel corso degli anni erano saliti su una barca con vele sempre più gonfie. E che ora da quella barca sono scesi, precipitosamente. “Il nuovo segretario, che mi auguro possa essere eletto con voto unanime, potrà contare sul mio sostegno, sul mio contributo politico, sulla mia collaborazione”: ma non s’inganna chi crede che, stavolta sì, la successione a quello uscente sarà rappresentata da un segretario di transizione. Transizione verso cosa, però? Accreditatissimo alla vigilia è Valdo Spini, alla fine tuttavia esce papa Giorgio Benvenuto, ex segretario della Uil. Una cosa simile si ripeterà, venti anni dopo, nella storia del Pd, quando a un Bersani che si dimette, non essendo riuscito a dar vita a un esecutivo con i Cinque Stelle, succederà un ex leader sindacale, Guglielmo Epifani della Cgil. Un traghettatore che è in realtà un esecutore testamentario della prima fase della storia del partito, quella che è diretta prosecuzione dell’esperienza dei Ds (con la parentesi franceschiniana): Epifani lascia poi spazio all’avventura renziana che è tutto un altro capitolo nella vicenda piddina.
Benvenuto, invece, cosa lasciò e a chi lasciò vent’anni prima? Cedette a un altro sindacalista, Ottaviano Del Turco, la guida di un PSI ormai sempre più allo sbando; a lui l’onore, e l’onere, di mettergli i sigilli. Era il 22 maggio 1993: un anno e mezzo dopo ci sarebbe stato lo scioglimento di un partito che aveva appena fatto in tempo a festeggiare il suo centenario.
Gianluca Vivacqua
