FEDERICO FRUSCIANTE, L’ULTIMO DEI VIDEOTECARI
È d’abitudine dire che apprezziamo quel che c’era, o in certi casi chi c’era, quando ormai non c’è più. Non è certo il caso di Federico Frusciante, critico, appassionato, livornese vero e “ultimo dei videotecari”, che da un minuscolo stanzino del suo Videodrome diffondeva, con le sue appassionate e toecanissime recensioni a braccio, una visione del cinema che non si può non amare.
Non è il caso di millantare l’amicizia di una vita, né di fingere che la parola di Frusciante – e che parola, quel suo jazz verbale strascicato, rauco, aspirato, colorito – fosse oro colato. Chi scrive non è sempre stato d’accordo con le sue vedute, non poteva allinearsi su tutta la linea a un modo di intendere il cinema che non ammetteva sconti né eufemismi; basti pensare alle battaglie contro Zack Snyder o contro James Wan, in quelle critiche al vetriolo che facevano di Frusciante un vero “autore degli autori”, l’oltranzismo di chi ha gusti veraci, opinioni forti e valori non negoziabili, e di chi ha tutto il turpiloquio del mondo per difenderli. Fatto sta che, piacesse o meno, la sua presenza era diventata una costante nel poco edificante mondo degli YouTuber italiani, specie di quelli che si occupano di cinema; e sembrava che ci sarebbe stato ancora molto, molto a lungo.
Meglio essere onesti: quando Frusciante era nel pieno della sua battaglia critica, chi scrive era un perfetto signor nessuno, di quelli che mai avrebbero pensato di ritrovarsi, dieci anni dopo, a condividere un progetto in comune, come si fosse tra pari. Cosa resta di lui? Verrebbe da dire, poco: una manciata di messaggi, un futuro non più noleggiabile, un numero salvato in rubrica e che adesso squillerebbe a vuoto.
Ma non è così. Di Federico resta tutto: l’affetto di una comunità, quella dei malati di cinema, che dai nomi più oscuri ai più illustri gli ha dedicato affetto, ricordi, stima per un compagno d’armi caduto mentre faceva quel che sapeva fare meglio, ovvero condividere la passione bruciante per il cinema che vale ricordare; resta la coerenza, quella di una vita a pugno chiuso di chi se ne frega di cosa pensa la gente da bene; restano centinaia di ore tra recensioni “mini” e non, ospitate, confronti, traccia di un onnivoro dell’immagine mobile che sapeva cosa gli piaceva e cosa no.
Resta l’amore per un cinema popolare ma con le idee: quello di John Carpenter, di Wes Craven, di Tobe Hooper, ma anche di Werner Herzog, dell’amatissima Kathryn Bigelow è, naturalmente, di David Cronenberg, da Videodrome in avanti e anche in retro. Resta la voglia di infervorarsi, con la sigaretta pronta e la ripresa che fa schifo, di non mandarle a dire e di amare con l’ardore di chi disprezza.
Resta lui, perché non se n’è andato. Perché fatto com’era ed è – fuori moda, verace, grezzo come una pietra rara – Frusciante è vivo per il suo pubblico come lo è sempre stato, abbastanza da far sembrare morti tutti gli altri.
È sempre orribile veder scendere una saracinesca su una porta che si immaginava per sempre aperta. Converrà tenersi le dritte sui film da non perdere e su quelli da perdere, i monologhi torrenziali, le metafore senza inutile decoro. Si va avanti, con più cura e meno innocenza, più algoritmo e meno ritmo, più cinismo d’essenza che di facciata, doppio oscuro di quello che era, a modo suo, un piccolo grande umanista dello schermo (filmico e non).
Per il resto, la vita altrui continua, conviene proseguire.
È ufficiale: non ci sono più videotecari.
di Fabio Cassano
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