Gli anni ’80 secondo Deaglio
C’era una volta in Italia, atto III: come già aveva fatto con gli anni ’60 e i ’70, Enrico Deaglio racconta anche gli anni ’80 secondo lo schema annalistico. Quest’ultimo si mescola allo schema storico, basato sul meccanismo della simultaneità, in taluni momenti, come ad esempio nell’82. Accanto ad Annales c’è un’altra parola-chiave, ed è carosello. Ogni anno è non solo un contenitore di eventi ma anche (e soprattutto) una galleria di pinakes: la narrazione procede come il percorso in un museo della memoria collettiva, in cui chi c’era in quegli anni potrà facilmente ritrovarsi per flash mnemonici, chi non c’era avrà invece modo di innescare quel circolo tanto virtuoso per la storia nel quale colui a cui fa difetto l’esperienza diretta può rivolgersi a chi è in grado di fornire testimonianze di prima mano.
Abbiamo detto che ci troviamo di fronte a uno schema annalistico, con l’andamento di una visita museale. Nell’ “Ottantariato” e in ciò che degli Ottanta è ancora vivo. C’è anche però che Deaglio non si limita a fare l’etografo (e quindi a esporre gli eventi degli anni ’80 uno dopo l’altro) ma è un vero e biografo di ciascun anno: ogni anno sembra in effetti un capitolo di un’opera simile alle Vite dei Cesari di Svetonio. Ci si potrebbe chiedere a questo punto: quale degli anni del penultimo decennio del XX secolo è il preferito dall’autore? Qual è il suo “Augusto” tra gli anni ’80? La risposta potrebbe essere: non c’è, in effetti, un solo preferito, ma lo sono alla pari tutti quelli che includono un evento clou. E, dal momento che nel decennio che è al centro del libro, quasi tutti gli anni ne possono vantare uno se non addirittura più di uno (1980: omicidio Mattarella e strage di Bologna; 1981: loggia P2, attentato a Wojtyla, tragedia di Alfredino e sequestro Dozier; 1982: Dalla Chiesa, La Torre, mondiali di Spagna; 1983: caso Tortora e rapimento Orlandi; 1984: morte di Berlinguer; 1985: i fatti dell’Achille Lauro e la notte di Sigonella, in cui venne sfiorata la crisi diplomatica Usa-Italia; 1986: Chernobyl; 1987: primo scudetto calcistico per Napoli e il sud Italia e l’epidemia di aids; 1989: caduta del muro di Berlino), andando per esclusione si dovrebbe (si potrebbe) dire che il “meno preferito” è il 1988.
Ma c’è un elemento in particolare che ci fa propendere a credere che l’anno preferito di Deaglio, tra gli ’80, sia l’85. E la ragione è che è l’anno di quello che sembrerebbe essere il suo programma preferito, Quelli della notte. Traspare in modo evidente la simpatia con cui il cronista, piemontese sabaudissimo come solo Bocca, parla di una trasmissione che, capitanata dal foggiano Arbore, fu prodigiosa fucina di campioni dell’intrattenimento televisivo meridionali (con qualche felice “intromissione” di matrice romana); con altrettanta simpatia egli naturalmente esplora la galleria dei personaggi lanciati da quel programma. Ai tempi di Quelli della notte Deaglio aveva trentasette anni e dirigeva da pochi mesi il quotidiano Reporter. In effetti non possiamo immaginare quanto tempo e quanta voglia avesse di guardare la televisione ma, a giudicare da quello che lui stesso scrive, col telecomando in mano ci azzardiamo a scommettere che avrebbe preferito la seconda serata del Canale 2 al preserale di Canale 5, quel Drive in a cui certo non manca di riservare adeguato spazio (al capitolo 1983).
Nella pletora di volti e figure che si avvicendano di pagina in pagina ci pare poi di poter individuare anche un personaggio preferito di Deaglio: si tratta dello scrittore Pier Vittorio Tondelli. Intellettuale capace di osservare il decennio con sguardo enciclopedico, arbiter elegantiarum e analista attento del costume, Tondelli, più abrasivo e sconcertante di Pasolini nel raffigurare l’immaginario dell’erotismo gay, dinamitardo come un Baudelaire di provincia, si affaccia nella narrazione deagliana nel 1980 con Altri libertini, il capolavoro che gli procura la fama di scrittore maledetto. Poi torna nell’85, per la presentazione del suo terzo romanzo, Rimini, proprio nella città felliniana. Il cantore dello sconcio e del depravato, su cui gravano le fatwe di tanti ambienti cattolici, si dimostra in realtà un uomo impacciato e tutt’altro che a suo agio davanti ai microfoni. Non lo è neppure davanti agli strumenti dell’informatica, al cospetto dei quali – questo è il terzo ritorno di Tondelli nelle pagine di Deaglio, 1986 – si sente “come uno scrivano ottuagenario”. Poi, un ultimo passaggio nel 1988, per il “coccodrillo” tributato al disegnatore Andrea Pazienza: “guadagnare tanto per buttare via tutto, non pensare mai al futuro, non fare mai progetti, vivere alla giornata, avere orrore di costruirsi una carriera (e in questo, Andrea […] è stato un vero antimaestro), provare ribrezzo dei ruoli professionali, identificarsi completamente con la bohème del proprio lavoro artistico […] in sostanza giocare, col proprio talento, alla roulette russa […] è questo che la morte di Andrea mi mette davanti […]: il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente, se non nella propria dannazione.” Per Deaglio è “il ritratto di una certa generazione di artisti, nati negli anni settanta e diventati adulti negli anni ottanta”. Dunque parla di Pazienza, Tondelli, ma probabilmente anche un po’ di sé, eroe-antieroe “ottantanauta”. Ottuagenario, secondo la sua stessa definizione: come non poteva non esserlo qualsiasi artista con la maturità degli anni Ottanta.
C’era una volta in Italia – Gli anni ’80, Feltrinelli, 2025. Pp. 672.
Gianluca Vivacqua
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