attualitàlibri

Il caso Socrate: l’antenato di tutti gli esempi di malagiustizia?

Un poeta, un politico e conciatore di pelli e un oratore: questi tre individui, che rispondevano
rispettivamente ai nomi di Meleto, Anito e Licone, nel 399 a.C. ad Atene portarono alla sbarra un
innocente, persona specchiatissima, uomo giusto e devoto alle leggi più di ogni altro. Ma non era
un signore perbene qualsiasi: si trattava di Socrate, colui che aveva portato la filosofia tra la gente,
nelle strade, nelle piazze, nei mercati.
Vi ricorda qualcosa (e qualcuno)? In tutt’altra epoca, in tutt’altro contesto e in tutt’altro Paese, un
artista, uno scuoiatore di pelli (umane) e un bellimbusto criminale dalla parlantina facile portarono
alla sbarra un uomo innocente ma in vista. Margutti, Barra e Melluso: siamo nel 1983, in Italia, e
l’uomo senza macchia ma ingiustamente accusato da quei tre è Enzo Tortora. Al momento in cui
venne incriminato e arrestato Tortora era al culmine della sua popolarità grazie a un programma in
cui aveva portato la gente, le piazze, i mercati in televisione. I lettori più attenti ci scuseranno se in
questo gioco di equivalenze abbiamo escluso Pandico (che non si prestava al gioco, appunto), e
chiediamo venia anche agli appassionati di consonanze e di corradicalità se li deluderemo dicendo
che Mel- luso, purtroppo, non è l’equivalente di Mel- eto: come si può capire dall’ordine di
menzione corrisponde invece a Licone, mentre è evidentemente Margutti a fare il Meleto nella
vicenda tortoriana.
Al di là di come andarono le cose per ciascuno dei due – Tortora venne scagionato alla fine di
un’estenuante, e devastante, battaglia personale, Socrate, pur esente da colpe, preferì sottostare
alla condanna da cittadino esemplare qual era, come se avesse dovuto pagare una tassa allo Stato
– c’è una domanda lecita che possiamo porci per entrambi: era scomodo, se non addirittura
pericoloso, Tortora? Ed era scomodo, se non addirittura pericoloso, Socrate? Mentre ce la
facciamo non possiamo non ringraziare il prof. Federico Reggio, giurista e classicista, per aver
scelto – ma immaginiamo si tratti solo di una felice combinazione della fortuna – di far uscire per
la casa editrice Giappichelli il suo Socrate a processo, una nuova edizione critica dell’Apologia di
Socrate che si avvale della collaborazione di un altro classicista di vaglia come Mirko Rizzotto
(anche come reporter d’eccezione) e della ex insegnante e scrittrice Serena Elisabetta Dal Mas,
proprio in un momento in cui un forte ritorno di interesse – vedi la serie televisiva di Bellocchio –
per un caso esemplare di malagiustizia dei nostri tempi come quello di Tortora può riportare
l’attenzione anche sulla vicenda che storicamente è possibile considerare il prototipo di tutti i casi
Tortora.
E torniamo alla nostra domanda. La risposta è complessa, e controversa, sia per Socrate sia per
Tortora. Socrate andò a processo per empietà e corruzione dei giovani, in una parola per essere un
“cattivo maestro”; Tortora per spaccio di droga e associazione a delinquere, quindi per essere un
“cattivo telepredicatore” i cui messaggi collidevano con l’effettiva condotta. Nella sua dettagliata
introduzione al testo platonico, Reggio entra nei dettagli dei capi d’imputazione contro Socrate,
avendo ben presente il quadro storico della vicenda giudiziaria. Ci troviamo nell’Atene della
democrazia restaurata, dopo la stagione dei Trenta Tiranni: spirava un vento – non molto dissimile
da quello degli anni dell’oligarchia – di epurazione, e il clima era quello di una vera e propria
“caccia alle streghe” nei confronti di collaborazionisti presunti o reali, simpatizzanti, nostalgici e
“anticonformisti” che, proprio per il loro non pendere con nettezza né dalla parte dei democratici
né da quella degli aristocratici, risultavano ugualmente destabilizzanti. L’orientamento dominante,
anzi, era quello di inserire anch’essi nel “registro” dei nemici dello Stato: Socrate poteva essere uno di loro. In verità, se Socrate era nemico dei democratici, di certo non lo era in misura maggiore
di quanto lo fosse stato degli aristocratici alcuni anni prima (non fa venire in mente un certo
Tortora che entrò in contrasto con più dirigenze Rai nel corso della sua carriera televisiva?). Egli fu
accusato di essere un corruttore di giovani e tale accusa include, come osserva il professore, anche
una certa preoccupazione politica verso una sua tendenza di fondo a favorire un orientamento
filospartano nello stile di vita: il filosofo, con la sua sobrietas che privilegiava l’essenzialità quasi
fino alla trasandatezza, sembrava porsi come pericoloso testimonial in tal senso. Preoccupazione
politica, appunto, non certo culturale: perché Sparta era… Sparta, storica paladina dei governi
aristocratici e grande regista del regime dei Trenta Tiranni. Quanto al secondo capo d’accusa, ossia
l’empietà (asebeia), la colpa di Socrate sarebbe stata quella di voler sostituire le divinità della
tradizione con altre nuove. Meglio ancora (o peggio ancora): di voler mettere in discussione (e
perché no, demolire o incitare a demolire) il sistema di valori su cui si fondava la città di Atene. A
quanto pare, però, il problema non era solo l’intenzione di attentare ai “massimi sistemi”: Socrate
aveva espresso delle posizioni contrarie su aspetti precisi delle politiche democratiche. Ad
esempio aveva condannato la mancanza di meritocrazia nell’amministrazione della giustizia. Sia
per guastare i giovani sia per sfasciare il sistema – questo doveva essere il punto di vista degli
inquirenti – Socrate aveva in mano un’arma micidiale: la “manipolazione” degli interlocutori con
quel metodo di discussione e confronto tutto socratico destinato a passare alla storia come
maieutica. Se oggi appare come un punto di svolta nella storia della filosofia antica, nell’Atene del
V-IV sec. a.C. tale formula di ricerca filosofica attraverso il dialogo dovette procurare non poche
critiche al suo ideatore. Ai suoi tempi quel Socrate maestro impareggiabile nel portare sempre le
persone con cui parlava a scoprire l’infondatezza delle loro certezze e l’inadeguatezza dei loro
argomenti dovette far nutrire parecchi sospetti: e non è difficile concludere – come fa giustamente
Reggio – che i timori più grandi si appuntassero sulla “tenuta” dei giovani che, così duttili e
malleabili, apparivano maggiormente esposti ai “raggiri” logico-verbali del filosofo. Eppure,
Socrate – su questo è chiarissimo Platone – era tutt’altro che un sofista e un manipolatore: la sua
abilità logica e argomentativa era animata da una ricerca di verità, visibile anzitutto nella
confutazione dell’errore. Ben altra logica da quella tipica della sofistica, la cui ars oratoria era
mossa da un desiderio di prevalere, mirando a persuadere anche a scapito della tenuta logica. Non
era facile, però, riconoscere un merito al rigore argomentativo di Socrate, giacché il suo confutare,
come ammette lo stesso filosofo nella sua difesa, ebbe l’esito di irritare molti sedicenti sapienti, ai
quali Socrate mostrava l’inconsistenza del loro presunto sapere.
Ad aggravare la posizione di Socrate – osserviamo noi – c’era, come fattore aggiuntivo, la sua
stessa fama. Il figlio dell’ostetrica, marito (ex marito) di una bisbetica indomabile, era un volto
noto ad Atene, per non dire un personaggio popolarissimo: nulla a che fare con quei filosofi
inaccessibili che rifiutavano il contatto col mondo. La sua condanna esemplare avrebbe consentito al regime
reinsediatosi di lanciare un segnale forte: la giustizia (tornata a essere) democratica non
ammetteva posizioni ambigue di fronte allo Stato, ed era dunque necessario allinearsi con chiarezza e fiducia a sostegno di un governo che, nei decenni precedenti, aveva garantito sviluppo,
crescita, potere e ricchezza alla città attica.
Noto – notissimo, lo abbiamo detto – lo era anche, quando andò a processo, Enzo Tortora. Anche
nel suo caso la fama servì (sarebbe servita) a “fare pubblicità” alla fermezza dello Stato? Dobbiamo
partire da un aspetto nel nostro ragionamento: egli finì in manette nell’ambito di una maxi-
operazione volta a sfrondare in modo deciso – e probabilmente definitivo – le file della Nuova
Camorra Organizzata. Decine e decine di pesci piccoli, in fondo: agli inquirenti premeva che nella
loro rete se ne impigliasse anche uno grosso. I pentiti che collaboravano con la giustizia offrirono
loro qualcosa che probabilmente andava oltre le più golose aspettative: il nome insospettabile. Si
trattava, in realtà, di uno scambio di persona, ma i magistrati non si curarono di fare verifiche più approfondite: preferirono dare la massima apertura di credito agli accusatori. All’origine, così
pare, ci sarebbe stato un atto di ripicca: Tortora si era rifiutato di proporre in tv il manufatto di un
galeotto, suo affezionato spettatore, e per questo doveva pagare. Il suo fan deluso si era sentito
maltrattato: come i tre accusatori di Socrate, a nome delle loro categorie di appartenenza. Sembra
quasi di risentirli.
Quando gli fu chiesto di confermare che il nome che leggeva su un’agenda era quello del suo idolo,
il camorrista galeotto disse sì: tanto bastò ai giudici per bloccare Tortora in un ginepraio. In fondo
faceva comodo, avere un nome come il suo nell’inchiesta; faceva comodo alla volontà della
giustizia italiana di accreditarsi (riaccreditarsi?) come esemplare, ed esemplarmente conforme alla
sua regola base: la legge è uguale per tutti. Capace di colpire con la stessa energia il più meschino
e oscuro dei delinquenti di strada e il più potente e irraggiungibile dei trafficanti di morte (come si era convinti di aver scoperto fosse Enzo Tortora). E di
far ritrovare, quindi, la fiducia dei cittadini nello Stato e nel suo braccio legale, a pochi anni dalla
chiacchierata vicenda di un politico democristiano sequestrato da terroristi e rilasciato dopo che i
servizi segreti avevano trattato segretamente proprio con i camorristi.
Socrate non volle avvocati, dunque dovette per forza di cose fare della sua difesa un ulteriore
specimen della sua ars argomentativa; in una parola, si difese da solo, pare, rifiutando l’offerta di
aiuto di un valido oratore forense del tempo. Si difese, peraltro, in modo logicamente ineccepibile
anche se, alla prova dei fatti, poco efficace rispetto all’assemblea dei 501 giudici: sui motivi di
questo insuccesso, invitiamo il lettore a misurarsi con alcune delle proposte avanzate dal curatore
nel saggio introduttivo di Socrate a Processo. Esse spaziano da considerazioni filosofico-politiche a
chiavi di lettura psicologico-sociali.
Tornando al nostro parallelismo con Tortora possiamo notare come, oltre che sulla fede
incrollabile nella giustizia, egli potesse contare, dal canto suo, sul supporto di due legali che
condivisero con lui le pene dei suoi giorni kafkiani. Nei momenti cruciali del processo furono
naturalmente gli avvocati a far da voce a Tortora, che però non disdegnava di ritagliarsi spazi per
dichiarazioni pronunciate con le sue stesse labbra: le sue parole prima della sentenza finale hanno
una somiglianza emblematica con le ultime di Socrate. Un messaggio lanciato quasi all’unisono:
l’uomo che non teme il giudizio non può non attendere a testa alta il destino che quel giudizio
comporterà. E dunque a un conduttore televisivo che, a metà degli anni ’80, tuona “Io sono
innocente, signori giudici; spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi
”, risponde un
filosofo, all’alba del IV secolo, con “Bisogna che anche voi, signori giudici, teniate presente
quest’unica verità: che per un uomo buono non esiste male né finché vive né dopo morto; ora vado
a morire mentre voi a vivere, e chi tra noi vada verso una situazione migliore è ignoto a chiunque
tranne che alla divinità
”.

Gianluca Vivacqua

Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/69ec7879bbe6e000148db35a

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *