Giustizia: il Silenzio delle Urne e l’Illusione delle Riforme Radicali
L’esito dell’ultimo passaggio referendario sulla giustizia ha lasciato sul campo una certezza che va ben oltre i numeri dei “Sì” e dei “No”: un silenzio assordante che parla di distacco e, forse, di una profonda stanchezza dei cittadini. Quando lo strumento della democrazia diretta fallisce nel mobilitare l’elettorato su temi così sensibili, il messaggio politico è inequivocabile. Ed è un messaggio che questo Governo, e quelli che verranno, non possono ignorare: la stagione delle grandi “spallate” e dei cambiamenti radicali nel sistema giudiziario sembra essersi chiusa bruscamente.
Il fallimento del “tutto e subito”
Le proposte messe in campo — dalla separazione delle carriere alla riforma del CSM — sono state percepite come battaglie di addetti ai lavori, troppo distanti dalle preoccupazioni quotidiane di chi attende anni per una sentenza civile o vede la giustizia penale come un ingranaggio imprevedibile. L’insuccesso del referendum ha dimostrato che il Paese non è pronto, o forse non è interessato, a riforme caricate di eccessiva valenza ideologica.
Da un punto di vista pragmatico e moderato, bisogna prendere atto della realtà: quando si tenta di cambiare il DNA di un potere dello Stato senza un consenso granitico e trasversale, il rischio è il blocco totale. E oggi, quel blocco è diventato realtà. La sensazione è che la finestra di opportunità per una riforma “di sistema” si sia chiusa, e che per molto tempo non vedremo più pacchetti di norme così ambiziosi o radicali come quelli proposti in questa legislatura.
La Giustizia nel “congelatore” della politica
Questa battuta d’arresto peserà come un macigno. La politica, scottata dal mancato raggiungimento del quorum e dalle resistenze corporative, difficilmente troverà il coraggio di riproporre cambiamenti strutturali nel breve o medio periodo. Il rischio concreto è che la giustizia italiana entri in una fase di “manutenzione ordinaria”, dove ci si accontenterà di piccoli correttivi tecnici per soddisfare i requisiti del PNRR, rinunciando però a quella visione d’insieme che servirebbe per rendere il processo davvero moderno e garantista.
Chi sperava in una rivoluzione copernicana dovrà probabilmente rassegnarsi a un lungo periodo di stasi. La storia legislativa del nostro Paese insegna che, dopo un fallimento referendario di questa portata, il legislatore tende a muoversi con estrema cautela, quasi con timore, evitando di toccare i nervi scoperti del rapporto tra magistratura e politica.
Oltre la polarizzazione: il bisogno di concretezza
Ciò che resta è la necessità di un ritorno al buonsenso. Se le riforme radicali sono state respinte (o ignorate) dal corpo elettorale, l’unica strada percorribile rimane quella dell’efficienza quotidiana. Prima ancora di cambiare l’architettura delle carriere, il cittadino chiede che i tribunali funzionino, che la giustizia sia veloce e che l’incertezza del diritto non sia un freno agli investimenti.
In conclusione, l’esito referendario è stato una doccia fredda sulla volontà riformatrice di questo tempo. Ci dice che la giustizia non si cambia a colpi di slogan o con strappi improvvisi. Per anni, probabilmente, dovremo convivere con il sistema attuale, cercando di migliorarlo dall’interno e senza l’illusione di poterlo abbattere e ricostruire. La politica moderata ha il dovere di gestire questa fase di transizione con realismo, evitando di rincorrere miraggi legislativi che il Paese ha dimostrato, col suo silenzio, di non voler ancora percorrere.
Luca Bertero
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