SEND HELP
Regia: Sam Raimi
Produzione: USA, 2026
Durata: 115’
Cast: Rachel McAdams, Dylan Obrien, Edyll Ismail, Xavier Samuel, Chris Pang, Dennis Haysber
Linda (Rachel McAdams) è impiegata presso una grande azienda; è una donna sola, poco avvenente, socialmente goffa e professionalmente frustrata. I suoi modi inadeguati e la passione per le tecniche di sopravvivenza la rendono lo zimbello della compagnia. Quando però lei il suo nuovo capo Bradley (Dylan O’Brien), naturalmente designato per tutto fuorché per merito, si ritrovano spiaggiati su un’isola sperduta a seguito di un disastro aereo, Linda impara presto a sfruttare la sua passione e il vuoto di potere che l’incidente ha causato per ribaltare i ruoli, innescando una pericolosa dinamica di dominazione e dipendenza ai danni di Bradley.
Da tempo pareva incombere un’ombra sul cinema di Sam Raimi. Sembrava davvero essersi rotto qualcosa, nel vedere il regista de La casa, L’armata delle tenebre e della trilogia di Spider Man, faticare tanto negli ultimi anni a trovare un’autentica voce creativa all’interno del mainstream. Dopo l’effimero ritorno all’orrore in Drag me to Hell, il fallimento de Il grande e potente Oz, l’ospitata di lusso nel recinto Marvel con Doctor Strange nel multiverso della follia, pareva che Raimi avesse detto tutto e fosse destinato a ripetersi male e col fiato altrui sul collo, accontentandosi di essere una grande firma con poco da dire e neanche suo; unica eccezione la serie Ash VS Evil Dead, l’unico barlume della furia di un tempo.
Ciò fa ben capire quanta gratificazione porta un film come Send Help. L’ultimo film di Raimi incarna una di quelle esperienze che mancavano da tempo al cinema, quella di un intrattenimento viscerale, intelligente, popolare e colto, sofisticato e senza sconti, leggibile nelle strutture quanto spericolato nelle forme. La pellicola opera un eccezionale operazione di ribaltamento e parossismo sulla formula ormai frusta del survival movie, trasporta con prepotenza l’iconografia horror fuori del suo genere, imbastisce un lucidissimo discorso sul potere, sulle sue dinamiche patriarcali e sull’urgenza femminile dell’empowerment. Raimi non si risparmia, la potenza liberatoria del suo immaginario è senza freni, l’inattualità delle sue scelte è uno schiaffo in faccia a due decenni di cinema omologato, di rassicurante pseudo-documentarismo, si esistenzialismo spicciolo e retorica della resilienza.
Non si tratta solo di grand guignol come ai vecchi tempi: Send Help imbastisce sì un gioco sadico, cinico, grottesco, ma sempre al servizio di un’urgenza rivolta contro le narrazioni survivaliste del nostro mondo aziendalizzato. Guerra dei sessi, delle classi, delle ambizioni, guerra di corpi che si riscoprono come quello di Linda o che si trascinano come quello di Bradley; guerra per il sostentamento e per la supremazia materiale, ideologica, morale; guerra per la verità e per chi quest’ultima deve servire. In tal senso Send Help non è solo una lunga eco del classico duello tropicale, quello che da Duello nel Pacifico di John Boorman a Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’Agosto di Lina Wertmüller mette in scena l’incontro tra gli inconciliabili; è altresì un anomalo, apocrifo seguito a Triangle of Sadness di Ruben Östlund, nel quale la natura, la civiltà e una pietra da brandire sono gli assi del discorso sulla prigione che ci siamo costruiti, sull’impossibilità dell’isola deserta sulla mappa come nella mente. Favola nera, avventura onirica, morti che ritornano, sono gli assi sui quali Raimi modella una folgorante miscela di thriller psicologico, gotico tropicale e torture porn, col ghigno di chi sa che l’età della pietra è dietro l’angolo boscoso del nostro atollo. La fantasia della rivincita non può che essere un sogno febbrile, il delirio bacchico del primitivo, l’estasi di riscoprire la propria bestia interiore mentre Moondog batte ossessivo in sottofondo (merito anche dell’immenso Danny Elfman, sodale perduto e ritrovato, bussola sonora di un suo qui più in forma che mai).
Cinema di corpi, della loro riscoperta, del loro piegarsi e lacerarsi, del loro sollevarsi e strisciare; un’operazione sempre sull’orlo della maniera, se a sostenerla non vi fosse un’eccezionale direzione d’attori. Raimi non si dà limiti, spinge la carne e la voce degli interpreti oltre i limiti, e ne è ripagato con una generosità e un impegno quasi inquietanti nella loro verità. Rachel McAdams è la musa che si attendeva, la totale apertura della sua Linda ad abbracciare il grottesco, la sensualità, la crudeltà gelida e quella furente, lo sperdimento esistenziale e il ritrovato amore di sé, è l’elemento portante dell’operazione condotta da Raimi. Nel contempo Dylan O’Brien abbraccia l’abbrutimento e l’umiliazione del suo Bradley con estrema umiltà, incarnando in ogni fibra del corpo e della voce la sgradevolezza del suo contrappasso.
Una volta tanto una buona notizia: Sam Raimi è tornato, e non ha alcuna intenzione di fare il bravo.
di Fabio Cassano
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