cinema

A House of Dynamite

Gli ultimi diciotto minuti prima che un missile atomico non identificato atterri su Chicago, visti da diversi punti di vista: la Situation Room della Casa Bianca, una base missilistica in Alaska, il Pentagono, lo studio ovale del Presidente degli Stati Uniti.

Era davvero forte l’impazienza di esultare per il grande ritorno di Kathryn Bigelow, dopo otto anni di assenza dalle sale dopo Detroit. Tuttavia la visione di A House of Dynamite porta con sé una domanda: cosa è successo alla regista di Zero Dark Thirty e The Hurt Locker? Forse nulla, giacché il mondo filmico e non è nel frattempo profondamente cambiato.

Con tutta la volontà di analisi, A House of Dynamite si presenta come cinema delle lodevoli intenzioni, dei moniti ragionevoli, di modi del raccontare incapaci di uscire da sé. Vuoi che la formula Netflix regge ormai l’urto di qualsivoglia autorialità, vuoi che il nervoso documentarismo di Bigelow è ormai pienamente assimilato dai mass media, vuoi che la minaccia nucleare è una questione che non si accontenta più delle tautologie e del monito alla circospezione.

È vero, viviamo in una casa piena di dinamite, con un dito sempre pronto sul pulsante a farcela esplodere sotto i piedi; è vero, la sicurezza mondiale si regge su una rete di ambiguità, preconcetti ed errori umani; è vero, ogni attacco e contrattacco equivale al lancio di una moneta, sperando sempre che anche stavolta atterri sul lato buono. Non sorprende che gli unici a indignarsi davvero siano stati quelli della CIA, con una circolare in cui l’agenzia garantisce l’accuratezza al 100% dei suoi lanci – ma si sa, non si chiede all’oste se è il vino è buono. E cionondimeno, non si capisce quali coscienze questo A House of Dynamite debba mai risvegliare, specie presso un pubblico che ormai consuma l’apocalisse giornalmente.

Gli intenti sono lodevoli: gli ultimi minuti prima della catastrofe atomica, raccontati tante volte quante sono le paia di occhi incollate ai monitor nelle stanze dei bottoni; una struttura sobria e anti-catartica, una specie di Rashomon nucleare privo di qualsiasi risoluzione; una meditazione anche profonda sugli apparati di difesa quali immane caverna platonica, coi poveri umani che si arrabattano a interpretare le ombre sul muro digitale; A House of Dynamite è senz’altro un film che fa e continuerà a fare la fortuna degli accademici, una tipica opera più bella da analizzare che da guardare. Altrettanto lodevole è la volontà di Bigelow di fermarsi sobriamente al di qua della deflagrazione, di non fornire catarsi né risposte: non siamo certo nel territorio di Threads (Mick Jackson, 1984) o di The Day After (Nicholas Meyer, 1983), e la regista di Strange Days e Il buio si avvicina conosce bene le confortanti insidie della distopia al cinema. E purtuttavia il meccanismo non funziona, la narrazione cubista non sa che fare se non ribadire, intensificare, dire con altre voci la sua stessa premessa, sempre dando l’impressione di aggirare un indicibile che – per necessità o scelta che sia – resta sempre al di qua dell’opera; il dramma si ritorce su se stesso, crea microdrammi senza mordente, esplora microstorie dalla fine del mondo a cui non sa o non può dare il giusto respiro.

A poco servono le eleganti scelte visuali, la metafisica del paesaggio, il crepuscolarismo di un mondo votato alla tenebra incombente della devastazione; ancor più si perdono nel mucchio le interpretazioni – tutte brillanti – di Rebecca Ferguson, di Jared Harris, di un eccezionale Tracy Letts in abiti militari o di un Idris Elba più che mai credibile come Presidente; sotto l’abito, personaggi più o meno comuni, ma nessuno che abbia modo o abilità per infondere un reale movimento drammatico alla rigida de-struttura registica.

Alla resa dei conti, A House of Dynamite va preso per quel che è: una versione più seriosa de Il Dottor Stranamore, ritratto più neutro che neutrale di un paese che ha imparato ad amare la bomba. E dopotutto, l’unico vero messaggio a cui il film sa dar voce non è altro che quanto recitava giò Pasolini in Requiescant (Carlo Lizzani, 1967): che la guerra è maledetta, e maledetti siamo tutti noi che la facciamo.

Fabio Cassano

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