Israele-Hamas, fragile tregua: quale futuro per la Palestina?
Con l’accordo del 10 ottobre 2025, firmato nella notte tra l’8 e il 9 ottobre, la Palestina dovrebbe vivere un periodo di pace, o almeno di tregua, ma non sembra essere così. Infatti, nonostante il cessate il fuoco sembra che entrambe le parti stiano violando gli accordi presi in precedenza. In particolare, Hamas sta accusando Israele di non aver riaperto il valico di Rafah per non lasciar passare gli aiuti umanitari. Inoltre, lo stato ebraico ha anche portato a segno più di un bombardamento nella Striscia di Gaza da quando è stata firmata la tregua. Nello specifico, nella giornata di domenica 19 ottobre, dei raid aerei hanno colpito Rafah e Nuseirat, mentre la notte di mercoledì 22 è stata colpita Deir al-Balah, nella quale Emergency ha riportato che sono morti diversi civili.
Tuttavia, Israele ha giustificato gli attacchi sostenendo che i primi a violare l’accordo sono stati i palestinesi, in particolare, perché non hanno ancora rilasciato tutti gli ostaggi. Di fatto, anche nella serata di sabato 25 ottobre, saranno riconsegnati all’IDF altri due corpi.
La tregua è particolarmente delicata, soprattutto se si tiene a mente che il Parlamento israeliano, la Knesset, ha votato in prima lettura, su quattro totali, una proposta di legge per annettere la Cisgiordania. Il partito di Netanyahu, il Likud, ha votato a sfavore, ma, vedendo i precedenti, potrebbe essere solo una strategia per evitare ulteriori tensioni. Di fatto, lo stato sionista non ha mai nascosto di voler annettere la Palestina.
L’Europa divisa sul riconoscimento della Palestina
Nel frattempo, l’Europa e il mondo hanno tirato un sospiro di sollievo, ma, nonostante alcuni Paesi europei abbiano già riconosciuto lo Stato palestinese, alcuni non sono ancora convinti, prima tra tutti l’Italia. Di fatto, il Governo di Giorgia Meloni, oltre a condannare le violazioni del cessate il fuoco di entrambe le parti, ha dichiarato che sarà pronto a riconoscere la Palestina come stato indipendente solo quando Hamas sarà disarmato e la regione potrà definirsi politicamente stabile. Anche il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha voluto sottolineare come un prerequisito fondamentale sia il riconoscimento reciproco tra Israele e Palestina. Della stessa linea di pensiero è il Presidente della Confederazione elvetica, Ignazio Cassis, che ha sottolineato che il primo passo deve essere la formazione di uno Stato palestinese unito sotto un’unica guida politica e soltanto dopo si potrà pensare a una soluzione a due Stati, ma ha anche evidenziato come questo cessate il fuoco sia stato un passo nella direzione giusta.
Proprio per questo motivo, è di fondamentale importanza la collaborazione tra Hamas e Fatah. Infatti, in questi giorni i vertici stanno cercando un accordo per armonizzare le proprie divergenze, sottolineando che l’unico legittimo rappresentante politico dei palestinesi potrà essere l’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tuttavia, le due fazioni concordano sul fatto che non accetteranno nessuna forma di annessione o di sfollamento nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme.
Donald Trump e la posizione degli States
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rischiato per la seconda volta di vincere il Premio Nobel per la Pace. Di fatto, la prima volta è stato per gli Accordi di Abramo del 2020, con i quali ha regolarizzato le relazioni tra Israele e altri Paesi arabi, come Marocco e Emirati
Arabi Uniti. Tuttavia, non è riuscito a vincere per la scadenza di presentazione delle candidature, fissata al 31 di gennaio, nonostante, secondo quanto riferito dal Tycoon stesso, Maria Corina Machado, la vincitrice effettiva, ha affermato che se lo sarebbe meritato lui. Infatti, sembra che i leader mondiali si siano dimenticati del suo “Gaza Resort”: alloggi turistici di lusso, un polo manifatturiero e tecnologico high-tec, simile alla Silicon Valley, costruiti sulle macerie di Gaza. Tra le proposte americane per il futuro della Striscia, c’era anche la possibilità di pagare 5 mila dollari a ogni palestinese che avrebbe abbandonato volontariamente il territorio, senza però permettergli di entrare negli Stati Uniti, dal momento che il governo ha sospeso quasi tutti i tipi di visti per i palestinesi.
Inoltre, il 20 ottobre, Trump ha dichiarato che non sarebbe mai stato raggiunto un accordo se non fossero intervenuti gli Stati Uniti bombardando l’Iran. Di fatto, il Presidente ha considerato l’operazione come “indispensabile” per allentare le tensioni dell’area.
Le preoccupazioni sul piano di pace
Anche Amnesty International ha voluto esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale piano di pace. Infatti, come riporta Amnesty Italia, la Segretaria Generale, Agnès Callamard, ha dichiarato che il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale è necessario per arrivare alla pace. Inoltre, ha voluto sottolineare come sia di fondamentale importanza interrompere e smatellare il sistema di apartheid nel quale i palestinesi vivono ogni giorno. Callamard ha voluto anche affermare: “È triste constatare che tutto questo è assente nel cosiddetto ‘piano di pace Trump’, che non chiede giustizia e riparazione per le vittime dei crimini di atrocità né chiama a risponderne i responsabili. Fermare il ciclo della sofferenza e delle atrocità richiede la fine di un’impunità radicata nel tempo, che è al centro delle ricorrenti violazioni dei diritti umani tanto in Israele quanto nel Territorio palestinese occupato. Gli stati devono tener fede ai loro obblighi di diritto internazionale e portare di fronte alla giustizia i responsabili di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio”.
Attualmente, secondo quanto riporta El País, si stimano 68519 vittime dall’inizio dell’offensiva israeliana, con oltre 170 mila feriti. Per di più, solo dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le IDF avrebbero ucciso più di 93 palestinesi, ferendone più di 300. Inoltre, secondo le autorità locali, oltre diecimila persone sarebbero ancora sotto le macerie dei palazzi distrutti dai bombardamenti. Di fatto, secondo il programma satellitare Unosat dell’Onu, dall’inizio del conflitto, Israele avrebbe danneggiato o distrutto circa il 78% degli edifici presenti nella Striscia, circa 193 mila palazzi.
Matteo Boschetti
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