VENEZIA 83
Sotto la direzione di Alberto Barbera si inaugura l’83° Mostra del Cinema di Venezia. La Giuria è stavolta presieduta da Maggie Gyllenhaal; al suo fianco, il cineasta francese Xavier Giannoli, il maestro hongkonghese Johnnie To, la regista e attivista afghana Shahrbanu Datat, la tunisina Kawthar ibn Haniyya (già Leone d’Argento per La voce di Hind Rajab), il musicista Daniel Blumberg (premio Oscar per The Brutalist di Brady Corbet) e il critico Francesco Casetti.
Alla regista danese May el-Thouky la giuria assegna il Leone d’oro per Woman Unknown, dramma che vede due serve dell’alta società condividere un segreto nel pieno dell’occupazione tedesca della Danimarca; il film vale anche a Mathilde Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, mentre la Coppa per il miglior attore va a John Malkovich per la commedia nera Wild Horse Nine, in cui Martin McDonagh mette in scena la nevrosi della guerra fredda nel remoto scenario dell’Isola di Pasqua.
Il gran premio della giuria è assegnato al sud-coreano Lee Chang-dong per il dramma corale Possible Love, ritratto dei diversi volti della vita matrimoniale; il film si aggiudica anche il premio della FIPRESCI, la federazione internazionale dei critici di cinema. La miglior regia è invece per la giuria quella di DAU del russo Il’ja Chržanovskij, biografia del fisico nucleare Lev Landau e storia di come anche i sovietici impararono ad amare la bomba; un premio che ripaga l’incredibile, ventennale produzione della pellicola, e che costituisce solo la punta di un discorso che, nel premiare il regista persona non grata in patria, vede la Mostra negoziare geopolitica e libertà d’espressione. Il leone d’argento va a Chržanovskij all’indomani dell’Ukranian Day, appuntamento ormai fisso a sostegno dell’industria filmica ucraina.
La giuria assegna il premio speciale al documentario NAZA, nel quale Yuval Abraham e Rachel Szor indagano la pianificazione dei raid aerei sulla Striscia di Gaza nel post-7 Ottobre; la marsigliese Malou Khebizi ottiene il Premio Mastroianni come miglior attrice esordiente per 15/18, dramma in cui Cédric Kahn esplora la realtà della psichiatria adolescenziale.
È un rimarchevole bottino quel che invece si accaparra Un bon petit soldat, dramma sull’ipocrasia del marketing aziendale che vede protagonista la nostrana Alba Rohrwacher; il film di Stéphane Brizé riceve infatti il premio per la sceneggiatura (scritta insieme a Coraline Amedeo e Oliver Groce), nonché il Premio Speciale Film Impresa, l’Interfilm Award for Promoting Interreligious Dialogue e il Sorriso Diverso Venezia Award come miglior film straniero. È il primo di diversi film in concorso ad aggiudicarsi premi collaterali, da Andrea Pallaoro che vede assegnare al suo The Echo Chamber la Pellicola d’Oro per il miglior capo macchinista; a Nanni Moretti il cui Succederà questa notte vede premiato il miglior operatore macchinista; ad Alina Șerban insignita del premio Armani Beauty per Eu contez; passando per Marco Bechis – ex desaparecido noto per Garage Olimpo – che con Ritorno a Buenos Aires riceve il Premio Pasinetti al miglior film e ad Adriano Giannini come miglior protagonista; Premio Pasinetti anche a Vanessa Scalera, protagonista de Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, nonché premio speciale ad Alina Marazzi per La ragazza con la Leica.
La sezione Orizzonti vede premiati Ann Sirot e Raphaël Balboni per Un détour par Diane, peculiare esempio al femminile di rape & revenge. Due riconoscimenti di Orizzonti anche a I figli della scimmia, dramma famigliare sulla disabilità diretto da Tommaso Landucci: il film vede premiato Landucci e Damiano Femfert come sceneggiatori, nonché Riccardo Scamarcio come miglior attore. Il premio Arca Cinema Giovani va invece al pugliese Paolo Strippoli, che con L’estranea continua il suo discorso sul cinema del brivido; infine Leoncino d’Oro al grande Shinya Tsukamoto per Mr. Nelson, did you kill people?, racconto viscerale su un reduce del Vietnam vittima di disturbo da stress post-traumatico.
Non sono pochi i film di richiamo a restare digiuni di premi: tra questi il thriller di Casey Affleck Company, con Nick Nolte e Adelaide Clemens; Bunker di Florian Zeller, con Javier Bardem nel ruolo di un combattuto architetto al servizio di un milionario; tra gli snobbati eccellenti vi è anche Primetime di Lance Oppenheim, nel quale Robert Pattinson interpreta Chris Hansen ricreandone le inchieste sui predatori sessuali nel suo programma To Catch a Predator; grande sconfitto è infine Bucking Fastard, dramma grottesco in cui Werner Herzog dirige per la prima volta insieme le sorelle Rooney e Kate Mara, nei ruoli delle vere gemelle stalker Freda e Greta Chaplin.
Chiudono la kermesse i premi alla carriera, col Leone d’Oro a Ellen Burstyn e George Clooney, e il premio Cartier a Luca Guadagnino.
Il resto è teatro, quello solito che vuole conciliare brand e valori, quello di un rito di visione collettiva sempre più degradato: da Jasmine Trinca che, nel presentare L’estranea, definisce il capitalismo «un film horror» ma tutti guardano la sua maglietta Prada, dal poco proletario valore stimato a 1100 euro; a Nanni Moretti che scende in platea perché il solito ospite molesto smetta di illuminare la sala a giorno col cellulare. Fra tanto solito teatro della meschinità, spicca un momento di performance pura: quello delle sorelle Mara le quali, presentando Bucking Fastard, parlano all’unisono e in perfetto sincrono come nel film; quel tanto che serve, nell’interminabile parata di chi conta, a riportare al Lido un momento di gratuita follia.
di Fabio Cassano
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