cinema

Lo straniero

Titolo originale: L’Étranger

Regia: François Ozon

Produzione: Francia, 2025

Durata: 120’

Cast: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Abderrahmane Dehkani

Dal romanzo di Albert Camus.

Algeri, 1936. Meursault (Benjamin Voisin) è un giovane solitario e apparentemente privo di emozioni. Subito dopo la morte di sua madre, Meursault inizia una relazione con Maria (Rebecca Marder) e un’amicizia col sordido Edmond (Pierre Lottin), coinvolto in affari loschi ai danni dell’autoctona comunità araba. Per una serie di circostanze, in un torrido pomeriggio sulla spiaggia, Meursault si trova a uccidere un arabo che tallonava Edmond. Viene dunque arrestato e processato, ma ben presto il processo smette di verrete sul delitto e si concentra sulla strana alterità di Meursault, la sua imperturbabile sincerità e il suo rifiuto dei riti sociali, quasi uno straniero nella città contesa tra francofonia e mondo arabo.

Non c’è che da aver fede in un classico: anche quando un’opera si sedimenta nella memoria di una civiltà fino a divenire un cliché, una tautologia, un oggetto da posa intellettuale, basterà scrostar via il velo delle stratificazioni critiche, delle ovvietà convalidate per ripetizione, delle tre o quattro formule di rito da sciorinare nelle occasioni di stile, per ritrovare un oggetto con una sua attività profonda, capace di dirci quel che non prevedeva di saper dire, di rispedirci il riflesso di quel che rifiutiamo. Tale è Lo straniero, il romanzo che per una pigra tradizione esegetica esemplifica l’uomo contemporaneo alienato, conchiuso, senza qualità, e che invece sprigiona, in questo nuovo adattamento di François Ozon, una carica polemica e una violenza idealistica che interrogano le paure dietro un angolo troppo assolato.

Come adattare ancora un romanzo che, dopo innumerevoli interpretazioni e trasposizioni (come quella semidimenticata del maestro Luchino Visconti del ’67), dava falsamente a intendere di aver detto tutto? Per comprenderlo occorre anzitutto dal titolo, capire come il regista di Amanti criminali e di Peter von Kant cerca di rispondere alla domanda delle domande: chi è veramente lo straniero?

È qui che il regista pare voler sfidare il dogma: sin dalla prima sequenza la quale, riorganizzando gran parte della narrazione come un lungo flashback, dà a Meursault la prima battuta in una torrida cella collettiva: «Ho ucciso un arabo». È un programma di intenti, una fredda constatazione che acquista però senso con la vera sequenza d’apertura: un prologo che in pieno stile da cinegiornale illustra le meraviglie dell’Algeri coloniale, quella dei café e delle boulangerie che si contendono il vicolo con la kasbah, dei vialetti a valle del formicaio funzionalista. Il discorso è portentoso: la celebrazione del melting pot, la delizia francofona del grand viveur, la leggerezza saccarina a coprire il tanfo della polveriera.

Vi è poco da aggiungere: lo straniero siamo noi, l’occidente atterrato in terra d’Africa come una navicella aliena, il tallone dello stivale colonialista che marcia a passo di jazz inoffensivo. Etnografia d’accatto, buonismo multiculturale, paternalismo di una città “bianca” innestata come un cancro sulla brulla realtà bruciata dal sole. Non vi è soluzione di continuità: il bianco e nero del documentarismo d’epoca avvolge la narrazione e la avvolge sino alla fine, in una monocromia che pretende di stemperare i confini tra noi e loro e finisce per mostrarne il filo spinato.

Forse non è – o almeno non più – solo colpa del sole: se l’interiorità vitale di Meursault ribolle sotto il viso imperturbabile e gelido di Benjamin Voisin, in quello sguardo di ghiaccio (che pare richiamare il Delon che Visconti non aveva ottenuto) sembra leggersi qualcos’altro: un odio che non ha più forma né intenzione, quello di chi ha visto francesi e arabi scannarsi davanti ai bistrot, le donne berbere usate come puttane, la bellezza inquietante dell’arabo armato sotto il sole in spiaggia. Il delitto di Meursault diviene così atto di verità: il modo più brutale e ignaro di sé per dire che li odiamo, che ci odiamo, che abbiamo paura.

Ozon spinge sulla crudeltà ma non la asseconda, il suo stile rifugge il documentarismo facile quanto il barocchismo delle forme, affoga la violenza in uno stile medio che acuisce i contrasti e fa della sua Algeri uno spazio dell’anomalia. Sullo schermo di un cinema – la salma ancora calda di una madre già sotterra – Fernandel fa le facce buffe parlando di decapitazioni e il pubblico ride (il film è Le Schpountz di Marcel Pagnol, in realtà uscito solo nel ‘38); è una risata amara, quella di una Francia che ha amato troppo la ghigliottina per disfarsene prima di altri quarantacinque anni.

Vi è in Ozon una rabbia, un parossismo dei tempi narrativi, un eccesso sensoriale che interroga la carne e le sue pulsioni più inconfessate: una carnalità vitale e sensuale che ricorda Swimming Pool, che sussulta sotto il biancore abbacinante della luce e il nero profondo delle ombre, un livore che non sa accontentarsi del dato romanzesco e straborda nel bozzetto di quartiere, nel dialogo tra donne ai margini, nello scontro tra popoli che sanno solo incontrarsi in rissa, in cella o in tribunale: a nessuno frega niente che sia morto un arabo, importa che Meursault non pianga quando deve, che dia la colpa al sole, che racconti morbose storie di omicidio (qui ancora il riferimento è a Camus e al suo racconto Il malinteso). “Bisogna sempre dire la verità” dice, pur sapendo che alla sbarra la verità è la prima lama a essere calata. Ozon rincara la dose ed espande il discorso sulla diversità: si riconosce ancora il regista di Peter von Kant, nella vertigine di un corpo sudato che tiene una lama sotto il sole, nellanguore di una pelle nella luce a scacchi fuori della cella, nella disperazione di un prete che non sa se abbracciare o baciare – embrasser, in francese è quasi il medesimo, giacché baiser (baciare) è già sesso. È una verità del corpo che squarcia il velo del convenzionale, dei sentimenti a comando, dei discorsi ovvi e opportuni fatti da chi taglia le teste: lo straniero siamo noi, sono loro, sono tutto ciò che temiamo, che siamo, che temiamo essere.

Resta il silenzio, resta il buio che rende la luce ancor più calda e bruciante. Restano i corpi: quello di Meursault che attende di morire, quello di Maria che attende invano un ritorno; quello di un arabo sepolto su una scogliera impossibile, e di una vedova che fa quel che Meursalt non sa e non può fare: visitare i morti, perché il loro silenzio dia le risposte che i vivi non sanno dare. Resta l’atto muto di quanto è accaduto, quello che intonano i Cure sul finale con Killing an Arab. Lo straniero rimane straniero, e ancora una volta non potremo che incolpare il sole.

di Fabio Cassano

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