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Caso Ranucci a effetto boomerang

Due automobili, un muro perimetrale e una brillante carriera in Rai, iniziata negli anni Novanta, sono esplosi nell’ottobre dello scorso anno.

Un ordigno rudimentale fa saltare la credibilità del noto, notissimo, Ranucci, conduttore, autore e volto storico di Report.

La sua aurea è, adesso, sbiadita, al suo posto l’incredulità del (suo) pubblico si amalgama alla fitta coltre di fumo, in una ‘nebbia’ che separa la soglia di confine tra due mondi: quello deciso e coraggioso dell’inchiesta – che, per sua caratteristica intrinseca, è capace di scavalcare ogni possibile pericolo, ogni possibile ritorsione personale: perché la dedizione profonda verso la propria professione e la verità sono supreme e, dall’altra parte, il mondo opposto: proprio quello che si dichiara di voler combattere e smascherare: il mondo corrotto.

Attentati.

Inchieste.

Terremoti in Rai e,

Sigfrido Ranucci diventa, egli stesso, il ”caso Ranucci”.

Improvvisamente uno dei pilastri dell’informazione d’opposizione e d’inchiesta, si trasforma nel terreno di scontro ideologico e politico.

C’è chi continua ad essere caparbiamente dalla sua ‘parte’ e chi si sente deluso e tradito nell’idea, nell’ideologia, quelle crefute e condivise e che invece restano dipinte in un chiaro scurodove la deontologia è vuota.

Pare trattarsi di un capitolo senza precedenti nella storia del giornalismo d’inchiesta italiano e della recente storia radiotelevisiva italiana con un inizio che pareva solo rappresentare un pericolo per la sicurezza personale di un giornalista esposto alle minacce legate alle inchieste scomode di Report ma poi entrano in scena arresti – vicende giudiziarie – tensioni aziendali e, ancora, l’inchiesta su Valter Lavitola.

L’ex editore e faccendiere viene indicato dagli inquirenti come il presunto mandante dell’attentato.

Poi, l’elemento dirompente dell’inchiesta: la rivelazione dello stretto legame di amicizia tra Ranucci e Lavitola, definito dal giornalista quasi “come un fratello”.

Rapporto, questo che, Ranucci non aveva mai menzionato nelle prime audizioni istituzionali e che ha aperto interrogativi profondi, alimentando polemiche mediatiche, retroscena su presunti sondaggi politici e speculazioni sulle reti di influenza economica che ruotavano attorno al conduttore.

È così che nasce lo scontro con la Rai.

Ranucci viene rimosso dalla conduzione di Report per la successiva stagione televisiva e il programma viene affidato a nuove figure esterne e interne alla redazione.

Ranucci ha risposto contrattaccando sul piano legale, presentando un ricorso d’urgenza al Tribunale del Lavoro per chiedere l’immediato reintegro nelle sue funzioni di autore e conduttore ma immediatamente Viale Mazzini risponde attraverso un procedimento disciplinare nei confronti del giornalista, legato a valutazioni sulla condotta personale e sulle scelte editoriali.

Ancora oggi SIgfrido Ranucci rappresenta un terreno di scontro ideologico e politico.

Ma i giudici del lavoro e la magistratura ordinaria continuano a dipanare i nodi di un’inchiesta che unisce dinamitardi, trame economiche, segreti d’archivio e il caso lascia in eredità una ferita profonda e amara nel giornalismo italiano, a confermare di quanto sia fragile e contesa la linea di confine tra autonomia editoriale, potere politico e sicurezza dei cronisti.

Alla luce degli sviluppi giudiziari, ancora in corso, e della battaglia legale di Ranucci contro i vertici Rai, si ritiene che la figura del conduttore debba necessariamente scindersi dal format televisivo per garantirne la sopravvivenza editoriale.

Che il programma rischi di perdere irrimediabilmente la sua identità originaria?

“Mi atterrò a quello che dice il tribunale”.

Ancora attese per Ranucci, Viale Mazzini e per il pubblico nella complessa scissione tra inchiesta e realtà.

Claudia Dell’Era

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