interviste

Wladimiro Borchi, il toscanaccio del giallo

Wladimiro Borchi, avvocato fiorentino, è un giallista. Habitué di manifestazioni di letteratura mistery, si fa notare per la sua esuberanza e la sua verve. Nelle seguenti risposte parla della sua attività di scrittore di gialli mettendosi a nudo.

Wladimiro, parlami della tua attività di scrittore a grandi linee.

Più che di attività di scrittore, parlerei di passione, di gioia, di piacere nello scrivere. Anche perché la mia attività principale è un’altra. Ho iniziato a leggere appena ho imparato a farlo, e non ho più smesso. Ho sempre avuto la sensazione che il tempo non basti per leggere tutto quello che è stato scritto – e questa è una frustrazione bellissima, perché significa che il mondo dei libri è infinito. Sono un accumulatore seriale di libri, un lettore avido. Certo, con il lavoro che faccio il tempo per leggere fino in fondo tutto quello che vorrei non c’è mai, ma il desiderio resta. Verso i diciassette anni ho iniziato a sentire che non mi bastava più leggere: avevo storie in testa e volevo raccontarle. Ho cominciato con racconti brevi, poi ho fatto teatro, e lì ho imparato una regola fondamentale: scrivere per immagini, non per concetti. È stata la prima forma di quello che poi ho scoperto chiamarsi “show, don’t tell” quando sono passato alla prosa. Quando faccio qualcosa, mi piace farla al meglio possibile. Non ho mai sognato di diventare “un grande scrittore”, e non so nemmeno se ne avrei le caratteristiche. Però, se raccontare storie mi dava piacere, volevo imparare a farlo bene. Ho seguito corsi, partecipato a palestre di narrativa come Minuti Contati, dove ho imparato i rudimenti del mestiere: cos’è davvero lo show, don’t tell; che gli avverbi in -mente è meglio usarli con parsimonia; che un buon aggettivo vale più di due mediocri. In quel percorso ho incontrato letture fondamentali come “Il viaggio dell’eroe” di Christopher Vogler e “The Seven Basic Plots” di Christopher Booker. Studiando struttura e tecnica, ho cercato di affinare il modo in cui raccontavo le mie storie. Poi le cose sono venute di conseguenza. Ho partecipato a premi, ho pubblicato racconti su Giallo Mondadori, sono arrivato in finale al Premio Tedeschi. Questo mi ha portato alla media editoria e alla pubblicazione dei miei romanzi con Fratelli Frilli Editore: “Omicidio al lampredotto” e “Meglio un morto in casa”. I libri stanno avendo un bellissimo riscontro, soprattutto nella mia Toscana – tra Firenze, Prato, Pistoia, Sesto Fiorentino. Dico sempre che forse non ho venduto in tutta Italia come uno scrittore “nazionale”, ma ho venduto tantissimo in casa mia. E, in fondo, raccontare una terra e vedere che quella terra ti legge è una soddisfazione enorme.

Perché ti piace il giallo?

È una domanda che mi sono fatto spesso anch’io. Del giallo mi affascina prima di tutto una cosa: con la scusa di un crimine da risolvere, in realtà si parla della società. Il delitto diventa un pretesto narrativo per raccontare l’umanità, le sue fragilità, le sue ambizioni, le sue ipocrisie. È quello che hanno fatto, in forme diverse, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie: sotto l’enigma c’è sempre un mondo, un contesto sociale, un sistema di relazioni. Poi c’è la scommessa tecnica. Io scrivo gialli deduttivi, per quanto leggeri e con una sfumatura “cozy”. Il mio gioco è questo: mettere tutti gli indizi davanti al lettore. Non barare. Non nascondere informazioni decisive. Ma costruire la storia in modo da inserire false piste, deviazioni plausibili, dettagli che sembrano centrali e invece non lo sono. Il piacere sta lì: quando il lettore arriva all’ultima pagina e dice «Accidenti, c’erano tutti gli elementi per capirlo… e non ci sono arrivato». È un patto di lealtà e insieme una piccola sfida intellettuale. E poi, al fondo di tutto, c’è questo: mi piace raccontare l’umanità. Il giallo mi permette di farlo attraverso una storia apparentemente semplice – un morto, un’indagine, una soluzione – ma in realtà capace di parlare di desideri, rancori, paure, rapporti di potere, fragilità. Il delitto è solo la superficie. Sotto c’è sempre l’uomo. E raccontare l’uomo, con le sue ombre e le sue contraddizioni, è la cosa che mi interessa di più.

Qual è il tuo rapporto con il pubblico di lettori? E, invece, con la critica?

Con i lettori il rapporto è strepitoso. Cerco di fare più presentazioni e firmacopie possibile, perché stare insieme alle persone, raccontare il libro guardandole negli occhi, è una delle cose che mi piace di più. Mi accorgo che quando parlo delle mie storie le persone si appassionano, sentono l’energia, e spesso viene loro voglia di leggere il romanzo proprio perché gliel’ho raccontato io. Io, in fondo, sto bene in mezzo alla gente. E poi succedono incontri che ti restano dentro. Ricordo un signore di oltre novant’anni – novantacinque, credo. Aveva letto tantissimo nella vita, ma ormai la memoria a breve termine non lo aiutava più: non ricordava quello che leggeva il giorno prima. Così andava in libreria a guardare le copertine. Mi raccontò che era sposato da più di sessant’anni – anzi, da settanta – con la stessa donna, e che ne era ancora tremendamente innamorato. A quell’età. È stato un momento bellissimo. Ecco, queste sono le cose che rendono il rapporto con i lettori qualcosa di speciale. Se potessi passare il tempo sempre a parlare con chi legge i miei libri, lo farei volentieri. Poi, certo, c’è la vita, il lavoro, gli impegni. Ma ogni volta che posso, ci sono. Con la critica, per ora, il rapporto è stato molto buono. Ho ricevuto recensioni estremamente positive da persone competenti, e questo fa piacere perché significa che il lavoro fatto con serietà viene riconosciuto. Se arriveranno critiche negative – e prima o poi arriveranno – cercherò di capirle. Se un critico fa il critico, in teoria conosce la materia. E allora può essere un’occasione per migliorare. Non credo nella suscettibilità artistica: se c’è qualcosa che non funziona, voglio saperlo. Finora ho ricevuto ottimi riscontri. Quando arriverà la critica feroce, spero di avere l’intelligenza di farne tesoro.

Kenji Albani

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