Forza Italia, tra Signorini e avventurieri
Cosa nostra fratritalica: qualche osservatore particolarmente esperto di dietrologie ha visto nello scandalo legato al sistema Signorini (aspiranti protagonisti del Grande fratello che dovevano passare dal letto dell’ex direttore di Chi) una sorta di testa di cavallo sanguinante buttata davanti a casa di Marina Berlusconi, già pronta a impegnarsi più a fondo nella gestione di Forza Italia. Una presenza, la sua, che, al centro del palcoscenico politico, creerebbe non pochi problemi alla leadership meloniana, laggiù nella beata valle del centrodestra.
Ma siamo così sicuri che i Berlusconi juniores coltivino le stesse ambizioni di primato paterne? In fondo hanno già abbandonato, a gambe levate, le province date per perse, leggasi il calcio (povero Monza, tornato alla sua dimensione più abituale), e, più che espandersi da avventurieri del business, come piaceva a papà, preferiscono rafforzare i confini che proteggono il cuore del loro impero: la Mondadori da un lato (che è appunto competenza più specifica di Marina), la televisione dall’altro (con Piersilvio che, confrontato al padre, nelle scelte di programmazione sembra un dirigente di purissima scuola democristiana; a dire il vero ci pare che il suo modello, più che il genitore, possa essere uno dei suoi vecchi collaboratori, quel Cairo che a La7 ha imposto l’uniforme dell’informazione e della divulgazione, senza digressioni). E poi, è utile fare un po’ di storia: Berlusconi non entrò in politica per allargare la gamma delle sue attività (lui era storicamente amico di Craxi e, fosse rimasto quest’ultimo al potere, avrebbe volentieri preferito continuare a prosperare alla sua ombra) né per fare un servizio agli italiani (forse i tempi sono maturi per sgomberare il campo da certe retoriche). Con Tangentopoli e annessi e connessi (ci riferiamo alle tempeste speculative che si abbatterono sull’Italia proprio in quel periodo), con tanti magnati dell’economia che, implicati in vario grado col potere che si stava dissolvendo, si suicidavano o finivano in carcere, a Berlusconi per sopravvivere sembrò opportuno – se non necessario – saltare la staccionata e dare la scalata alla stanza dei bottoni. Naturalmente in questa sede non teniamo conto di quel filone ricostruttivo che vorrebbe la salita al potere dell’allora Cavaliere come la tappa terminale di quell’oscura stagione nota come trattativa “stato-mafia”. Ci limitiamo a dire che Berlusconi entrò in politica per servirsi di essa come prosecuzione e garanzia di continuità della sua attività affaristica. Aveva grandi interessi, Silvio, ma non così grandi idee. Eccetto una, a essere sinceri: fare un grande partito unico del centrodestra, sul modello di quello repubblicano negli Usa. Uno dei pochi progetti che un uomo dotato di tocco midiaco dovunque tracciasse una riga non riuscì a concretizzare.
C’era (anche) una sorta di pistola puntata alla tempia alla base di una scelta che costrinse Berlusconi a dare una svolta così clamorosamente rivoluzionaria alla sua vita: non ci pare che al momento Marina e Piersilvio siano nelle stesse condizioni. Sono, sì, i padroni di fatto di Forza Italia, il partito che continua a offrire un buon reparto di cavalleria alla legione dell’alleanza cosiddetta conservatrice, ma preferiscono gestirlo per mezzo di una sorta di ad, che naturalmente è Tajani, figura di provata berlusconianità (rappresenta la continuità con l’entourage paterno). E se nel loro futuro ci fosse un disimpegno progressivo dalla politica, piuttosto che il contrario?
È vero, da queste colonne continuiamo ad alimentare la convinzione del tutto arbitraria che, nel lungo periodo, Forza Italia finirà con l’essere annessa al nuovo centro renziano, con questo o con diverso nome. Ma il punto è che per quell’epoca i Berlusconi potrebbero essersi chiamati fuori dalla creatura politica del padre già da tempo: come non vedere qualche avvisaglia di questa intenzione nella decisione di sostenere, in un certo qual modo, il tentativo di Occhiuto di contrapporsi proprio al grande Berlu-pretoriano, che di Forza Italia è pure co-fondatore?
Certo, oggi Occhiuto è uno dei punti di riferimento di Forza Italia al sud, ma qual è la sua storia berlusconiana? Dov’era quando Tajani era già uno dei massimi rappresentanti europei del partito azzurro? Forse che ai Berlusconi piace perché ricorda loro un certo modo di essere avventuriero della politica affatto tipico del padre? Occhiuto è stato per anni – per anni – il pupillo di Casini nel Ccd, salvo poi abbandonarlo quando sembrava ormai condannato all’auto-emarginazione all’interno del centrodestra. Poi – soltanto poi – è passato sul carro di Forza Italia. Nonostante appartenga a tutt’altra generazione, Occhiuto sembra avere tutto in comune con i più classici camaleonti della politica calabrese. Gli si deve però riconoscere una certa coerenza nell’aver operato i suoi trasformismi sempre rimanendo nel polo moderato-conservatore. Altri hanno fatto peggio di lui, passando da una sponda all’altra.
Al di là della fidelitas e della veneratio berlusconiane ostentate e predicate, una Forza Italia a eventuale guida Occhiuto sarebbe per forza di cose post-berlusconiana. A un Piersilvio e a una Marina che parrebbero essere interessati più all’eredità affaristica del genitore che a quella politica potrebbe anche andar bene: ma il problema resta sempre il modo con cui Occhiuto ha liquidato il suo passato politico, per garantirsi un maggior potere e la propria sopravvivenza. Una leadership occhiutiana di Forza Italia non sarebbe una garanzia di longevità per il partito azzurro: come a tutti i camaleonti, a Occhiuto interessa la sua durata, non quella del veicolo che conduce. Di qui a qualche anno potremmo vedere un soggetto politico svuotato, pronto a farsi fagocitare dal primo squalo, e il suo segretario già salpato verso altri e sicuri lidi al centro orientato a destra.
Ai Berlusconi dovrebbe importare salvaguardare l’autentica berlusconianità di Forza Italia o non dovrebbe importare affatto della creatura politica del padre. A meno che il modello che hanno in mente non sia il modo con cui Silvio – sì, proprio lui – a un certo punto scaricò il suo Milan onusto di onori e di gloria: non si vinceva più, in Italia e neppure all’estero, né più si riusciva a fare campagne acquisti redditizie, e dunque Berlusconi, per non rimanere con la cassa dei ricordi piena e il portafogli vuoto, decise di cedere quello che per più di vent’anni era stato il suo giocattolo preferito (oltre che un vero e proprio esercizio di potere) ai cinesi. E passò a rilevare il Monza.
Solo che il Milan era destinato comunque a rimanere, perché c’era già prima di Berlusconi. Forza Italia, senza Berlusconi o chi possa raccoglierne legittimamente l’eredità politica, rischia di scomparire.
Gianluca Vivacqua
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