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ROBIN HOOD: IL PREZZO DEL SANGUE

Titolo originale: The Death of Robin Hood

Regia: Michael Sarnoski

Produzione: USA, 2026

Durata: 129′

Cast: Hugh Jackman, Jodie Comer, Bill Skarsgård, Faith Delaney, Murray Bartlett, Noah Jupe

Inghilterra, 1247. L’ormai anziano Robin Hood (Jugh Jackman) non è affatto l’eroe delle leggende che circolano sul suo conto, bensì un criminale datosi alla macchia tra le montagne. Il suo vecchio compagno di banda Little John (Bill Skarsgård) gli chiede di tornare in azione per sistemare una faida famigliare; Robin si trova così coinvolto in un sanguinoso scontro in cui è gravemente ferito. Si risveglia presso un priorato su un’isola remota, dove è affidato alle cure della priora (Jodie Comer). La lunga convalescenza e i fantasmi dei suoi innumerevoli crimini portano Robin a confrontarsi con la propria leggenda e la necessità di concludere una vita dedicata al crimine.

Pochi percorsi di registi emergenti nell’attuale cinema americano appaiono interessanti come la parabola di Michael Sarnoski. Dopo il folgorante esordio con Pig (2021) e l’ardua committenza di A Quiet Place: Day One (2024), il regista di Milwaukee sceglie di misurarsi, per il suo terzo lungometraggio, con uno dei personaggi più iconici e in apparenza intoccabili del canone occidentale, portando nel confronto con la tradizione la sua sensibilità per il trauma e la violenza, la dissoluzione dei generi, la dimensione del ripiegamento interiore e della colpa.

Occorre immediatamente sfatare alcuni pericolosi preconcetti: a dispetto di quel che può sembrare e di quanto certa sedicente critica – più o meno militante – ha avuto e ha da lamentare, The Death of Robin Hood non è l’ennesima decostruzione in salsa woke e intersezionale, non è un ulteriore assalto a un icona dell’immaginario europeo, non è una fine opera di demolizione del mito popolare. Semmai, questa nuova trasposizione del mito di Robin Hood non fa che ricondurre il personaggio alle sue meno note radici folcloriche, a un tempo in cui il termine fuorilegge non aveva nulla di romantico e in cui le storie di Sherwood non prevedevano redistribuzioni della ricchezza.

Ispirato alla ballata seicentesca Robin Hood’s Death, il film non fa che spogliare uno dei più illustri predecessori dell’odierna crime fiction da secoli di riscritture, contaminazioni e addolcimenti più o meno popolareschi. Quel che resta è l’ossatura di un mito che Sarnoski interroga perché ne emergano i temi a lui cari: la solitudine, il peso del passato e dei suoi traumi, la ricerca di un senso alla violenza del mondo, la sproporzione tra l’individuo e la sua leggenda. Come già il protagonista di Pig, un tempo chef stellato costretto a uscire dal proprio isolamento, doveva confrontarsi col fantasma pubblico e ingombrante di tempi migliori, così questo Robin Hood è un uomo incatenato alla prassi bruta dell’arte di uccidere, ostaggio di una memoria insanguinata in cui ricordo e leggenda sono irrimediabilmente fusi. Si può ben comprendere come l’operazione, a uno sguardo superficiale – di chi ricorda poco e male Robin e Marian (Richard Lester, 1976) o Robin Hood – Principe dei ladri (Kevin Reynolds, 1991) – possa esibire i tratti della destrutturazione gratuita, di un’iconoclastia tutta contemporanea; e certo questo spiega l’imbarazzo del marketing il quale, di fronte a un dramma psicologico in costume e in economia di mezzi, debba raggranellare il poco che il film ha da offrire a una pigra visione estiva, alimentando una volta di più equivoci buoni solo a distrarre da una raffinata opera di spoliazione.

L’operazione è anzitutto di stile: non tanto nell’ormai frusta immagine di un Medioevo grigio e barbarico, una volta tanto funzionale al senso profondo della finzione; quanto piuttosto in una studiata sovversione che costituisce la firma di Sarnoski, un ponderato scivolamento dal genere e dalla sua truculenza in un languore meditativo, affidato alla scabra efficacia del gesto minimo, dell’espressività minuta, di un mondo il cui respiro è quello di una quotidianità dimessa. La tecnica è quella di un collaudato cambio di registro il quale, onorate tra fiumi di sangue le esigenze dello spettacolo cinico, traghetta lo sguardo sulla sponda di un dramma intimista in cui la parola e l’indifferenza della natura dominano il quadro, la cui estensione viene a restringersi sulla pregnanza dei gesti e dei volti.

Primo fra i volti è quello di Hugh Jackman, che dopo Logan (James Mangold, 2017) ritrae nuovamente un antieroe al crepuscolo, piegato nel corpo e compromesso nello spirito, costretto al confronto col proprio mito in uno scenario da atipico western medievale. Jackman presta al suo Robin una fisicità stanca, una ferocia che sa diluirsi in contemplazione dolorosa, una fragilità che dona a una corporeità vigorosa il tremito della stanchezza di esistere. Jackman guida con gentilezza la scrittura, incanalando con l’aiuto delle co-protagoniste – una irrequieta Jodie Comer e una giovanissima e intensa Faith Delaney – la transizione dall’efferatezza alla riscoperta degli affetti. È la sua assoluta dedizione a sostenere l’austerità della regia, la drammaturgia di corpi e coscienze, ad accompagnare il viaggio dallo smembramento al paesaggio interiore.

Forse non avremo più una trasposizione che riaffermi il mito di Robin Hood per il grande pubblico, e ciascuno è libero di rimpiangerla. Quel che invece conserva il suo vigore è una delle saghe di cui la cultura popolare potrà sempre regalare nuove letture, nuove declinazioni, nuovi modi di interrogare il mito, per chiedersi cosa valga di più tra l’uomo e il proprio lascito. Questione di gesti, di parole misurate, di una freccia scoccata nel vuoto che dica dove e quando morire, e per cosa si è vissuto.

di Fabio Cassano

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