Il Terzo Settore e i controlli eccessivi: quando la burocrazia soffoca il volontariato
Il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) ha ormai superato le 140 mila iscrizioni, con un flusso continuo di enti che cercano di entrare nel sistema per accedere a agevolazioni fiscali, 5 per mille e bandi pubblici. Eppure, dietro questa apparente espansione si sta consolidando un meccanismo perverso: da un lato, molte associazioni tradizionali si trasformano progressivamente in realtà a forte impronta commerciale, gestendo bar, ristoranti, circoli ricreativi e locali di intrattenimento con la formula della “somministrazione riservata ai soci”. Dall’altro, proprio chi entra nel RUNTS finisce per subire controlli che appaiono sempre più rigidi, invasivi e spesso sproporzionati rispetto alla reale natura dell’attività.Il tragico incendio di Crans-Montana, in Svizzera, nella notte di Capodanno 2026, con decine di morti e feriti, ha offerto alle autorità italiane il pretesto perfetto per giustificare un inasprimento delle verifiche su sicurezza, antincendio e regolarità degli enti che gestiscono spazi aperti al pubblico. Una tragedia grave, certo, ma utilizzata in modo strumentale per colpire indiscriminatamente circoli, associazioni di promozione sociale e piccole realtà territoriali che da decenni animano la vita sociale di paesi e quartieri, soprattutto in aree come la provincia di Cuneo.Queste associazioni, spesso radicate nel territorio e gestite da volontari, si vedono imporre oneri burocratici, rendicontazioni dettagliate, verifiche periodiche e limitazioni operative che poco hanno a che fare con la prevenzione di rischi reali e molto con una logica di controllo centralizzato. Chi gestisce un locale di intrattenimento “sotto l’ombrello” associativo deve confrontarsi con interpretazioni restrittive delle norme sulla “casa montana” o circoli privati, con verbali puntigliosi e minacce di chiusura che penalizzano soprattutto le piccole realtà, mentre le grandi reti nazionali o gli enti più strutturati riescono a navigare meglio nel sistema.Il risultato è paradossale. Le associazioni che scelgono di non iscriversi al RUNTS perdono progressivamente tutele e opportunità, rischiando di essere emarginate da contributi, agevolazioni e riconoscimento pubblico. Chi invece entra nel sistema guadagna alcuni vantaggi fiscali ma finisce imprigionato in una gabbia di obblighi formali, controlli frequenti e rischio costante di sanzioni per inadempienze amministrative. In pratica, un “dentro o fuori” che sta strangolando il volontariato autentico a vantaggio di soggetti più professionalizzati, spesso vicini a logiche imprenditoriali mascherate.Da una prospettiva moderata, questo approccio non tutela né la sicurezza pubblica né la vitalità del Terzo Settore. I controlli sono necessari, ma devono essere proporzionati, intelligenti e calibrati sulla dimensione reale dell’ente. Non è accettabile usare una tragedia avvenuta all’estero come giustificazione per una stretta generalizzata che rischia di far chiudere circoli storici, di scoraggiare l’impegno volontario e di concentrare ulteriormente il potere in poche grandi organizzazioni.Serve un’inversione di rotta: semplificazione delle procedure per le piccole associazioni territoriali, distinzione netta tra volontariato puro e attività commerciali vere e proprie, e un sistema di vigilanza che punisca le vere irregolarità senza trasformare ogni circolo ricreativo in un sospettato abituale. Altrimenti, il Terzo Settore italiano rischierà di diventare o un’ennesima nicchia per imprese travestite da no-profit, o un settore asfissiato dalla burocrazia, lontano anni luce dalla sua vocazione originaria di coesione sociale e solidarietà concreta. È tempo di buonsenso, prima che restino in piedi solo le forme vuote.
Luca Bertero
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