SPINAL TAP II, ovvero Rob Reiner da zero a undici
La vita è dolore, Altezza. Chi dice il contrario lo fa per convenienza.
La storia fantastica
Titolo originale: Spinal Tap II: The End Continues
Regia: Rob Reiner
Produzione: USA, 2025
Durata: 95′
Cast: Christopher Guest, Michael McKean, Harry Shearer, Rob Reiner, Valerie Franco, CJ Vanston, Kerry Godliman, Paul McCartney, Elton John
Nel 2025 il documentarista Marty DiBergi (Rob Reiner) rintraccia i componenti degli Spinal Tap, la mitica e sfortunata formazione hard rock britannica che aveva seguito quarant’anni prima nel loro sciagurato tour statunitense, e li convince a rispolverare gli strumenti per un ultimo grande concerto. La tragicommedia della band più sgangherata del rock continua tra bisticci, improbabili collaborazioni, scontri con la produzione e l’ombra della sfiga che li ha sempre accompagnati.
Se mai ci fosse qualcosa di buono che si possa trarre dalla tragedia che ha colpito Rob Reiner, sarebbe un attimo di pura e inadulterata poesia: quella di un regista che, dopo aver segnato due intere decadi di cinema a suon di classici, chiude giocoforza il cerchio della sua carriera esattamente dove l’aveva iniziato: un percorso registico folgorante il quale, prima dei capolavori Stand by me (1986), Harry, ti presento Sally… (1989), Misery non deve morire (1990) e via discorrendo, era partita col botto con un esordio monumentale, quel This is Spinal Tap (1984) che in un sol colpo aveva codificato il mockumentary e suggellato una lunghissima stagione del rock ‘n’ roll.
L’involontario testamento artistico di Reiner è la testimonianza di un cineasta che non ha mai saputo che farsene di lasciti, testamenti, rituali di circostanza di un’industria che ha saputo navigare da vero animale filmico, col rigore e la precisione di un cinema popolare e populista quanto si vuole, ma sempre tenacemente onesto, elegante, alieno al compromesso.
Quello di Reiner è un cinema dal cuore d’oro e dal polso fermo, che non racconta favolette neanche quando ci si butta a capofitto come ne La storia fantastica (1985), che ha la stessa disinvoltura sia con una storia d’amore con dodici anni di scoppio ritardato, sia con la corruzione spirituale dei Marines in Codice d’onore (1992). Dire il vero senza condannarlo né abbellirlo, sussurrare dove gli altri gridano, raccontare una storia dove un altro regista farebbe lo splendido: è il rigore che ha accompagnato Reiner anche nelle opere più personali, come quel Being Charlie (2015) che i più non hanno saputo apprezzare prima che l’autore passasse di violenza tra i più (per la gioia del Presidente più anti-realistico di sempre), una confessione privata sull’essere padre – il forse non all’altezza – di un figlio che non può salvare da se stesso, condotta con indefessa lucidità ed empatia. Un cinema sempre giovane e irruento, di quelli che muoiono solo con l’autore e non nel proprio letto né in un museo.
Se è vero che Spinal Tap II: The End Continues non si finge meno senile di quel che è, altrettanto evidente è che ciò avviene per onestà e non per nostalgia. Può darsi che il seguito del cult movie d’esordio non diventerà a sua volta un classico, e a dire il vero la questione è irrilevante: dopo quarant’anni di cinema Reiner non perde il metodo, la satira mordace, lo sguardo lucido sui meccanismi della stupidità umana; non perde nemmeno l’empatia, lo sguardo serafico sul difficile mestiere di vivere, la voglia di star dietro a chi fa quel che sogna a costo del ridicolo o, peggio ancora, della catastrofe. Reiner tiene il polso della recente rinascita del rockumentary, lo scompone pezzo per pezzo, lo sgambetta una gag per volta, si abbandona al gioco dell’improvvisazione ma tiene sempre la frusta del concertatore consumato. Spinal Tap II è senza mezzi termini una lettera d’amore del regista: a se stesso, ai suoi attori, al mondo del rock coi suoi ego ipertrofici, i suoi accrocchi e l’amusia dei suoi produttori, soprattutto a quei fan che hanno consacrato il padre della docu-farsa a pietra miliare da tramandare ai posteri.
Non tutte le gag cadono in piedi, ma quando lo fanno c’è da sbellicarsi; per ogni ammiccamento di cui poter fare a meno c’è una chicca per chi c’era dall’inizio, per ogni recupero nostalgico la comparsata che non ci si aspetta. Via i mitici amplificatori settati a undici (una delle trovate più memorabili dell’originale), sotto coi folli baratti di chitarre e formaggi; se la replica di Stonehenge era una miseria che un nano poteva buttar giù, oggi incombe come una nuvola fantozziana; dove Nigel Tufnel (Christopher Guest) scimmiottava Jimmy Page sviolinando la chitarra non con l’archetto ma con tutto il violino, qui la personalità “tossica” di Paul McCartney fa le spese dei battibecchi tra musicisti che si ricordano più grandi di quanto siano mai stati.
Il finale è puro epos comico, una celebrazione in cui Reiner usa da maestro tutte le risorse del moderno concert film, regala Elton John che canta Stonehenge e minaccia di far finire male l’ennesima batterista. Restano liti da ospedale, mandorle di traverso e lo schianto di una scenografia ciclopica, il ralenti al suono di un sacrosanto «Fuck Spinal Tap!».
Si è quasi certi che Reiner avrebbe continuato a dare il tutto per tutto, a dire e fare quel che sentiva e pensava, a inanellare pellicole che se ne fregano di seguire lo “spirito dei tempi”. Così non sarà, ma a questo punto non importa; per quanto si possa immaginare Inigo Montoya che dà ancora la caccia al patricida, Rob vive e la sua fine continua. We salute you, inneggiava il bassista Derek Smalls (Harry Shearer) in un memorabile crossover ne I Simpson, e tanto basta. Saluti, Rob, e tieni sempre il volume a undici.
Fabio Cassano
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