Dare tutto, chiedere tutto
“Dedico questo libro a mia figlia, la più importante Vittoria della mia vita. Che possa essere per lei fonte di ispirazione sempre.”
“Vincere , ma prima ancora tirare fuori tutto il potenziale dalle persone che insieme a te devono raggiungere un obiettivo. Veder crescere l’abnegazione per il lavoro dei tuoi atleti, ma sempre e solo insieme alla tua, perché occorre dare prima di chiedere o, meglio, occorre dare per poter, dopo, essere legittimati a chiedere. Essere esempi viventi.” Il tecnico leccese ha vinto ovunque sia andato ad allenare e laddove non ha portato in bacheca un trofeo ha sempre lasciato il segno.
Antonio Conte, attuale tecnico del Napoli campione uscente, ha un metodo personale e codificato con cui approccia quotidianamente il suo lavoro, cioè “essere allenatore”. Che è ben diverso da “fare l’allenatore”.
Nella sua biografia il salentino narra il suo modo di vivere la carriera di tecnico con l’aiuto di un omologo, seppure di un’altra disciplina, ovvero Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale maschile di pallavolo e ora deputato del Pd. Berruto è anche coetaneo del nostro.
Conte racconta che essere allenatore significa essere il primo a lavorare senza sosta, anche e soprattutto per incanalare ogni energia collettiva verso gli obiettivi, il primo a non lasciare nulla al caso, il primo a sopportare la fatica e la tensione. Significa, in una frase, dare tutto per poter chiedere tutto a chi lavora insieme a te.
Mauro Berruto, che è anche giornalista, raccoglie il Conte pensiero non prima di aver raccontato le sue esperienze da tecnico di club e di nazionale.
Ne esce in effetti un doppio ritratto di due uomini di sport accomunati da uno spirito vincente che fa coppia con la maniacalità nel lavoro.
Essere un allenatore – concordano i due – è certamente più della somma delle proprie competenze, delle tecniche acquisite, delle esperienze maturate sul campo. Se deciderai di essere un allenatore – lo rammentano ai loro aspiranti colleghi – sarai tutto quello, ma anche molto di più: perché insegnerai e imparerai qualcosa ogni singolo giorno, perché perderai molto più di quanto vincerai. Ed è dalle sconfitte che, principalmente, si impara. Per chiarire meglio il concetto Berruto e Conte ospitano le testimonianze in proposito di due degli atleti più vincenti della storia dello sport.
L’ex NBA Michael Jordan, sei titoli NBA e due medaglie d’oro olimpiche, ha detto: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni di squadra mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte, molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Roger Federer, venti volte vincitore di tornei del Grande Slam, della Coppa Davis, di una medaglia d’oro e di una d’argento ai Giochi Olimpici, ha dichiarato: “Ho vinto oltre l’80 per cento delle 1526 partite di singolare che ho disputato in carriera, ma nonostante questo ho vinto soltanto il 54 per cento dei punti che ho giocato”.
Allenare non è un mestiere facile, e certamente – continua a rammentare la coppia Conte-Berruto – non l’avrai scelto in virtù di questo. Ci sono strade molto più agevoli e meno rischiose da percorrere. Se è vero, tuttavia, che le navi sono certamente più al sicuro riparate in un porto, ma che altrettanto certamente non è quello il motivo per cui sono fatte, ascolta tutte le opinioni, cerca dei buoni modelli, dei mentori che ti possano ispirare, senza dare a nessuno di loro l’esclusiva. Trova la tua strada.
Il cuore del libro è naturalmente il dialogo tra i due colleghi. “Partiamo dalle nostre differenze, Antonio”, chiede Berruto a Conte. “La cosa che abbiamo in comune è quella di avere esattamente la stessa età, ci separano soltanto due mesi. Arriviamo da discipline diverse, tu dal calcio, io dalla pallavolo; soprattutto, io non sono stato un atleta di successo, anzi, non sono stato neppure un atleta mediocre. Potrei dire, come si sente spesso nei bar, che ero molto forte, avevo un grande talento, poi mi sono fatto male e ho dovuto incominciare ad allenare. Balle. Di talento non ne avevo affatto e non ho mai giocato a pallavolo sul serio. Ho iniziato ad allenare giovanissimo, quando normalmente si pensa solo a giocare, arrivando, dopo molta gavetta, in serie A. Ho allenato in Italia, in Grecia, in Finlandia, ho vinto due coppe europee, tre coppe nazionali e poi, per tanti anni e per centotrentasei volte, mi sono seduto sulla panchina della nostra squadra nazionale, vincendo due medaglie d’argento ai Campionati europei e una medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra, nel 2012.”
“Tu sei stato un campione. Da calciatore hai vinto una Champions League, cinque Scudetti, una Coppa UEFA, una Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane. E poi hai replicato da allenatore, vincendo quattro Scudetti in Italia, una Premier League, una FA Cup e due Supercoppe italiane.”
Raffronti, citazioni e riferimenti sono parte integrante del libro pubblicato per Mondadori.
“Nella primavera del 2020 ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata con Alex Zanardi, ventidue giorni prima del suo incidente in handbike in Val d’Orcia, in Toscana. A fine marzo di quell’anno era arrivata la notizia che i Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo sarebbero stati rinviati di un anno, a causa della pandemia. Gli domandai: «Alex, hai quasi cinquantaquattro anni. Ti hanno improvvisamente spostato in avanti di dodici mesi l’obiettivo per il quale ti sei allenato come un matto negli ultimi quattro anni, dopo i Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro. Non sei più un ragazzino, a che cosa hai pensato quando ti è arrivata quella notizia?». Lui si fermò, mi guardò e con un sorriso che non posso dimenticare disse: «Sai cosa ho pensato? Che fortuna! Mi hanno regalato più tempo per fare ciò che amo! Mi hanno regalato un anno in più di allenamenti, di fatica, di programmazione, di desiderio”.
Domanda di Berruto a Conte.
“Credi sia possibile esportare i principi che guidano il lavoro di un allenatore sportivo nel mondo dell’impresa? Le affinità, dal mio punto di vista, sono molte, soprattutto nel rincorrere quell’idea che ci ossessiona: trasformare gruppi di persone in squadre, cioè organismi che si nutrono di una motivazione collettiva, si muovono grazie a componenti che, come parti di un corpo, hanno un compito specifico e vivono grazie a un unico battito vitale, l’obiettivo comune. È sempre così?”
C. “La squadra è il luogo in cui ogni individuo mette i propri punti di forza al servizio di un obiettivo comune, e allo stesso tempo scopre che le proprie debolezze e fragilità verranno sostenute e incoraggiate dai punti di forza di un compagno o di una compagna.”
“Nel mio caso, se ai cinque anni da commissario tecnico dell’Italia aggiungo i sei alla guida della Finlandia, ho allenato più a lungo squadre nazionali che club. Per te l’esperienza da allenatore di club è molto più lunga rispetto a quella con la Nazionale, ma la maglia azzurra l’hai indossata anche da calciatore. Abbiamo vissuto, da dentro, la rincorsa necessaria per vincere un campionato, l’adrenalina delle gare.”
B. “Dentro o fuori” per conquistare una coppa europea e l’atmosfera delle più grandi manifestazioni sportive del mondo, quelle dove il paese intero si ferma per seguire la propria Nazionale: i Giochi Olimpici, gli Europei, i Mondiali. Cosa c’è di uguale? E che cosa di diverso?”
C. ”Allenare una Nazionale (a maggior ragione, come ci è successo, quella del nostro paese) e guidare un club sono due mestieri che, pur avendo principi che dovrebbero essere comuni, sono profondamente diversi. Ho avuto la fortuna di vivere entrambe queste dimensioni e posso dire con certezza che sia gli aspetti di organizzazione del lavoro sia quelli emozionali cambiano radicalmente a seconda dei due differenti contesti.”
Il tecnico pugliese spiega cosa si intende dal suo punto di vista per mentalità vincente.
“La mentalità vincente è una questione di esercizio, di atteggiamento e di abitudine al senso di pluralità e appartenenza. Dietro a ogni tipo di successo sportivo, compreso quello che potrebbe apparire come strettamente individuale, si scopre sempre il lavoro di tante persone che hanno svolto con cura e in modo meticoloso il proprio compito, aiutando un singolo atleta o il team a vincere. Magari non sono state gratificate per ciò che hanno fatto, magari il loro nome non è comparso sui quotidiani sportivi, ma certamente si è innescata in loro la consapevolezza della necessità di svolgere con dedizione il proprio compito, anche se umile o invisibile, trasformando quel senso di appartenenza in un legame profondo, totalizzante. Se anche chi cura l’altezza dell’erba del campo di allenamento o piega le maglie da gioco in magazzino sente di essere stato decisivo per la vittoria finale, allora sì, siamo in quel mondo misterioso e affascinante che qualcuno chiama “mentalità vincente”.
A far da contorno e da intermezzo aneddoti vari delle numerose esperienze vissute dai due nel corso della carriera sportiva. Poi, la “portata” finale: che significa essere atleti di successo, e poi diventare allenatori di successo? Berruto chiede a Conte.
“Naturalmente è tutt’altro che scontato, non avviene per natura o per un inevitabile disegno divino. Tu hai costruito ciò che ti ha portato a essere un calciatore vincente e poi hai ricominciato, e non hai ancora finito, a costruire tutto quello che serve per portare le tue squadre al successo. Vincere e perdere sono sensazioni così diverse quando si è protagonisti sul campo rispetto a quando lo si è dalla panchina?
“Io, insieme ai miei compagni di squadra, ho vinto tanto da calciatore, ma da allenatore è completamente diverso. È proprio un’altra cosa, le due sensazioni sono imparagonabili. Da calciatore sei un ingranaggio, la tessera di un mosaico che qualcun altro immagina e compone, insieme ad altre persone che non hai scelto tu. È stato meraviglioso, ho passato anni indimenticabili a correre nel rettangolo di gioco, ma la sensazione è quella che ho descritto: sei un ingranaggio dentro a un meccanismo. L’allenatore, invece, è colui che immagina e costruisce la macchina, poi la guida, e la sente con orgoglio sfrecciare nei momenti belli. Soprattutto, si assume la responsabilità di riportarla sulla giusta strada nei momenti difficili.
Intensità? L’intensità nel calcio si riferisce alla velocità, alla concentrazione e al livello di energia con cui i giocatori eseguono il loro compito durante un allenamento o, a maggior ragione, durante una partita.
“Quando mi chiedono da dove arrivi questa cattiveria agonistica rispondo che nella mia carriera, sia da allenatore che da calciatore, oltre ad aver superato le difficoltà che ho raccontato, ho vinto tanto, ma ho anche perso tanto”.
Dare tutto, chiedere tutto è certamente un libro che aiuta a intendere meglio il ruolo dell’allenatore di club, in qualsiasi sport di squadra.
Gli autori: Mauro Berruto (Torino, 1969), allenatore di club e della Nazionale italiana maschile di pallavolo, autore, formatore, oggi deputato della Repubblica; Antonio Conte (Lecce, 1969), calciatore professionista e allenatore, fra le altre, di Nazionale italiana, Juventus, Chelsea, Inter, Tottenham e Napoli.
Stefano Marino
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