cinema

La voce di Hind Rajab

Ramallah, Cisgiordania, 29 Gennaio 2024. Il centralino della Mezzaluna Rossa, attiva nel soccorso alla popolazione palestinese nei territori occupati da Israele, riceve una chiamata da una bambina: si chiama Hind Rajab, ha otto anni, ed è intrappolata in un’auto coi corpi senza vita dei suoi famigliari, circondata dal fuoco della milizia israeliana. Quattro dei centralinisti cercano di stabilire un corridoio umanitario perché una loro ambulanza la porti in salvo; nel frattempo devono però ascoltare la bambina e farle coraggio, ma sarà tutto inutile.

È accaduto per davvero. Accade per davvero.

Sussiste un problema di fondo, nell’orrore che sta martoriando il Medio Oriente: l’apparente, paurosa assenza di figure. L’adagio è sempre valido: un morto è tragedia, un milione di morti è statistica. E di statistiche l’umano che resta ci sta morendo intorno. Al di qua degli schermi che ci restituiscono l’immagine del genocidio, le vittime appaiono come massa indifferenziata: senza nome, senza storia, talvolta anche senza volto: come nell’opera fotografica del palestinese Mohammed Salem, le madri di Gaza paiono servire tutt’al più il modello di una Pietà cristiana, universale in virtù del suo anonimato. Bene per chi, nella pace vigile che domina l’Occidente, ha voglia di consultare di tanto in qua la coscienza; meno per chi, tra un massacro e l’altro, non scorge in viso la pietà da fin troppo tempo.

Il rischio è lo stesso che corre La voce di Hind Rajab: Leone d’argento a Venezia, bombardato di premi a scontare tutt’altri bombardamenti, il film di Kawthar ibn Haniyya rischia di essere la proverbiale foglia di fico, da lodarsi più per gli intenti (nobilissimi, certo) che per i meriti reali. Si potrebbe chiudere qui l’argomentazione, congratularsi coi belli e bravi che hanno dato al film di Haniyya tutti i riconoscimenti possibili (fuorché il primo, assegnato a Jim Jarmusch per Father Mother Sister Brother) e appendere l’analisi al chiodo in nome del buon cuore. Sarebbe un disservizio, giacché sospendere l’esame in nome dei valori farebbe torto all’uno come agli altri.

Dunque la forma, ovvero la forma del dramma. La voce di Hind Rajab parte da un’idea semplice, eppure di estrema intelligenza: contaminare il reale e il fittizio, modellare la finzione sul vero, situarsi sulla sottile linea tra documentario e ricostruzione. È infatti la vera voce della piccola Hind Rajab a ferire il silenzio nei primi attimi del film: si tratta di registrazioni reali della chiamata, e per tutta la durata del dramma il dialogo sarà intrattenuto con questa forma labile, un lamento che ha per sola figura la forma d’onda della voce al telefono. I protagonisti piangono, litigano, fingono un conforto che devono dare pur non avendone, al cospetto di quest’onda sonora che smaterializza la presenza della bambina e insieme la rende acuta, pervasiva, ineludibile. Le uniche altre immagini della piccola sono quelle reali, estrapolate dalle piattaforme social e affisse su una parete che diviene sempre più una lapide.

Ai protagonisti non rimane che una passività irrequieta, quella di chi osserva e non può o non vuole agire; manifesto politico, senz’altro, ma anche riflessione sul ruolo dell’osservatore, sulla sua impossibile neutralità, su un ascoltare che è già un agire; una presa di posizione imposta, se non dalla volontà, quantomeno dal mondo esterno e dal posto che vi si occupa. Siamo nel territorio di Blow out e de La conversazione, ovvero alla presenza schiacciante non dello sguardo ma dell’ascolto, che dello sguardo non ha l’iconicità confortante e leggibile, l’interpretabilità comoda di un’immagine qui paurosamente occulta.

Certo La voce di Hind Rajab è un’opera didascalica, che sia per vocazione o per limite; il suo dramma conosce poche sfumature, il suo teatro dell’inazione è di immediata leggibilità, il suo linguaggio privo di ambiguità. Il rischio è quello di un’assoluzione incondizionata, di chi vorrebbe correre fuori in spregio alle regole della guerra (per chi si ostina a definirla tale, come se Hind Rajab fosse l’ennesima terrorista in pectore), come di chi temporeggia tra le strette maglie di una macchina umanitaria continuamente ostacolata. La disillusione è l’arma e il limite del film, il fattore indispensabile alla sua pedagogia: pare a tratti che abbiano tutti ragione e torto; frattanto là fuori, musichette o meno, c’è la morte.

Il disincanto detta forme convenzionali, il documentarismo più sfacciato, estetiche concitate per tempi concitati: la solita macchina a mano irrequieta, il naturalismo più vero del vero, un narrare visivo che ha smesso da tempo di scuotere le forme note per diventarlo a sua volta.

È tuttavia negli ultimi, drammatici minuti che l’operazione rivela il suo senso: quelli in cui, dopo l’isteria di un’immagine scossa fino alla deformazione, all’aberrazione ottica, al limite dell’indecifrabile, un lungo piano-sequenza raddoppia realtà e finzione, senza la pretesa di riversare una nell’altra. Il filmato reale ripreso all’interno della Mezzaluna Rossa entra nel flusso del film, gli attori si filmano a vicenda mentre le immagini delle persone reali – quelle che gli interpreti starebbero impersonando – appaiono sincrone sullo schermo del cellulare. Immagine reale e fittizia coesistono nel tempo, libere dall’ansia di simulare e ricostruire. La narrazione visuale è qui realmente epica – nell’accezione brechtiana del termine – e come tale non rappresenta bensì presenta. È questo istante di totale rispecchiamento a cortocircuitare la messa in scena, a rispedire verso il pubblico il flusso infinito di immagini a cui gli occhi e le coscienze paiono ovunque assuefatti; infine, a far sì che La voce di Hind Rajab interpelli l’occhio della mente, e lo obblighi a guardare se stesso.

Fabio Cassano

Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/68d8fcb39334d500147faf22

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *