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Nuovo Cinema Armani

Non vi è soluzione di continuità, nel vestire di re Giorgio Armani, tra la moda e il cinema: nello stile ieratico e artigianale del maestro l’immaginario che copre gli schermi e i corpi è un tutt’uno, mondi congiunti da un invisibile filo nascosto, una sutura che compone la carne del cinema e di chi lo guarda in un solo movimento estetico.

Non è solo questione di stile, sia pure quando lo stile è il naturale antidoto alla concorrenza: dagli eccessi di Dolce & Gabbana all’opulenza di Gucci, al barocco di Versace e all’avanguardismo di Missoni, la maniera Armani ha fatto della sobrietà un’impronta degna di sopravvivere al suo creatore come perfino alla sua produzione. Non si tratta nemmeno di soli giochi intertestuali, di trame più o meno evidenti nel testo (ovvero tessuto) che gli abiti possono rivelare o anche solo suggerire. Si tratta di sogni, da indossare a occhi aperti,con le mani nelle ampie tasche di un vestire d’altri tempi, d’altri mondi.

Armani, si sa, ha sempre amato il cinema. «È come se fossi sul set di un film, il film è la vita e i miei film ne sono i costumi»: parole sue a favore di camera per Made in Milan, il documentario che non a caso un altro maestro, Martin Scorsese, gli aveva dedicato nel 1990. Un rapporto ossessivo e di amore vero, quello tra i due artisti: lo dimostrano le collaborazioni, da Quei bravi ragazzi a Casinò e The Wolf of Wall Street, fino allo spot The Artist che Scorsese cuce su misura per la linea Kith-Armani ai giorni nostri. Da questo costante vivere il cinema, dal saperlo proiettare sul set della vita, venivano le scelte di Armani: la destrutturazione del capo più classico che ci sia – la giacca – senza spallucce e fuori proporzione, le tinte calde e soffuse di una vita sempre vicina al bianco e nero, sono risposte dirette a tirar fuori i fantasmi dallo schermo e dar loro un corpo, una vita che sia un po’ più sogno. I sogni di Armani sono antichi e umili: l’Alain Delon di Frank Costello faccia d’angelo, lo scabro neorealismo di Ossessione e Roma Città Aperta, la sensualità onirica di Luisa Ferida ne La corona di ferro (1941), l’atipico fantasy di Alessandro Blasetti.

La sensualità, appunto: quella di Ferida e della Loren, ma anche di Richard Gere in American Gigolò, capolavoro dell’idiosincratico Paul Schrader. Una sensualità a doppio filo: Julian Kay (da leggersi come Joseph K., protagonista de Il processo di Kafka) sfila come un bell’animale da esibizione, un puttano stanco di se stesso, un peccatore braccato fino all’orlo dell’abisso. Julian attraversa quieto lo zoo della vita che non sa lasciare, la morbidezza dimessa del vestire è l’arma e la maledizione del suo dover sopravvivere; nulla a che vedere col lusso sfacciato delle donne che deve portarsi a letto, né col vistoso guardaroba da pappone vero dell’amico-nemico Leon (un luciferino Bill Duke); riverbera ancora Delon, con quel tweed che dialoga fittamente con quello de La prima notte di quiete (1972) di Valerio Zurlini. Tanta è l’eleganza, l’umiltà, la nettezza geroglifica dell’icona, che perfino la camicia da galeotto gli sta a pennello – viene quasi da chiedersi se sia Armani anche quella.

Il giovane Henry Hill inizia a frequentare la mala del quartiere; la ricompensa per i suoi servigi è un abito che pare sbucato da qualche noir degli anni trenta (vita stretta, spalle larghe e revers a freccia); sua madre lo vede e inorridisce: «Oh mio dio, sei vestito da gangster». Il film è Quei bravi ragazzi, l’intreccio è appena agli inizi ma il cortocircuito è completo. Hill (il formidabile Ray Liotta) vive l’avventura nella mafia sentendosi il protagonista di qualche vecchio film Warner (la quale produce), attraversa la squallida realtà del crimine organizzato come in un sogno: Henry Hill è la parodia involontaria dei gangster di un tempo, un mitomane accecato dal vizio, un Fred Buscaglione senza autoironia e con la fedina sporca. Re Giorgio lo tallona, la moda lo accompagna silenziosa nel viaggio attraverso le epoche: camicie nere minimali e giacche in pelle, completi greige a misura come abiti da morto, vestaglie a fantasia da narcotrafficante a riposo. Il vestiario di Quei bravi ragazzi è un vero film nel film, il convitato di tela che scandisce lo sprofondare umano di Hill nell’abisso della sua ebbrezza. Nel finale, il fantasma di Joe Pesci spara al pubblico: sarebbe poco più di un calco de La grande rapina al treno, se non fosse che qui l’omaggio – alla grande tradizione del gangster movie – sta tutto nell’abito. Se ne ricorda anche Steven Soderbergh, che sul set di Ocean’s Eleven (2001) impara da Armani a destrutturare il noir come il maestro destrutturava le sue giacche, getta un ponte tra il vecchio e il nuovo Rat Pack e proietta il buon vecchio cinema da “colpo grosso” nella modernità.

Vestire un personaggio non è cosa da poco: è drammaturgia del corpo, scrittura delle menti che porta con sé tutta la concretezza dei materiali. Si guardi Nirvana (1997), l’avventura di Gabriele Salvatores nella fantascienza cyberpunk. Jimi (Christopher Lambert) e Joystick (Sergio Rubini) sono l’apollineo e il dionisiaco dell’uomo tecnologico nella Milano futura. L’uno, Jimi veste quasi solo di nero, abiti larghi e senza forma, una maglia il cui bavero bianco spunta inelegante sotto maglione e cappotto neri: il vestiario di Jimi è un volere e non saper sparire, un lutto inconciliato per un’amata che l’ha lasciato senza spiegazioni, una fuga a tentoni dalle spire delle multinazionali nell’inferno della distopia. L’altro, Joystick, ostenta un’oscena orgia di colori: blu e marrone (fa cafone), una giacca di velluto che sembra ornata ma è solo vissuta, una felpa con un laccio che pare star lì per bellezza, una sciarpa che a ben guardare sembra più una kefiah;nessuno dei singoli capi è in sé eccessivo, ma l’insieme è un voluto e orgoglioso pugno nell’occhio. Non è pensabile un guardaroba più eloquente per un angelo (ovvero un hacker) che ha imparato a nascondersi in piena vista (quella che possiede a malapena dacché si è venduto gli occhi), nessun abito potrebbe essere più colorito ed empatico per questa adorabile canaglia.

La semplicità è la chiave: non a caso l’altro protagonista, l’antieroe videoludico Solo (Diego Abatantuono) veste il più classico dei completi grigi; non a caso l’unico personaggio del gioco che osa vestire leopardato (Ugo Conti) muore ammazzato qualsiasi cosa si faccia. Solo commenta: «Mi hai detto uno con la giacca strana! Guarda che giacca!».

Ne capiva davvero di cinema, re Giorgio, per vestire così i suoi personaggi. Non sembra allora un caso che il suo erede spirituale, Tom Ford (che pure era stato di scuola Gucci), si sia dato con successo al cinema: un’occasione di più per ricordare come, nel cinema come nella vita, si debba saper sognare.

Fabio Cassano

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