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Presence

Cosa accadrebbe se a un tratto i personaggi di un film si rendessero conto di essere osservati? Tale è la scomoda posizione in cui Steven Soderbergh, in questa sua penultima regia (in Italia Presence segue il più recente thriller spionistico Black Bag) colloca il suo pubblico e le figure del dramma sovrannaturale in opera. Non che manchino le linee di continuità: è dall’esordio di Sesso, bugie e videotape che il cineasta di Baton Rouge si interroga sul raccontare e raccontarsi a mezzo camera, che intrude un occhio irrequieto nel microdramma privato, che attraversa il cinema commerciale col voyeurismo e quella certa barbarica eleganza dell’amatore. L’attenzione è sempre rivolta a un cinema minimo, che sappia muoversi affilato col minimo indispensabile tra le pieghe della mente e le corde dell’emozione, tanto di chi vive l’intreccio come di chi vi assiste; Presence è in tale accezione un punto di ritorno per questo cinema fantasmatico, tanto più irruento quanto più vuole farsi presenza impalpabile.

In questa atipica storia di fantasmi, naturalmente, il fantasma è anzitutto il pubblico, paralizzato per suo statuto nella passività partecipe che condivide con lo spettro di casa Payne: tutto il film non è altro che una serie di lunghe soggettive di quest’ultimo, la ripresa replica con aderenza totale il movimento erratico del fantasma nel suo instancabile spiare, origliare, turbare il privato del nucleo famigliare nel tentativo di interagirvi. La tecnica accorre di nuovo in aiuto: il film è interamente girato con una fotocamera mirrorless, montata sul tipico stabilizzatore gimbal ormai immancabile nell’armamentario del videomaker medio. L’idea è semplice quanto sagace e, pur coi suoi limiti, la leggerezza della tecnica serve alla perfezione la drammaturgia di Presence, il suo scabro articolarsi in compatti micro-drammi che assecondano un gioco attoriale schietto, affiatato, felicemente teatrale.

È insieme innegabile come con Presence Soderbergh tenga il polso della più recente produzione horror, quella che da Noi di Jordan Peele a Hereditary di Ari Aster, a Longlegs di Oz Perkins e fino al più recente Weapons di Zach Cregger, è tornato ad abbracciare la dimensione più intima e domestica dell’orrore. L’orizzonte è però altrove, lontano dalle necessità dell’atterrire e all’opposto guidato da una sincera angoscia esistenziale: il parente più prossimo è semmai Storia di un fantasma, con cui David Lowery scansava lo spavento per abbracciare lo straniamento e l’impotenza del fantasma, ancora protagonista – lì drammaturgico e qui etico ed estetico – della vicenda. L’intento è al più quello di imbastire una tragedia borghese, che della tragedia conserva l’oscuro senso di predestinazione, l’ironia dolente dei destini individuali e del loro castigo.

Dramma dell’inquietudine e tragedia della colpa, a tratti Presence recupera perfino la rarefazione e il languore di certo cinema grunge: è soprattutto nella figura affascinante e sfuggente di Ryan che il film riscopre sfumature non lontane da quel cinema di passioni tristi, che in opere quali Elephant e Paranoid Park di Gus Van Sant (e per osmosi in It Follows di David Robert Mitchell) trovava piena espressione. Certo si tratta anche, di contro, dei momenti in cui la meccanica dell’intreccio si fa più pressante, in cui la naturalezza dello psicodramma tende a venir meno per far spazio alle necessità brute del raccontare.

I limiti di Presence sono evidenti, ma tutto sommato poco importa: pur nel didascalismo del suo peculiare teatro filmato, Soderbergh vince la sfida di rinnovare il suo cinema fieramente semi-amatoriale, di esprimere l’angoscia dei vivi e l’impotenza dei morti, di rivoltare lo sguardo contro se stesso senza far torto al genere. Poco male se Presence spaventa poco o per nulla: basta il disagio dello scoprirsi osservati, la malinconia dell’essere spettro, la voglia di oltrepassare la soglia e abbracciare quei tristi, umanissimi fantasmi oltre lo schermo.

Fabio Cassano

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