Groenlandia, la sicurezza è americana. La sovranità resta danese
Il 22 settembre 2026 il presidente Donald Trump, il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen e la prima ministra danese Mette Frederiksen hanno firmato, a margine della riunione dell’Assemblea generale dell’ONU, un accordo volto a rafforzare la sicurezza dell’Artico e del Nord Atlantico, aprendo la strada alla costruzione di altre basi statunitensi in Groenlandia.
L’interesse per l’isola da parte degli USA è storico, infatti nel 1917 riconobbero le rivendicazioni danesi, ma nel 1946 avanzarono una proposta di acquisto poi rientrata. In seguito, con l’avvento della Guerra Fredda consolidarono una presenza militare senza trasferimento di sovranità, nello specifico con la base di Thule (oggi Pituffik). Tuttavia, nel gennaio 2025 Donald Trump ha riportato la questione al centro del dibattito pubblico, affermando di non escludere la possibilità di utilizzare degli strumenti di pressione economica o militare per ottenere la Groenlandia. Inoltre, dopo poche settimane il presidente statunitense ha firmato l’Executive Order 14186 (The Iron Dome for America) collocando la difesa aerea e missilista al centro della narrativa strategica. In questo quadro di competizione tra grandi potenze e valore strategico dell’Artico, la Groenlandia è diventata una componente fondamentale della sicurezza statunitense. A marzo dello scorso anno, il vicepresidente JD Vance ha visitato la Pituffik Space Base, rafforzando la lettura secondo cui la Groenlandia è rappresentata come nodo operativo dell’Artico e non come semplice partener in un’aerea di interesse condiviso.
Gli analisti però si sono chiesti quali siano realmente i vantaggi scaturiti da questo nuovo accordo. Infatti, secondo il think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) l’intesa modifica e integra l’accordo di difesa della Groenlandia del 1951. Secondo questo storico accordo, Washington può gestire e stabilire delle aree di difesa in linea con i piani NATO, muoversi liberamente via terra, aria e mare anche attraverso le acque territoriali groenlandesi. In breve, l’accordo porta con sé tre novità:
– consente agli USA di stabilire due ulteriori aree di difesa, oltre alle diciassette installazioni militari già esistenti, a Narsarsuaq e Mestersvig. Quest’ultimo è attualmente un avamposto militare sulla costa orientale che è utilizzato dalle forze speciali danesi. Infine, autorizza gli USA a modernizzare ed espandere le loro attività a Pituffik, oltre a istituire un sistema di difesa missilista Golden Dome;
– il nuovo accordo è permanente perché quello stipulato nel 1951 era legato alla durata del Trattato del Nord Atlantico, mentre questa nuova intesa non ha una data di scadenza, può essere modificata solo di comune accordo e vincola una futura Groenlandia indipendente a rimanere nella NATO e ad assumere gli obblighi del Regno di Danimarca;
– limita i futuri investimenti stranieri tant’è che impedisce ai paesi non NATO di stabilire installazioni militari sull’isola senza il consenso di tutte le parti. Infine, Washington ha l’ultima parola sulla possibilità da parte di paesi non NATO e non Ue di investire in infrastrutture critiche e settori strategici, compresa l’estrazione di risorse naturali.
In conclusione, questi sono cambiamenti sostanziali, ma le disposizioni difficilmente costituiscono un cambiamento rivoluzionario dello status quo. Infatti, seppur le disposizioni sugli investimenti esteri sono degne di nota in quanto la Russia e la Cina guardano alle rotte di navigazione emergenti, dopo la Guerra Fredda Washington aveva già ridotto la sua presenza militare sull’isola per sua scelta. Il Regno di Danimarca rimane un fedele alleato degli Stati Uniti che già in passato ha rifiutato le proposte economiche avanzate da aziende cinesi.
Andrea Perrucci
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