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OSCAR 2026

Dopo novantasette edizioni dell’Academy Award che annualmente atterra in quel di Los Angeles, è comprensibile che il piano dell’analisi tenda a scivolare verso quel che il rigore critico imporrebbe di declassare a extrafilmico, secondo la distinzione nota ai meno tra il filmico (l’oggetto d’arte in questione) e il cinematografico (tutto quel che lo circonda). D’altronde la recita è nota, il copione e stantio e i lazzi divertono per le ragioni sbagliate.

Anche in questa novantottesima edizione il premio non smentisce la sua natura: quella di evento autofago nel suo senso meno edificante, di quella televisione che si mastica e digerisce da sé. Nel mezzo, per un brivido diverso, ci sono i film. Quel che al limite importa, scrostate le patine della rappresentanza e del raccoglimento d’ufficio, è che da un lato la selezione delle opere candidate rivela molto più che in passato una fama di cinema vero, dall’altro un fatto molto più prosaico: l’Academy Award è il suo stesso film, la kermesse che volle farsi opera e che a volte, specie con l’uomo giusto al timone, regala i suoi momenti.

Meglio liquidare il secondo punto: Conan O’Brien, alla sua seconda conduzione della cerimonia, ha un’energia e una disperazione che mancavano da un po’ all’Academy. Dopo la satira senza mordente di Jimmy Kimmel e i suoi squallidi siparietti, O’Brien porta sul palco una salacità vicina al livore di cui si sentiva il bisogno, una qualità caustica da ex-Simpsoniano che tiene anche quando metà delle battute non reggono.

Il gioiello è senza dubbio la cold open nella quale O’Brien, truccato come la perfida zia Gladys di Weapons di Zach Cregger, corre inseguito da orde infantili irrompendo, come Buster Keaton ai tempi d’oro, nell’universo dei diversi film candidati, per terminare in perfetto match cutting nella diretta in studio; un’apertura che è già un piccolo e perfetto film, un capolavoro di gestione dell’hype a cui neanche un dilettantesco errore di regia sottrae efficacia. O’Brien abbozza, si appella al bello della diretta, promette che aggiusteranno tutto in post e che a fine corsa andrà di sopra a dirne quattro. Basta un cameraman fuori posto perché il cinema dal vivo degli Oscar si trovi nudo, e affinché il momento del meme con Leonardo Di Caprio non emani più goliardia ma solo disperazione.

Non è per fortuna il solo momento in cui si gioca con l’immagine: tocco da maestro è un audace compositing che moltiplica Michael B Jordan, la cui doppia prestazione in Sinners è occasione di vera comicità visiva. In breve l’Oscar di O’Brien è quel che vuole essere: comico, filmico, memico. Non funziona come dovrebbe, ma il tentativo resta lodevole.

Ci sarebbero poi i film. Tra le punte, Una battaglia dopo l’altra è quello che si aggiudica le vittorie sul podio: al torrenziale action di Paul Thomas Anderson vanno i premi per il miglior film, la miglior regia, la miglior sceneggiatura non originale (ispirata a Vineland di Thomas Pynchon), miglior montaggio a Andy Jurgensen e miglior casting (prima assegnazione nella storia dell’Academy) a Cassandra Kulukundis; premio anche al miglior non protagonista Sean Penn che, coerente col suo stile, non perde tempo a presentarsi. Manifesto politico, cinema woke o ruffianata? Poco importa, quella di Anderson è una vittoria per un cinema di genere ruvido, inventivo e massimalista come mancava da tempo, il vero riscatto per un regista risorto dai languori di un cinema europeizzante e che, dopo un primo fiasco nelle sale, sta finalmente rincontrando il pubblico.

Il cinema di genere una volta tanto festeggia: così I peccatori, il western-horror-musical di Ryan Coogler, conquista il premio alla miglior sceneggiatura originale, alla fotografia di Autum Durald Arkapaw, alle musiche di Ludwig Göransson e al protagonista Micheal B. Jordan (nel duplice ruolo dei gemelli Smokestack); altre vittorie tecniche vanno alla troupe di Guillermo Del Toro, il cui Frankenstein espugna il reparto costumi (Kate Hawley), scenografia (Tamara Deverell e Shane Vieau), trucco e parrucco (Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey). Alla troupe sonora di F1 (di Joseph Kosinski) va invece il premio per il sonoro, mentre Avatar: Fuoco e cenere di James Cameron vince a mani basse per i migliori effetti visivi.

Importanti le conquiste femminili: a Hamnet – Nel nome del figlio di Chloe Zhao, dramma biografico sul giovane Shakespeare, va il premio per Jessie Buckley come protagonista; Amy Madigan, la luciferina zia Gladys in Weapons, è la miglior non protagonista: difficile vederla tra il pubblico e sul podio e non pensare a quando, trent’anni fa, da quelle poltrone vedeva premiare Elia Kazan e non applaudiva. Le due attrici sono in buona compagnia, dal momento che il premio ad Arpakaw segna la prima vittoria femminile per la fotografia.

Per l’estero è Sentimental Value di Joachim Trier: dramma della memoria e della distanza, del trauma e dell’arte che dovrebbe curare e non lo fa, con Stellan Skarsgård nel ruolo di padre assente e cineasta senza pace. Maggie Kang e Chris Appelhans condividono il trofeo per l’animazione, grazie al loro K-Pop Demon Hunters che segna un’ulteriore sfida all’omologazione Disney-Pixar e consola Netflix che ancora sente il giocattolo rubato tra le mani – la Warner Bros., soffiatale al traguardo dalla Paramount; la fantasia futuribile del duo è coronata dall’Oscar alla miglior canzone per Golden.

Mr Nobody against Putin, di David Borenstein, racconta l’educazione al militarismo nella Russia in guerra con l’Ucraina; a lui va il premio per i documentari, la cui sezione breve premia invece All the Empty Rooms, in cui Joshua Seftel e Conall Jones raccontano non tanto il dramma delle stragi scolastiche, quanto quello di chi vive e non se ne dà pace. Sempre in tema di cinema breve la vittoria è ex aequo tra il dramma corale della sconfitta The Singers (Sam A. Davis e Jack Piatt) e il francese Two People Exchanging Saliva (Alexandre Singh e Natalie Musteata), romance distopico sul divieto di amare. L’animazione breve festeggia La jeune fille qui pleurait des perles, che vede premiati i suoi autori Chris Lavis e Maciek Szczerbowski.

Clamorose le sconfitte: su tutte Marty Supreme di Josh Safdie, candidato a nove statuette di cui nessuna vinta; sullo sfondo il disappunto di Chalamet, fresco di controversia dopo aver liquidato opera e balletto come irrilevanti e a cui l’Academy risponde con l’irrilevanza. Non va meglio all’altro Safdie (Benny), il cui The Smashing Machine vede sfumare l’unica candidatura per il trucco. Tra gli sconfitti illustri anche Yorgos Lanthimos col quadri-candidato Bugonia, la Disney con Zootropolis 2 e La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya, già Leone d’argento a Venezia.

Val la pena ricordare il ricordo stesso: quello dei trapassati nel consueto In memoriam, che smette la solita sbrigatività e affida a Barbra Streisand, Rachel McAdams e Billy Cristal l’onere di ricordare i trapassati: rispettivamente Robert Redford, Catherine O’Hara e Diane Keaton, e Rob e Michele Reiner. Manca tanto, Reiner, l’unico che per energia sferzante del suo cinema e brutalità della sua scomparsa se n’è andato troppo presto a settantotto anni suonati.

Resta forse poco, ma una volta tanto resta il cinema, per una volta di qualità e di idee più che di gettoni. Non è forse casuale che per la prima volta tutti i membri dell’Academy siano stati obbligati a vedere tutti i film prima di votarli.

Proprio vero, guardare un film sta diventando un’arte perduta, ma la cosa più bella accade quando la si ritrova.

di Fabio Cassano

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