Maradona: dall’uomo al mito, dal mito all’uomo
Napoli è famosa per tante cose: la pizza, il romanticismo, la criminalità e la celebrazione dei suoi santi che diventa spesso un’ossessione.
Il 2026 coincide, come ricordavamo nello scorso numero del Cappuccino, col centenario della fondazione del Calcio Napoli.
In questo numero dedicheremo ampio spazio al più grande di tutti: Diego Armando Maradona nato il 30/10/60 in quel di Lanus, un piccolo sobborgo della capitale argentina.
Era destinato di li a poco a sbalordire il mondo con il suo gioco veloce e un piede sinistro unico, con cui ha incantato il mondo: prima l’Argentina, poi la Spagna, anni matti da genio scapestrato laggiù a Barcellona, e infine il Napoli. Sì, certo, Italia. Ma prima di tutto Napoli.
Alle porte del temibile Vesuvio e adagiata serenamente lungo il golfo di Sorrento, Napoli e la sua bellezza sono spesso difficili da descrivere. È un ambiente unico: vivace, povero, trasandato, davvero pazzo di caos, eppure anche romantico e dolorosamente indimenticabile. Mentre ti avventuri per Napoli – dal cuore dei Quartieri Spagnoli ai bassifondi di Scampia – noterai quartieri brulicanti di vita e “tatuati” fino all’inverosimile con graffiti sacri. Piastrellati di Madonne con bambino. Ti ritroverai a girare per vicoli, perdendoti tra le voci dei pescivendoli che richiamano l’attenzione sulla loro merce, e i volti scolpiti di Padre Pio vicino alle porte e nei cortili poco illuminati. Ma soprattutto, vedrai immagini del più grande santo ed eroe della città: Diego Armando Maradona.
5 luglio 1984: un trasferimento senza precedenti (dal punto di vista finanziario) quello dal Barcellona al Napoli. Maradona – miracolo, o destino – entrò subito in sintonia con la città, con la sua anima. E i napoletani lo adottarono. Ottantamila erano quelli che riempivano il San Paolo nel torrido giorno della sua presentazione: molti di più erano quelli che, nelle case e per le vie, vivevano quel momento trepidanti nel sogno.
Quando il suo futuro ultimo re vi sbarcò Napoli era una città con alta disoccupazione e stretta nella morsa della Camorra. Nel decennio precedente, la città aveva visto un’epidemia mortale di colera, un terremoto e migliaia di suoi lavoratori trasferirsi all’estero o nelle città del nord per lavorare nelle fabbriche. Era la città più povera d’Italia: un luogo tabù per quelli del nord, un’antica capitale con l’anima al collasso. La metropoli simile a Gomorra aveva un disperato bisogno di un eroe che la redimesse e le facesse recuperare il rispetto di se stessa.
L’immedesimazione con i napoletani più umili fu quasi immediata: proprio come loro, Maradona era cresciuto ai margini della società in una baraccopoli poverissima. Nonostante fosse nato a quasi 12.000 chilometri di distanza, a Villa Fiorito in Argentina, egli sentiva nel senso della famiglia dei napoletani e nella loro visione della vita e dei rapporti umani qualcosa che parlava alle sue stesse radici. Gli stenti, le ristrettezze: cose che lo avevano costretto a crescere subito. A 15 anni era già il principale sostegno economico della sua famiglia. La Provvidenza gli consentì di essere utile ai suoi cari grazie al talento che aveva coi piedi. Dopo aver incantato il pubblico con i suoi dribbling da puma in Argentina, fu trasferito al FC Barcelona per 7,6 milioni di dollari – all’epoca, una cifra record mondiale. Negli anni al Barça, Maradona vinse la Copa Del Rey (battendo gli arcirivali del Real Madrid) e una Supercoppa spagnola contro il Bilbao; si beccò l’epatite, che riuscì a superare, e fu vittima del “tackle più sconsiderato” nella storia del calcio. Caviglia frantumata, ma non solo; segnato da vari altri infortuni, minato dall’amarezza e dall’insoddisfazione, dentro e fuori dal campo, Maradona supplicò di essere venduto a qualsiasi offerente pagasse il prezzo.
Con sorpresa del mondo, si presentò il Napoli. Una squinternata squadra di Serie A di medio-bassa classifica (che aveva vinto poco o nulla) pagò la nuova cifra record mondiale di 10,4 milioni di dollari. Il calcio italiano in quel periodo era unanimemente considerato il migliore del mondo. La serie A era un campionato aggressivo e difensivo dove i migliori al mondo venivano a giocare a Torino e a Milano – ma da nessuna parte a sud di Roma, figuriamoci a Napoli.
Napoli ha vissuto sicuramente il miglior periodo del Maradona calciatore, che però andò in rott di collisione col Maradona privato, vittima di se stesso dei suoi errori, della sua incapacità di gestire ricchezza, benessere e salute.
Quella tra Napoli e Maradona fu la storia d’amore più unica che il mondo abbia mai visto. Incaricato dell’impossibile, Maradona come calciatore e come icona ebbe un fortissimo impatto immediato. Solo per aver accettato l’incarico, riaccese l’orgoglio nell’animo di molte persone in tutta la città. Al suo segnale, si potrebbe dire, si scatenò l’inferno della ribellione contro l’eterno strapotere del nord.
Nelle due stagioni precedenti al 1986, Maradona migliorò tremendamente il Napoli, che iniziò ad affacciarsi, sempre meno timidamente, alla cima della classifica. La sua prima gigantesca impresa fu nel novembre 1985, quando batté da solo la Juventus a Napoli: 1-0 con una sublime punizione. Il pandemonio conseguente provocò due attacchi di cuore e cinque svenimenti nello stadio.
Chiunque potrebbe dirti che questa è stata la prima battaglia – anche ideologica – che i napoletani hanno vinto contro quell’Italia da cui da sempre (almeno dall’Unità) subivano angherie. Battere la Juventus, la squadra più titolata d’Italia, significava sconfessare quella visione radicata che il nord fosse migliore, più evoluto e più pulito del sud. In quest’ultimo caso ci si riferiva alle epidemie di colera che avevano penalizzato Napoli nell’800 e più recentemente nel 1973.Un fastidioso ritornello che accompagnò Maradona e i suoi in tanti stadi avversari.
Nel periodo tra la vittoria sulla Juve e il primo Scudetto nel maggio dell’87, Diego aveva stupito il mondo a livello nazionale e internazionale con le sue capacità senza pari. Vendicatore dei sud, Maradona passò dal riscatto del Napoli e del meridione d’Italia con il suo calcio di punizione a quello dell’Argentina, ai Mondiali del 1986 in Messico. Diego era ora al top del mondo. A Città del Messico passò da calciatore a divinità ribelle in una sola partita. Quarti di finale: l’Argentina affronta l’Inghilterra, quattro anni dopo la Guerra delle Falkland tra i due paesi. Gli inglesi avevano vinto la guerra e si erano ripresi le isole. Maradona segna due gol, e tocca probabilmente il punto più iconico della sua carriera. In essi – soprattutto nel primo, noto come la Mano de Dios – tanti osservatori hanno visto la volontà di Maradona – che si fa interprete della volontà di un intero popolo – di riparare calcisticamente l’onta della disfatta militare argentina. Riviviamo i due momenti. In un momento miracoloso, Maradona incontra Peter Shilton, il portiere britannico. Entrambi sono protesi ad afferrare la sfera: ma la mano di Maradona tocca per prima, e spinge la palla in rete. L’arbitro, che non vede chiaramente, lo considera un colpo di testa, e il gol viene convalidato. Minuti dopo, Maradona corre per 60 metri in 10 secondi, dribbla e passa attraverso quattro giocatori inglesi, e in questo modo segna il “Gol del Secolo”. A tanti spettatori sembrava che avesse affrontato tutta la squadra inglese da solo. Quelli presenti e quelli che guardavano in televisione dovettero finalmente ammettere che era indiscutibilmente il miglior calciatore dell’universo. Quei due gol, soprattutto, riassumono Diego Maradona: nel bene e nel male, un genio passionale, un imbroglione, un fuorilegge mitico che faceva tutto il necessario per vincere – intervento divino o meno.
Quel primo Scudetto nell’86-87 è stato la cresta più alta di un’onda bellissima e rara in una situazione molto complessa.
Un’onda che non poteva essere fermata da nulla. È stato il momento più alto della carriera di Diego e del suo rapporto con la gente di Napoli. Dopo lo Scudetto, la città si è fermata due mesi per festeggiare. Le immagini dell’epoca mostrano una celebrazione oltre ogni comprensione nel mondo di oggi. Era come se avesse dato uno scopo a ogni singolo individuo di Napoli, ma anche a ogni campano. Tutta la regione era vestita di blu dalla testa ai piedi con striscioni e bandiere. Migliaia marciavano per le strade. Le sue foto venivano messe nelle case, accanto alle immagini dei propri cari, vicino ai letti o persino sopra le immagini di Gesù stesso. La gente chiamava i propri figli “Diego” e “Diega”. Persino ai morti veniva ricordata questa straordinaria vittoria con un cartello blu – “non sai cosa ti sei perso” – sui muri del cimitero.
Man mano che la sua epopea andava avanti, Maradona continuava a portare successo al Napoli, vincendo la Coppa Italia, la Supercoppa Italiana, un secondo scudetto e, a livello europeo, la Coppa UEFA. Ma intanto qualcosa stava cambiando. Colpa dell’avidità crescente dei tifosi, vogliosi di traguardi sempre più ambiziosi, o dell’ammirazione opprimente e soffocante della gente? Sta a te decidere. Di certo Diego si incupisce, diventa fragile, e i vizi trovano varchi sempre più larghi nelle sue giornate, giornate fatte fino a quel momento per buona parte di concentrazione e abnegazione, di esercizi ripetuti e di schemi riprovati. Che con la sua grande sensibilità presentisse che la Grande Bufera, connessa a Italia ’90, stava bussando alle porte?
Nelle semifinali del mondiale italiano Maradona, alfiere della nazionale argentina, affronta l’Italia. A Napoli. Mai sede di gioco fu scelta in modo più sciagurato: nei giorni precedenti all’incontro infuocato Maradona, che gioca praticamente in casa, ha buon gioco nel chiedere ai napoletani di sostenere l’Argentina, proclamando che all’Italia non dovevano nulla, mentre dovevano molto (tutto) a lui: con questo atteggiamento da tribuno Maradona crea divisioni profonde e acuisce l’odio e l’antipatia che già lo circondavano; non solo, si trascina dietro altro odio e altra antipatia. Il calcio sembra scaricarlo. Il fisco e la polizia lo proclamano nemico pubblico numero uno, gli abissi della società (scommettitori, giocatori d’azzardo, criminali) con cui aveva preso pericolosamente a flirtare da alcuni anni gli danno la caccia. Di punto in bianco la sua aura si offusca: egli è diventato l’uomo più odiato in tutta Italia, destinato a un futuro certo di patimenti.
Oppresso da una vera e propria “taglia” sulla testa, chiacchierato per i suoi rapporti con i clan di camorra, additato per i problemi di dipendenza dalla droga, Maradona era ormai un’onda arginata da tanti e insidiosi scogli. Il ’91 annus horribilis: prima incriminato per droga e, poco dopo, sospeso per 15 mesi dalla commissione antidoping (una punizione mai sentita prima) dopo essere risultato positivo a tracce di cocaina. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Maradona come calciatore, almeno in Italia, era finito.
Scappato da Napoli praticamente da un giorno all’altro, il campione che una volta era stato accolto da 80.000 tifosi devoti e amorevoli lascia l’Italia da solo. La sua parabola di trionfo e tragedia ha un che di misero e di glorioso insieme. Il talento puro, dato da Dio, e l’etica del lavoro si erano schiantati contro le fragilità dell’uomo, diviso tra il bene e il male. Ma i lati oscuri non potevano inghiottire la potenza iconica di Maradona, sicché anche le sue sciagure finirono col diventare parte integrante del mito. Il suo crollo divenne la sua Passione, ma senza resurrezione. La redenzione del popolo di Napoli: ecco il significato messianico del “sacrificio” di Maradona.
I napoletani vedono un po’ di se stessi in quel genio, incompreso, vulnerabile e caduto. O forse no. Forse desidererebbero soltanto essere Maradona per un giorno, per lo spazio di una partita. Forse in lui vedono il ragazzo semplice che finisce con l’essere stritolato dal suo stesso meritato successo una volta che questo diventa tirannico e oppressivo. Anche così, il calciatore ha dato orgoglio e speranza alla città di Napoli, a un popolo che ha lottato per troppo tempo contro uno stereotipo di inadeguatezza. Che Diego riposi in pace e Maradona viva per sempre.
Che tu lo veda come un santo, un mito o piuttosto come un cattivo, devi riconoscere la lealtà assoluta che il popolo di Napoli ha nei suoi confronti, e che è rimasta immutata anche decenni dopo. La sua morte nel 2020 ha segnato un nuovo capitolo: chiuso il rapporto vivente che i napoletani avevano con il loro dio, si è rinsaldato per sempre il rapporto iconico con lui. Solo una settimana dopo la sua morte, il San Paolo è stato rinominato Stadio Diego Armando Maradona. Ai giovani e ai vecchi della città Maradona parla napoletano. Alcuni degli attributi negativi della sua personalità sono stati cancellati? Certo. Forse sono i napoletani stessi che chiedono all’Altissimo una sorta di indulgenza per tutte le sofferenze che gli sono state imposte da vivo. Pregano e sperano che con la sua rovinosa caduta egli abbia saldato una volta per tutte tutti i conti da pagare. Pregano e sperano, ricordando gli anni gloriosi e dolcissimi fatti vivere alla loro città, che i suoi guai non offuschino più la sua luce, benedetta e benedicente.
Stefano Marino
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