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Oltre il varco elettronico: perché la tecnologia non sostituirà mai la divisa

L’attivazione dei nuovi sistemi di rilevamento targhe e videosorveglianza, come quello recentemente installato a Genola dall’Unione del Fossanese, apre una riflessione necessaria e non più rimandabile: può un algoritmo sostituire il presidio umano? Se da un lato l’innovazione offre strumenti di indagine inediti, dall’altro solleva dubbi profondi sulla natura stessa della sicurezza nelle nostre comunità.

L’illusione della “sicurezza automatica”

Il rischio principale di questa corsa all’occhio elettronico è l’illusione che la sicurezza possa essere delegata interamente a una macchina. Un varco OCR può leggere una targa, segnalare un’infrazione amministrativa o un’auto rubata, ma non possiede il discernimento, l’intuito e la capacità di mediazione che solo un operatore di Polizia Locale o un Carabiniere possono avere. La sicurezza non è una sequenza di bit, è una presenza costante che parla con i cittadini, che osserva i dettagli che sfuggono a una lente e che interviene con l’umanità necessaria nelle situazioni di crisi.

Il nodo del controllo: prevenzione o sanzione?

Il dibattito nazionale si interroga spesso se questi sistemi servano realmente a prevenire il crimine o se, col tempo, non finiscano per diventare strumenti di controllo statico, utili più a rimpinguare le casse attraverso sanzioni automatiche che a garantire la tranquillità pubblica. Una pattuglia in strada è un deterrente visibile e dinamico; una telecamera su un palo è un elemento passivo. Laddove il controllo diventa esclusivamente elettronico, si rischia di perdere quel legame di fiducia tra istituzioni e territorio che si costruisce solo attraverso il contatto umano.

La privacy e il cittadino “schedato”

C’è poi il tema della riservatezza. La proliferazione di questi “occhi intelligenti” trasforma ogni spostamento in un dato archiviato. Per chi crede che la libertà sia un valore non negoziabile, l’idea di vivere in una rete di varchi elettronici appare come una deriva verso una società della sorveglianza totale. Il cittadino onesto non dovrebbe sentirsi costantemente sotto osservazione mentre svolge le proprie attività quotidiane. La tecnologia deve essere al servizio dell’uomo, non un perimetro entro cui rinchiudere la sua privacy.

Conclusione: rimettere al centro la persona

In una società che corre verso l’automazione, è dovere della buona politica ricordare che la sicurezza è, prima di tutto, un rapporto sociale. Ben vengano gli ausili tecnologici se servono da supporto, ma non possono e non devono diventare l’alibi per ridurre gli organici o per svuotare le strade dalla presenza fisica delle forze dell’ordine.

Proteggere una comunità significa esserci, ascoltare e comprendere. E per quanto una telecamera possa essere nitida e moderna, non avrà mai la sensibilità e il senso del dovere di un uomo o una donna in divisa. La vera sicurezza 4.0 non si misura in megapixel, ma nella capacità di rimettere la persona al centro del controllo del territorio.

Luca Bertero

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