Meloni: il referendum non sarà preludio di un governo… ponte
Fino a ieri dei politici velleitari e imbroglia-folle si diceva che promettevano mari e monti, la luna; oggi di quella stessa categoria di politici si potrebbe dire che promettono… il ponte sullo Stretto di Messina! Con una differenza fondamentale: quei mari, quei monti e quella luna in effetti corrispondevano a reali aspirazioni o desideri del pubblico degli elettori, il ponte sullo Stretto, invece, praticamente non lo vuole nessuno, a parte il governo e qualche lobby edilizia. Di quest’opera si parla, a intervalli regolari, almeno dai tempi del governo Craxi: e da allora la gran parte degli abitanti della Sicilia e della Calabria non ha mai deposto le sue perplessità di fondo riguardo al progetto. Per alcuni (per molti) il ponte è una fantastica opportunità, per i più semplicemente non serve. Ci sono i traghetti e le compagnie di navigazione, che da che mondo è mondo hanno sempre funzionato benissimo. Chi scrive non può che sottoscrivere, reduce da un viaggio dalla Calabria alla Sicilia con traversata dello Stretto fatta naturalmente in traghetto: ecco il punto, se col governo ci sono alcune (magari anche parecchie) lobby di costruttori, dall’altra parte c’è la lobby dei naviganti!
Il governo ha veramente voglia di inimicarsela? È lei la vera avversaria del ponte, molto più degli ambientalisti e degli oppositori politici, e certamente anche dei magistrati della Corte dei Conti che il 30 ottobre hanno dichiarato nulla la delibera con cui il Cipess (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile), il 6 agosto, aveva approvato di fatto l’avvio dei lavori. Più che contro il governo, si potrebbe dire che i magistrati si sono schierati dalla parte del popolo, evidenziando – tra le altre criticità – la lievitazione fino al 50% dei costi di realizzazione rispetto a quelli preventivati in partenza. Costa troppo, dicono i giudici contabili da un lato; ne vale veramente la pena?, sembra che aggiungano i cittadini in coro a completar la sentenza.
A dispetto di magistrati e cittadini, il governo ha detto che andrà avanti con la cantierizzazione dei lavori. Per bloccarli una volta per tutte ci vorrebbe un referendum, che con tutta probabilità Meloni e i suoi ministri perderebbero. Al referendum si andrà certamente, invece, sulla riforma della giustizia, la madre di tutte le battaglie di questo gabinetto: qui l’esito in realtà è tutt’altro che scontato, eppure la premier sente il bisogno di ragionare come se dovesse già fare i conti con lo scenario peggiore. Giorgia Meloni ha tenuto a ipotecare per tempo l’ultimo scampolo di legislatura (un anno scarso) che resterà dalla celebrazione della consultazione al ritorno alle urne: anche qualora gli italiani bocciassero sonoramente la separazione delle toghe, ha dichiarato senza indugio, il suo esecutivo andrà avanti, non si dimetterà. Rinuncerà a tagliarsi la coda. Dieci anni dopo la storia si ripete: nel 2016 Matteo Renzi era talmente sicuro di vincere il referendum sulla riforma costituzionale da proclamare spavaldamente che si sarebbe dimesso in caso contrario (anche lui e la sua squadra di governo erano ormai arrivati quasi agli sgoccioli della legislatura, ma Renzi non si trovava a Palazzo Chigi da quando era iniziata) e alla fine si verificò l’ipotesi a cui il presidente del Consiglio fiorentino disdegnava di riconoscere adeguata plausibilità; adesso Giorgia Meloni va anche oltre Renzi e proclama che è talmente sicura di vincere il referendum sulla riforma della giustizia da escludere a priori ogni possibilità di abbandonare Palazzo Chigi. Gioca sul tavolo della scaramanzia, è evidente: se al suo predecessore ha portato piuttosto male evocare con troppa sfrontatezza la probabilità meno augurabile (ma diciamo anche la più sciagurata) per un governo, lei fa “un passo indietro” (che in realtà è un bel passo in avanti, quanto a sicurezza ostentata) e rinuncia a considerare qualsiasi altra strada diversa dalla prosecuzione. Magari a oltranza: una manciata di mesi in trincea e poi via, alle urne, messo in cassaforte il traguardo personale dell’esecutivo di legislatura (di sicuro conta molto anche questo, per la Meloni) e con buone probabilità di incassare una riconferma. La presidente del Consiglio, quindi, si prepara già a coprirsi con “prudente” presunzione. Ma, a ben vedere, dove non arriva con la sua naturale accortezza ci pensa un fattore particolare a darle una mano: la non così accesa ostilità dell’opinione pubblica nei suoi confronti. Troppo facile fare il confronto con Matteo Renzi, dopo un solo anno di governo divenuto inviso a tanti che non gli perdonavano un’ascesa fulminea quanto immeritata e neppure sopportavano più il suo ardore giovanile misto ad arroganza. Sarebbe forse più appropriato confrontare la Meloni con altri “mostri” di longevità al governo, Craxi e Berlusconi. Da punto di riferimento della sinistra moderna Craxi divenne a un certo punto, mentre la sua brillante esperienza di governo lo rendeva un leader sempre più autorevole, l’uomo più odiato d’Italia: la sua colpa, aver fatto capire con troppa chiarezza di essere un politico dalla statura troppo superiore a quella di tanti altri. E da punta di diamante dell’imprenditoria d’assalto degli anni ’80 Berlusconi, il tocco midiaco di chi non fallisce mai portato anche in politica, finì con l’essere reso insopportabile da quello stesso tocco midiaco e dalla troppa fortuna, che con i suoi potenti mezzi poteva anche riorientare a proprio vantaggio qualora non gli ricadesse addosso in modo del tutto perpendicolare. Giorgia Meloni fino a questo momento non pare che venga percepita come la più brava o la più fortunata (il vantaggio di essere un’underdog, si potrebbe dire), e certamente non sembra accendere fortissime antipatie (a parte quelle che, da donna, si attira da parte di altre donne e l’avversione “istituzionale” delle opposizioni): in fondo è la condizione ideale per avere successo e non rischiare di diventare martiri o vittime di congiure.
Gianluca Vivacqua
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