Una battaglia dopo l’altra
Dove si va quando si è toccato l’apice? Che fare di sé una volta che gli anni migliori sono alle spalle, quando ormai tutto sembra esser stato detto? Forse, smaltita la sbornia di vita, occorre tornare sui propri passi, nella speranza di ritrovare quel che è andato perso.
Da questo punto di vista, non si può non scorgere un certo autobiografismo in Una battaglia dopo l’altra, decima fatica del californiano Paul Thomas Anderson. Medesima è la tensione che pervade l’opera del regista di Boogie Nights e la storia di Ghetto Calhoun: l’uno un artista ormai consacrato da vivo, l’altro un ex-agitatore accasatosi a fatica e male; entrambi costretti, per volontà o circostanza, a entrare in azione, caricare armi lasciate a prender polvere e dare, forse un’ultima volta, il tutto per tutto.
Allora si ritorna, in e all’azione: Una battaglia dopo l’altra segna il ritorno di Anderson a un cinema sanguigno e massimalista, al termine di una lunga fase crepuscolare la quale, almeno a partire da Il petroliere (2007), aveva condotto l’autore di Magnolia lungo i sentieri di un raccontare languido, intimista, sempre più lontano dal virtuosismo e di contro teso a una spoliazione progressiva delle sue forme.
Il rigore di The Master (2012) e del malriuscito Vizio di forma (2014) aveva perfino spinto il regista in Europa, con quel Il filo nascosto (2017) che incarnava l’apice di un cinema sempre meno appariscente, di un significare per immagini ieratico e sotterraneo.
Non che tale cinema abbia mai difettato di una sana visceralità; è tuttavia indubbio che il vortice immaginifico del primo Anderson mancasse da tempo. La tensione tra vecchia e nuova maniera toccava senz’altro il suo apice in Licorice Pizza (2021), racconto di formazione in cui vitalità adolescenziale e nostalgia senile si combattevano una sequenza dopo l’altra, incapaci di conciliarsi.
Non si teme – semmai si spera – di provocare gli animi nel dire che il senso profondo di Una battaglia dopo l’altra sta tutto nella superficie. Liberamente ispirato a Vineland di Thomas Pynchon, il film non appare, né pretende di apparire, come una chiosa sul nostro tempo. Questione tutt’al più di prosa: quella vorticosa, psichedelica, smisurata del romanziere, che Anderson traduce nell’incontenibilità delle sue forme tradendone scientemente la lettera, riuscendo là dove Vizio di forma (anch’esso tratto da Pynchon) falliva invece miseramente.
Inutile rintracciare discorsi o loro brandelli: le preoccupazioni sul ritorno dei fascismi, su MAGA e sul Deep State, sul suprematismo bianco e su Black Lives Matter restano rimandi superficiali, senza che vi sia qualsivoglia elaborazione degli stessi. Bene forse per chi, di fronte all’insuccesso di cassetta, brinderà al fiasco dell’ennesima pellicola woke (come se i film di Anderson non lo fossero sempre stati), non per chi si aspettava che l’autore di Ubriaco d’amore incitasse alla lotta. Con buona pace di chi cerca – e certo troverà – dense stratificazioni significanti nel suo ordito, Una battaglia dopo l’altra non ha assolutamente nulla da dire sulla nuova America, sulla lotta armata, sul militarismo a stelle e strisce o sul trumpismo. I suoi personaggi sono macchiette, i suoi apparati caricature da fumetto, il suo intreccio un guazzabuglio da soap opera, i suoi proclami un bignami di tutto quanto le fazioni pensano una dell’altra.
È tutto un lavoro sugli spazi – quelli lisci e sconfinati delle autostrade nel deserto, quelli reticolari di città e stanze dei bottoni – di movimento, di fuoco indefesso e continuo. La scrittura scarta ogni profondità e insegue il boato del Kalashnikov, la recitazione è la parodia del dramma spionistico, la crudeltà è puro gioco infantile.
Meno male: Una battaglia dopo l’altra sprigiona una vitalità e una gioia del raccontare che anni di pellicole inamidate, nostalgiche, confortanti, avevano preteso di seppellire una volta per tutte. È caccia ai rimandi, alle filiazioni: incombe l’action di vecchia scuola, quello del Sam Peckinpah di Getaway, del Richard Sarafian di Punto zero, del Walter Hill di Driver, dello Spielberg di Sugarland Express. Quant’è bello vedere Anderson tornare a inventare: dal prologo che è farsa del terrorismo, a una guerriglia notturna che non teme di battere per venti minuti sullo stesso tema ritmico (ancora una volta di Jonny Greenwood dei Radiohead), a un inseguimento finale che è pura estasi di una corsa filmica fuori controllo; materia forte e senza vergogna, di quella che non avrebbe sfigurato in Grindhouse – A prova di morte, del collega e amico Quentin Tarantino.
La menzione non è accidentale. Dopotutto, Anderson e Tarantino hanno condiviso di tutto: passioni, stili, eccessi, un intero universo di rimandi al buon vecchio cinema dei Sessanta e Settanta. Interessi e contingenze li avranno allontanati ma, si sa, si torna sempre dove si è stati felici. Non dovrebbe allora sorprendere che i due, giunti al decalogo delle loro fatiche, siano arrivati a rispecchiarsi l’un l’altro. Dopotutto C’era una volta a Hollywood, col suo incedere da dormiveglia, poteva essere tranquillamente opera di Anderson, almeno quanto l’ultima opera di questi sfonda la corsia del regista di Django Unchained. Perfino la passione per i vecchi formati ormai li accomuna: Tarantino che filma il dramma da camera The Hateful Eight in Ultra Panavision 70, Anderson che per Una battaglia dopo l’altra riesuma il formidabile VistaVision, quest’anno improvvisamente tornato di moda.
Variazioni, si dirà; operazioni postmoderne per un cinema che non sa più dove andare. Ci si accontenti del fatto che, ovunque si trovi, una volta tanto c’è da divertirsi. Con buona pace del potere, di chi lo combatte e di chi, incapace di intrattenersi, aspetta la battuta profonda che non arriverà mai.
Fabio Cassano
Leggi anche al link https://madmagz.app/viewer/68d8fcb39334d500147faf22
