Terence Stamp, l’indecifrabile
Lo si ammetta, l’ultimo periodo è stato avido, e di grandi e meno grandi ne ha portati via in parecchi. D’altronde si sa, la morte è la livella che fa tutti maestri, che fabbrica epitaffi a carriere più o meno da ricordare, che accosta mediocrità ed eccellenza nel marasma delle celebrazioni d’ufficio.
Terence Stamp, tuttavia, tra i grandi c’era già da parecchio: magari dagli inizi, da quel Billy Budd che nel 1962 ne segnò la consacrazione sotto il bastone registico di un altro divo, l’incontenibile Peter Ustinov. William Wyler prese nota e, nel ’65, ne fece il sordido stalker de Il collezionista.
Bastò poco per farne una stella: quando nel 1967 apparve in Poor Cow, Stamp era già mito. Ken Loach stava liquidando la straordinaria stagione britannica del kitchen sink, quella che aveva traghettato il cinema inglese verso la modernità, e Terence Stamp era già lì per suggellarne il successo: poche scene, qualche battuta in un cockney mormorato, la malinconia di uno sguardo desolato sul sorriso di un volto da vero duro; abbastanza perché il suo Dave, l’amante perduto e sognato di Poor Cow, diventasse irraggiungibie figura del desiderio, promessa incarnata di un domani più bello.
Stamp è una figura difficile, forse impossibile da classificare nel novero dei divi: vicino per certi aspetti al fascino fragile e androgino di David Hemmings e Alain Delon, di Udo Kier e di Helmut Berger, se ne distanzia per una sincera rudezza; vi è purtuttavia la ferocia, la fisicità dolorosa e vibrante, lo sguardo glaciale e l’irrequietudine di Malcolm McDowell – di cui però Stamp non ha né vuole avere l’istrionismo; o ancora, la ruvidezza vitale di Oliver Reed o di Jean-Paul Belmondo – senza però inseguire il fascino della canaglia; infine il contegno tutto inglese, la fermezza furba e amabile di Peter O’Toole, di Sean Connery e di Michael Caine – di questi meno avventuriero e meno genio criminale, ché la sua avventura è un viaggio da leggersi nelle pieghe del sorriso.
Un volto che è un enigma, un recitare che sa essere sussurro e ipnosi: quella che pare attanagliare i protagonisti di Teorema (1970, vero manifesto mistico-poetico di Pasolini. Stamp è l’ospite senza nome, una presenza inquietante e quieta, terribile come un angelo dell’Antico Testamento. L’ospite di Teorema seduce e rivela, guarda dritto negli occhi con la pace di chi sa molto, troppo perché possa dirne; il fare dimesso e la posa incurvata promettono il tesoro di una salvifica promiscuità, la terrorizzante purezza del perverso.
Teorema non è che uno dei tanti tasselli dell’avventura italiana di Stamp. Dalle nostre parti se lo contendono in tanti: da Nelo Risi che in Una stagione all’Inferno (1971) lo grazia e condanna a essere Rimbaud, a Giuseppe Patroni Griffi che lo fa nobile in Divina Creatura (1975). L’Italia lo insegue anche in trasferta: nel cinefumetto Modesty Blaise – La bellissima che uccide (1966) il maestro Joseph Losey lo affianca all’eroina Monica Vitti.
La più memorabile delle parti gliela dà però Fellini, che ne fa il protagonista eponimo di Toby Dammit. Si vede che Fellini ama Stamp alla follia, e la sua avventura nell’horror è di quelle da consacrazione. Terence/Toby è la macchietta vivente e sofferente del divo bruciato, perseguitato dal demone e dell’alcool e confortato dall’altro demone: una bambina che gioca con una palla (presa direttamente da Operazione Paura di Mario Bava, ma con tutt’altro effetto). Toby chiede al demonio di lasciarlo solo, eppure insegue la palla che rimbalza fino all’abisso. Non si scommette la testa col diavolo (così recita il racconto di Poe), e Toby ha voglia di impararlo a suo spese: forse, là dove il fil di ferro taglia la notte e le teste, lo attende il vero senso dell’incubo.
Stamp dà vita e morte al suo Toby, lo plasma con una grazia che ha i tratti del martirio: dolente, ironico, languido e disincarnato, eppure tremante, comico, demoniaco, grottesco; pallore e sudore di un divo che seppellisce tutti i divi, per farla finita col cinema e tutte le sue morti (in testa la propria).
Che anno memorabile il Sessantotto: quello della gioventù, certo, ma anche di Stamp che sembra incarnare, mescolare e forsennare tutti i Sessantotto possibili. Anche il Settantotto non è da meno: Richard Donner fa in tempo a ingaggiarlo per Superman, nel memorabile ruolo del Generale Zod. Donner lascerà a malincuore il progetto, e quel che sarà Superman II esce solo nell’80 (storia questa, abbastanza lunga e complessa per un altro numero), a firma del sostituto di lusso Richard Lester.
L’avvicendamento non intacca la prestazione di Stamp: il suo Zod è il villain che ogni film di supereroi vorrebbe, una sintesi perfetta tra stoica compostezza, superbia da vaudeville e sottile ironia. Lo eguaglierà solo Michael Shannon, più di trent’anni dopo e con tutt’altro approccio.
Ce ne sarebbe ancora per molte pagine: da Peter Brook che in Incontri con uomini straordinari (1984) ne fa il metafisico principe Ljubovedskij, uno degli uomini straordinari del viaggio spirituale di Gurdjeff; o Neil Jordan, il cui In compagnia dei lupi (19885) ne fa nientemeno che il diavolo, a spasso in un oscuro mondo di fiaba sulla sua Rolls-Royce; poi Michael Cimino, per il quale Stamp si cala nei panni dell’algido Principe Borsa ne Il Siciliano (1987); infine l’inclassificabile Alien Nation (1988) di Graham Baker, che lo vede nei panni di Harcourt, il signore della droga venuto dallo spazio il quale, nella Los Angeles che ha accolto gli alieni, tira i fili dell’intrigo che oppone gli umani agli “altri”.
Pare che i classici bastino; mancano però i Novanta, che gliene danno almeno due da antologia.
Il primo ruolo è quello del transessuale Bernadette in Priscilla, regina del deserto (1994) di Stephan Elliot. Bernadette è la vera diva del trio di drag queen: dell’essere diva conosce lo charme, il contegno, la necessaria crudeltà senza cui il mondo (dello spettacolo e non) ti divora in un istante; è la vera guida morale del gruppo, la sola a trovare il suo trasandato principe azzurro.
Il secondo ruolo è ne L’Inglese, del 1999: Steven Soderbergh ne fa il centro di un viaggio proustiano nella vendetta, il prisma inafferrabile di un’opera che smonta pezzo per pezzo il noir. Stamp interpreta Wilson, ex criminale britannico in trasferta nell’assolata Los Angeles; punta dritto su Terry Valentine (Peter Fonda), il boss che ha causato la morte di sua figlia. L’Inglese (dispregiativamente The Limey in lingua originale) confonde i tempi, le voci, le orrende morti del sottobosco losangelino, contorce il meccanismo del crime fino al suo punto di massima tensione; Stamp regala a Soderbergh un antieroe di insostenibile ferocia, calcolatore e insieme fragile e umanissimo.
Una scena su tutte: Wilson che fa strage di sgherri e, col volto insanguinato sotto il sole, grida bestiale alla resa dei conti. In flashback, l’immagine della giovinezza: le sequenze col giovane Stamp vengono direttamente da Poor Cow, e non si può chiedere quadra migliore di questa.
Il resto è già all’ombra della leggenda: poco più di un cameo nell’Episodio I di Star Wars, il vituperato La Minaccia Fantasma (1999): qui Stamp è il cancelliere Finis Valorum (nome che più parlante di così non si può), il ritratto della corruzione e del suo scacco; piaccia o meno, è a partire da lui che Lucas costruisce in Star Wars il suo discorso sul potere.
Si vuole però ricordare un’ultima, anzi l’ultima apparizione: quella che gli e si regala Edgar Wright in Ultima Notte a Soho (2022). Per Stamp è l’ultima passeggiata nel crepuscolo, nella notte di quella Swinging London di cui ha saputo incarnare estasi e agonia; sempre nel segno del mistero, nel marchio dell’inconoscibile e della sua solitudine.
Terence Stamp ha scommesso la testa col diavolo, e ha vinto: se ne va con eleganza sapendo di aver dato tutto, e che il cinema, sotto il pianto, sorride e ringrazia.
Fabio Cassano
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