letteratura

Premio Strega: trionfa Bajani

È Andrea Bajani il vincitore della LXXIX edizione del Premio Strega con il suo romanzo L’anniversario.

Durante la premiazione Bajani ringrazia il suo editore, i lettori e le lettrici così come gli autori e le autrici che ha letto nel corso della sua vita, quest’ultima appare come una dichiarazione mite generosa e inaspettata.

Dichiara, immediatamente dopo: è un romanzo contro il patriarcato.

I temi sociali sono cari all’autore, specie il ruolo della famiglia inteso come esattamente è: una microsocietà fatta di ruoli complicati, la prima ad avere un impatto determinante sull’individuo.

Nella famiglia de L’anniversario i ruoli sono chiari: il carnefice (il padre), la vittima (la madre), il figlio vile e la figlia antagonista.

Solo la denominazione dei ruoli (familiari): nessuno di loro ha un nome.

Bajani afferma di contestare, attraverso la Letteratura, la ”versione ufficiale”, quella che ancora oggi è la ”versione patriarcale” e sottolinea che a farlo è stato un autore, un maschio. Ancora una volta sceglie di determinarsi attraverso un ruolo, più specificatamente un genere, quello maschile, per confermare e sovvertire insieme che i maschi sono dentro e fuori il patriarcato, termine che usa all’inizio del suo libro affincandolo al termine ‘totalitarismo’ e poi successivamente facendolo scontrare da ‘un femminismo istintivo’.

In una drammatica storia di famiglia, capace e incapace di non impressionare più tanto visto la miserabile abitudine alla quale siamo quasi tristemente asuefatti – negli ultimi decenni, emerge immediatamente la figura della madre.

Tra le prime righe del primo capitolo, sil legge:

L’ultima volta che ho visto mia madre, mi ha accompagnato alla porta di casa per salutarmi.

Le parole successive sino alla fine del capitolo altro non sono che un preambolo della storia del protagonista, probabilmente lo stesso autore senza nessuna certezza al riguardo.

Nel capitolo secondo:

Non ho mai scritto di mia madre. Non ho mai pensato ne valesse la pena parlare, né in fondo l’ho mai fatto con nessuno.

L’autore delinea i tratti psicologici (o sociali?) di una donna ridotta unicamente al ruolo di madre. Una donna non più donna fino alla perdita totale di qualunque interesse personale e sociale. Anche il ruolo di moglie, come compagna di vita dell’  uomo che ha scelto di sposare, è totalmente negato.

L’anniversario racconta le dinamiche violente – anche fisicamente violente, di una famiglia non organizzata nei ruoli di ognuno ma l’ennesima storia di una famiglia dis-funzionale incapace di non comunicare fino all’alienazione, all’annullamento, alla paura. L’identificazione del sé materno è annullata anche nel corpo (fisico) che non compare nei vecchi album fotografici se non accanto al ‘padre’. È l’identikit di una donna che non c’è ma che prende vita, seppure trattandosi di una vita quasi strozzata ”a diretta emanazione” del marito – padre, nell’immaginazione del lettore, sollecitato dall’autore che, entra ed esce dalla sua scrittura ricordando e non ricordando gli eventi utili al ”romanzo”. Così il lettore non dimentica mai di essere tale e l’autore pare slittare nel suo ruolo per rientrarci sentendo meno dolore.

È una famiglia muta, che non parla e non osa parlare se non per distrarre la brutalità delle parole del padre, rivolte soprattutto a colei che sceglie la trasparenza apparentemente innocua. Seguono una serie di eventi comuni che si succedono nella genetica degli eventi stessi.

La madre è al centro del libro con il suo essere vano ma capace di far nascere intere pagine di un libro che la descrive così come non è. Poi gli episodi di violenza.

E la descrizione di un padre in-certo fuori dell’ambiente familiare che diventa poi certo chiaro sicuro trascinandosi quello che non può essere fuori e che diventa doppiamente cattivo, dentro.

Poi, finalmente lo svelamento del titolo.

Il lettore si chiede tutto il tempo: quale possa essere l’anniversario di una famiglia così dis-giunta?

Ancora  un autore che entra ed esce dal suo ruolo, che descrive il luogo in cui si trova a scrivere le sue ultime righe, stroncando le immaginazioni fervide dei suoi lettori, perché è lui a dire tutto.

È quasi dicembre, è l’anniversario dello ‘sfascio di una famiglia intera’.

Sono passati dieci anni.

Quel ”basta” pronunciato e compiuto è una ”liberazione” e una incomprensibile risoluzione, forse, per qualcun altro fuori da lui stesso.

Claudia Dell’Era

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